Salvati sul Corriere di oggi: acqua, sì sulla scheda rossa e no sulla gialla


Da “Il Corriere della Sera” di sabato 11 giugno 2011

Ma la consultazione non sia occasione di battaglia politica Attenti a non distorcere il senso del voto di MICHELE SALVATI Per chi crede che la democrazia sia qualcosa di più che votare ogni 5 anni e poi disinteressarsi di politica e lasciar fare agli eletti, partecipare al referendum è un dovere civico: il referendum abrogativo è forse lo strumento più incisivo che consente al popolo di far sentire la sua voce tra un`elezione e l`altra, di avvertire i politici che sono fuori fase rispetto ad orientamenti fortemente sentiti dai cittadini ma che non trovano ascolto nel Palazzo.

Si pensi alla rivoluzione sociale prodotta – o meglio, registrata, perché era già avvenuta – dai referendum sul divorzio e sull`aborto. O alla rivoluzione politica prodotta dai referendum elettorali di Mario Segni, nel 91(preferenza unica) e nel `93 (il maggioritario al Senato). Cito questi casi perché sono buoni esempi di referendum che indussero una forte partecipazione popolare e consentirono di superare agevolmente la soglia del 5o per cento più uno saggiamente prevista dalla nostra Costituzione.

I primi due la superarono perché il quesito era semplice e vicino all`esperienza e alla coscienza di tutti i cittadini.

I due secondi la superarono perché, anche se la gran parte di loro non aveva capito di che cosa si trattasse, aveva però capito perfettamente il significato politico del «Sì» o del «No»: votare «Sì» era votare contro i partiti e produrre un cambiamento radicale nel sistema politico. Nel clima politico di allora era una motivazione più che sufficiente per andare a votare e votare Sì.

Appartengono ad una di queste due categorie i quesiti cui andremo a rispondere domenica e lunedì prossimi? Sicuramente non appartengono alla prima, quella del divorzio e dell`aborto, salvo forse il referendum sul nucleare che, dopo Fukushima, comprensibilmente suscita forti passioni in tutti i cittadini, come le aveva suscitate dopo Chernobyl. Il referendum sul legittimo impedimento potrebbe appartenere alla seconda categoria (quesiti complicati ma di cui è chiaro il significato politico, e ci verrò dopo). I due referendum sull`acqua sono i più interessanti. Pre-, messo che tutti, sostenitori del Sì e del No, affermano che l`acqua è un bene di valore universale, di proprietà pubblica, e che dev`essere fornito a tutti i cittadini nella maggiore quantità, migliore qualità e ai minori costi possibili, il problema che i due referendum propongono è in realtà quello di decidere se alla fornitura di servizi idrici possano partecipare imprese private oltre che pubbliche:

se si vota «Sì», in pratica si esclude questa possibilità. Questo è un problema che non riguarda solo l`acqua, ma molti altri servizi che per natura devono essere forniti in regime di monopolio, trasporti, rifiuti ed altri ancora: gestione privata o mista con controllo pubblico, o gestione esclusivamente pubblica? Si tratta di un problema complicato:

in Europa ci sono scelte diverse e frequenti inversioni (dal pubblico al privato e viceversa) e si possono raccontare raccapriccianti horror stories per entrambe le scelte. Io sono un economista, ci ho pensato su parecchio, ho ancora molti dubbi, ma probabilmente voterò «Sì» al primo dei quesiti sull`acqua (quello con scheda rossa) e no al secondo, quello con scheda gialla.

Per dovere di cronaca, mi limito a ricordare che il Pd, che ora suggerisce di votare Sì a entrambi i quesiti, ha depositato un ottimo progetto di legge che consente l`ingresso dei privati e la remunerazione del capitale investito, ciò che invece il secondo quesito esclude.

Perché questa contraddizione? E si tratta poi di una contraddizione, da un punto di vista politico più generale? Queste domande ci consentono di passare alla seconda categoria di referendum, quelli con quesiti complicati ma con un chiaro significato politico. Evidentemente il Pd è convinto che l`insieme dei referendum – e non solo quello sul legittimo impedimento, che è ovviamente contro Berlusconi – abbiano un chiaro significato di delegittimazione del governo. Non stiamo a sottilizzare, direbbe Bersani: «quattro sì» è uno slogan semplice e la Parigi di una spallata val bene la messa di una piccola contraddizione. Ma siamo veramente nella situazione in cui eravamo nei primi anni `qo? Allora la rivolta era contro l`intero sistema politico della Prima Repubblica.

C`è oggi una maggioranza di italiani che percepisce questi referendum come una manifestazione di sfiducia nei confronti del governo? Il vento che si è levato nelle recenti elezioni amministrative è sufficientemente forte da spingerli a partecipare in massa al referendum? La scommessa è rischiosa e non senza costi. Non è una messa priva di conseguenze quella di abbandonare il realistico riformismo cui il Pd si è attenuto in tante sue proposte e a cui è legata la sua intenzione di allearsi con i partiti di centro.

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