Referendum: Due Sì – su nucleare e legittimo impedimento – e due No sull’acqua


 

Come evidenziato chiaramente anche dal vivace dibattito apertosi su questo blog, sarebbe una semplificazione  grossolana ridurre il voto popolare del prossimo 12 giugno sui quattro quesiti  referendari a un semplice plebiscito pro o contro l’attuale maggioranza: in realtà, almeno tre dei quesiti (i due sull’acqua e quello sul nucleare) focalizzano strategie politiche alternative che attraversano anche il fronte dell’opposizione. La discussione sul merito è perciò un importante passaggio chiarificatore per l’elaborazione di politiche progressiste di segno riformista.

Proprio quando tutte le posizioni in gioco hanno buone ragioni da far valere (come è evidentemente il caso in relazione a questi tre quesiti), la decisione finale è più difficile, ma la riflessione per arrivarci più stimolante e produttiva se aperta all’ascolto e al riconoscimento della fallibilità e della relatività di ogni proposta.  Il manicheismo non è mai un buon consigliere, ma certamente lo è meno che mai in processi di decisione in cui non si sono ancora decantati giudizi consolidati corroborati da esperienze in qualche modo definitive. In congiunture come queste è importante evitare le reciproche scomuniche e gli incasellamenti ideologici: la domanda è come coniugare in politiche concrete le comuni aspirazioni progressiste, riconoscendo con umiltà che ogni decisione finale che ognuno di noi possa prendere è una tappa più che un punto d’arrivo, una difficile e aperta mediazione tra istanze diverse.Se il nostro voto alla fine sarà diverso, questo deve essere solo lo stimolo a continuare e approfondire il confronto e non la premessa di una divisione interna che sarebbe  fatale per il centrosinistra.

In questo spirito di probabilistica e sempre rivedibile messa a punto di alcuni argomenti vorrei condividere con gli amici del Landino le ragioni per cui sono arrivata personalmente alla scelta di due sì (legittimo impedimento e nucleare) e due no (sui due quesiti sull’acqua). Non ho nulla di significativo da aggiungere alle numerose riflessioni già postate o linkate da molti di noi, ma l’assunzione pubblica delle proprie opzioni è sempre un contributo di trasparenza cui, potendo, è auspicabile non sottrarsi.

 

Sì sul legittimo impedimento

Non perderò molte parole sul sì al legittimo impedimento: Stefano ha spiegato molto bene che seppure l’abrogazione referendaria diviene poco rilevante dopo la sentenza della Consulta, essa resta formalmente sensata e politicamente simbolica.  Il Sì è lo strumento popolare per manifestare il disgusto e l’indignazione nei confronti della prassi legislativa della maggioranza in materia di giustizia. Le leggi approvate in questo campo dal centrodestra non sono riforme (peraltro necessarie e drammaticamente urgenti) del sistema giudiziario ma unicamente espedienti legislativi per risolvere i problemi privati del premier. Il crescendo di personalizzazione premoderna – feudataria – della legislazione sulla giustizia cui abbiamo assistito impotenti e umiliati nel corso di questi anni costituisce una ferita alle istituzioni che scardina il cuore della democrazia, una vergogna la cui riparazione (contestualmente a una riforma strutturale del sistema giudiziario) è una delle priorità più urgenti su cui dovrà lavorare un nuovo Governo.

 

Due no sui quesiti sull’acqua

Sul doppio no ai quesiti sull’acqua, mi ritrovo in gran parte degli argomenti presentati in questo blog da Giorgio Armillei e Stefano  Ceccanti (considero            particolarmente chiaro il relativo contributo ne La             Voce http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002313.html). Il problema di questi due referendum è che la cristallizzazione emotiva intorno alla sacrosanta rivendicazione della natura dell’acqua come bene pubblico primario appartenente alla comunità,  irriducibile a merce privata manipolabile come neutrale fonte di profitto, polarizza l’opinione pubblica su una falsa alternativa, in cui in gioco ci sarebbe precisamente la scelta tra neoliberistica mercatizzazione ad oltranza e difesa di un nucleo basico di interessi pubblici, valori sociali, e diritti fondamentali che costituiscono il retaggio irrinunciabile dello Stato Sociale.

A chi tra noi difende appassionatamente il sì  (come Giovanni Bianco e Chiara Cavallaro) devo dire che condivido tutta la preoccupazione ‘antimercatistica’ del non volere che un bene pubblico primario come l’acqua sia ridotto a una merce come un’altra, ma che precisamente per preservare oggi il nucleo fondamentale  di diritti fondamentali e beni pubblici sul cui riconoscimento e tutela si è edificato lo Stato Sociale è necessario reinventare le forme di questa salvaguardia, restando fermi ai principi di fondo ma innovando i mezzi materiali e gli strumenti sociali, politici ed economici della loro declinazione.

In gioco non è infatti l’alienazione della proprietà pubblica delle risorse idriche, ma l’apertura (non totale) ai privati della gestione del servizio di distribuzione dell’acqua (e di altri servizi connessi, come la rimozione e smaltimento dei rifiuti), introducendo meccanismi di concorrenzialità che servono 1) a correggere le storture proprie dei monopoli statali, 2) a dinamizzare – moltiplicandone le modalità, e quindi eventualmente anche abbattendone i costi –  il reperimento dei capitali necessari agli investimenti di risanamento delle infrastrutture (pagare gli interessi del prestito bancario, come inevitabile per molte entità amministrative pubbliche del tutto sprovviste delle risorse necessarie, può essere molto più caro che acquisire capitali privati in consorzi di gestione), 3) incrementare l’equità dei prezzi (che è  spesso ‘nascosta’ e addirittura falsata dalla pubblicità delle tariffe) nel vincolarli a meccanismi trasparenti di calcolo dei costi-guadagni.

Chi si oppone alla liberalizzazione solleva a queste considerazioni due obiezioni fondamentali:

1) Il ciclo dell’acqua è in realtà un business molto poco redditizio:  gli investimenti necessari per le infrastrutture sono talmente alti che solo un aumento esoso delle tariffe rende quest’area interessante per il capitale privato. Per evitare l’iniquità di prezzi troppi alti per un bene comune di prima necessità,  è lo Stato (a livello di amministrazioni locali) che deve accollarsi la gestione di un settore economico non profit.

2) Essendo l’acqua un monopolio naturale, la parziale privatizzazione instaura di fatto monopoli privati tanto (se non più) inefficienti di quello pubblico.  È proprio per questo che l’esperienza internazionale mostra in vari casi (Parigi in testa) un ritorno alla formula del pubblico dopo disastrosi passaggi per il privato.

Entrambe le obiezioni sono fondate e l’esperienza italiana e internazionale di privatizzazione è spesso nient’affatto incoraggiante. È verissimo che quella dell’acqua è un’operazione di liberalizzazione  particolarmente difficile per limitazioni infrastrutturali insormontabili alla concorrenza  e al profitto, ma ciò non toglie che

1) la grande sfida all’inefficienza legata al monopolio pubblico (con perdite della rete che arrivano fino al 40 %) deve essere combattuta e che spesso il processo di liberalizzazione non ha funzionato perché realizzato come una semplice cessione ai privati non controbilanciata da meccanismi regolatori adeguati di controllo, e accountability (giustamente i difensori del sì replicano che ci sono esempi di servizio pubblico che hanno ridotto le perdite della rete ancora più dei privati. Il fatto è che tali miglioramenti  sono successivi all’avvicendamento con i privati, e cioè conseguenti alla cura di dimagrimento e riorganizzazione in termini di efficienza imposta dalla perdita temporanea del monopolio: il principio dell’alternanza è un incentivo insostituibile all’efficienza).

2) La grande questione dell’equità delle tariffe non viene risolta con il camuffamento dei costi attraverso il loro caricamento nella tassazione: questo sistema di sganciamento dei prezzi dai consumi e il loro convogliamento nel prelievo fiscale finisce infatti per avere effetti perversi di ingiustizia sociale ancora più grave perché nascosta: in un sistema di tariffe basse perché sussidiate attraverso la loro canalizzazione sul prelievo fiscale, chi ci guadagna sono i grandi consumatori (imprese, privati) e chi ci perde sono i piccoli. Il paradosso, insomma, è che in un sistema del genere il pensionato è contento perché la bolletta per il suo consumo domestico (appartamentino di periferia con bagno e cucina) è bassa, e non si rende conto di stare pagando  indirettamente (attraverso il prelievo fiscale) anche la bolletta dell’hotel a cinque stelle con tanto di piscina, 100 camere e parco da innaffiare che fa bella mostra di sé nel quartiere elegante della stessa città. Molto più trasparente, equo ed efficiente è un sistema di sussidiazione pubblica diretta ai consumatori  con redditi inferiori a una certa soglia,  in un quadro di tariffe economicamente sostenibile, in cui ognuno paga i costi reali dell’acqua che consuma.

 

Sì al quesito sul nucleare

Diversa da quella di molti miei amici landiniani è invece la mia posizione sul quesito sul nucleare, sul quale peraltro gli argomenti forniti nel blog sono piuttosto generici e un po’ frettolosi  (definire ‘poco laica’ la moratoria è un giudizio valutativo, non un argomento), ad eccezione del testo di Pietro Ichino, che sintetizza molto chiaramente le ragioni del no e che quindi prenderò come filo conduttore per spiegare quelle contrarie che mi decidono al sì (tenendo conto del fatto che anche questo è un voto sostanzialmente irrilevante in termini giuridici, ma significativo dal punto di vista politico).

Gli argomenti a favore del no riassunti da Ichino sono sostanzialmente quattro:

1) Non disponendo di risorse energetiche fossili (gas, petrolio, carbone) che in misura irrisoria, l’Italia dipende in gran parte  dalle importazioni per coprire il proprio fabbisogno energetico. Il nucleare è l’unica forma di energia producibile sul territorio nazionale che potrebbe rendere competitivo il sistema-Paese nei confronti di altre economie garantendo una crescita che in assenza di catastrofi (il cui rischio è infinitesimale nel quadro delle tecnologie avanzatissime dei reattori di ultima generazione) è oltretutto pienamente sostenibile dal punto di vista ecologico, perché quella nucleare è un’energia molto più pulita del petrolio e del carbone.

2) L’energia nucleare è  priva di rischi dal punto di vista politico  a differenza di gas e petrolio, che rendono i Paesi importatori soggetti al ricatto politico degli Stati esportatori – come è il caso della Russia e dei membri dell’Opec – ed esposti alle loro impredicibili contingenze politiche interne – paradossalmente la guerra è la forma più sinistra e insidiosa di sovvenzione statale della risorsa energetica del petrolio.Il caso della Libia è esemplare .-

3) Le alternative energetiche invocate dagli oppositori al nucleare sono irrealistiche, perché

a) : la riduzione dei consumi energetici può avere una ricaduta solo  marginale sul fabbisogno ed è soprattutto inconciliabile con l’obiettivo di crescita economica del Paese.

b) le energie rinnovabili non sono a tutt’oggi un’alternativa al nucleare, perché il rapporto costi/guadagni dell’energia ‘verde’ è ancora sfavorevole (sono tecnologie molto care in rapporto ai benefici) e ancora irrisolti sono i problemi di stoccaggio, con la conseguente incognita dell’aleatorità meteorologica delle forniture.

4) La realtà è che dire no al nucleare non ci sottrae al rischio di catastrofi ma unicamente ai suoi vantaggi:  “È cosa insensata sul piano economico e disonesta sul piano politico” vietare il nucleare in casa per poi acquistare l’energia nucleare dai vicini francesi : in questo modo, infatti, si rinuncia ai vantaggi economici dell’energia nucleare restando interamente esposti ai suoi rischi (alcune delle centrali nucleari francesi sono a pochi chilometri dal confine con l’Italia: in caso di incidente, i danni sarebbero ripartiti tra i due Paesi). Se la realtà è che rischiare è inevitabile, dice Ichino, tanto vale guadargni piuttosto che perderci.

A questi quattro argomenti vanno contrapposte, a mio avviso, le seguenti obiezioni.

1) Il primo punto del ragionamento di Ichino e dei nuclearisti in genere, della sostenibilità ecologica dell’energia nucleare, si basa su una premessa (l’assenza di rischio) che viene poco correttamente presentata come un dato di fatto e costituisce invece una scommessa (a dir poco avventurosa) in cui la coscienza  dell’entità reale delle conseguenze (mostruose) del pericolo in gioco (dell’effettiva occorrenza  di un incidente nucleare) viene anestetizzata dall’azzardo statistico dell’irrisorietà delle probabilità di tale evenienza. La teoria dei giochi ha elucidato ampiamente questi meccanismi e la loro potenziale pericolosità : è talmente improbabile che l’eventualità negativa avvenga, pensa il giocatore, e di contro la vincita è talmente grande che vale la pena correre il rischio di perdere.

Posso accettare questo punto di vista (anche se lo trovo personalmente più appropriato in sede di gioco d’azzardo che in sede politica, rispetto al presente di un’intera comunità e al futuro di molte generazioni a venire), ma non che un’opzione venga manipolata ad affermazione di verità, come purtroppo fa lo stesso Ichino (senz’altro in buona fede, fuorviato dalla retorica sapiente dei nuclearisti) quando si chiede se  rispetto al devastante impatto climatico delle centrali a carbone sia “forse più realistico, più economico e meno pericoloso, per l’umanità e per il nostro pianeta, affrontare il costo – per quanto elevato – delle misure di assoluta sicurezza nella produzione con centrali atomiche, che la migliore tecnologia oggi ci offre.”

Il punto è precisamente che nel quadro della teconologia attuale non esistono “misure di assoluta sicurezza”:  all’indomani del disastro di Fukushima i nuclearisti hanno esultato perché la centrale aveva resistito al terremoto. Il problema è che non si era previsto lo tsunami, così come non si possono prevedere TUTTE le possibili evenienze naturali né TUTTI i possibili errori o follie umani. Se i recentissimi stress-test che hanno portato il Governo tedesco non alla moratoria ma all’uscita  definitiva dal nucleare  hanno dimostrato che una centrale nucleare non può resistere allo schianto di un aereo  (disgrazia o terrorismo, chi si sente di escludere  un’eventualità del genere nei trafficatissimi cieli europei  e dopo l’attacco alle Torri Gemelle ?), molto più semplicemente  NESSUNO può escludere un errore umano in una situazione di emergenza o  che un commando terrorista riesca a violare le misure di sicurezza degli accessi a una centrale nucleare e penetrando al suo interno scateni un disastro (senza tener conto dei rischi connessi al trasporto delle scorie nucleari da processare).

Chi sceglie il nucleare fa una scommessa azzardata su un rischio che per essere infinitesimale non è meno reale (e negarlo è da irresponsabili) ma le cui conseguenze sono di grandezza talmente incalcolabile che la sue entità fa semplicemente saltare la razionalità economica: le centrali sono l’unica attività economica priva di copertura del rischio, perché nessuna società assicurativa  ritiene che l’onere di un incidente nucleare sia economicamente sostenibile ed è disponibile  farsene carico. Come abbiamo visto nel caso di Fukushima, nel caso di un’evenienza del genere il peso mostruoso del danno economico,  oltre che di quello ecologico e sociale,  ricade per intero sulla collettività: uno Stato, un’intera economia (il futuro di intere generazioni)  viene messo in ginocchio da una catastrofe di queste dimensioni.

2) Questa considerazione ci porta direttamente al punto dei ‘costi politici’ della scelta nucleare: se effettivamente il petrolio e il gas naturale hanno ricadute pesanti da questo punto di vista sul piano internazionale, il nucleare  ha costi non insignificanti sul piano della politica nazionale e dei modelli di intervento statale che vogliamo, perché implica una pesantissima concentrazione di investimenti statali (notoriamente quella nucleare è una delle forme di produzione energetica più sussidiate non solo a livello di produzione, ma anche di smaltimento delle scorie)  e di monitoraggio strettissimo dei processi di produzione e di stoccaggio dei residui : la piaga delle scorie radioattive inadeguatamente collocate è una costante anche nei Paesi all’avanguardia della sicurezza come la Germania e l’incidente di Fukushima dimostra che i costi e le procedure non solo di costruzione delle centrali, ma di manutenzione sono talmente alti che quello stesso fattore di irrisorietà del rischio (e dunque dell’inclinazione a correrlo) che persuade molti ad abbracciare l’energia atomica, spinge analogamente i responsabili a trascurare  almeno parzialmente le misure di sicurezza ordinarie. Solo un controllo pubblico  costante e strettissimo può evitare situazioni come quella giapponese (in cui i rischi connessi a centrali vecchie e trascurate erano stati denunciati ripetutamente).

Trovo perciò del tutto incompatibile la scelta nucleare (con tutto il suo peso di concentrazione statalistica) con la strategia di decentramento, pluralizzazione degli attori e di alleggerimento dell’intervento statale nel campo delle politiche economiche propugnata da chi, come Ichino e molti amici landiniani, difende la filosofia del doppio No ai quesiti sull’acqua (il Sì sulla scheda rossa è comunque un no al punto di vista dei referendari).

 

3) Altrettanto problematica trovo la doppia tesi dell’irrilevanza economica (nella misura insignificante che non lo renda  controproducente) del risparmio energetico e della mancanza di un’alternativa realistica all’energia fossile al di là del nucleare.

a) I problemi connessi al consumo energetico non sono semplicemente quelli di un (peraltro) necessario mutamento di abitudini, e costituisce una fuorviante fallacia ideologica (che invale purtroppo sugli opposti fronti politici) formulare la questione in termini di equivalenza tra ‘risparmio energetico’ e decrescita o perlomeno arresto della crescita economica. La questione drammaticamente centrale e non più rinviabile per poter garantire uno sviluppo ecologicamente sostenibile a livello mondiale (in un panorama di crescita in cui l’incremento della popolazione mondiale si abbina a quello dei consumi e delle capacità produttive dei Paesi emergenti in rapida espansione economica) è quella dell’efficienza energetica: tenendo conto che l’energia nucleare è fornitrice solo di energia elettrica e questa copre solo il 20 % circa del fabbisogno energetico di un Paese industrializzato, diventa chiaro che la  questione del risparmio energetico è tanto complessa e differenziata quanto nevralgica e non può essere risolta perorando un meccanico incremento della produzione di energia elettrica, ma va affrontata a vari livelli, a partire da quello  dell’adozione di politiche di pianificazione urbana ‘intelligente’ – nella progettazione delle reti dei trasporti, dei piani regolatori ecc. – e di legislazioni vincolanti nel campo della costruzione (con l’adozione di materiali e dispositivi ‘amichevoli’ dal punto di vista ecologico) potrebbero abbattere in misura sostanziale il fabbisogno energetico. Lavorare politicamente su questi aspetti certamente non alza il Pil di un Paese nell’arco di un anno (a differenza della costruzione di una centrale nucleare), ma ha ricadute straordinariamente positive in termini di bilancia energetica e dunque di incremento della produttività del sistema-Paese  nel lungo termine.

b) Le singole energie rinnovabili non sono di per sé sufficienti a garantire un’alternativa alle risorse fossili, ma un mix intelligente e diffuso può costituire una loro significativa integrazione nel medio termine. L’aleatorietà meteorologica cui si riferisce Ichino non è affatto drammatica in un sistema integrato e pluralistico di fonti di energia (organizzato in fasce orarie e giornaliere). Nel 2008 il 10,3 % dell’intero fabbisogno energetico dell’Unione Europea e il 17% di quello elettrico è stato coperto dalle energie rinnovabili: la forbice quantitativa rispetto all’energia nucleare si è ridotta rapidamente negli ultimi anni, a tutto a favore di quella verde, che sta diventando tra l’altro sempre più competitiva anche dal punto di vista economico (mentre i costi di costruzione delle centrali di ultima generazione continuano a lievitare in misura astronomica). Nel campo dell’energia eolica,  solare e della biomassa i progressi tecnologici sono rapidissimi, e lo saranno ancora di più se gli investimenti delle aziende elettriche nel campo della ricerca saranno dirottati almeno parzialmente dalla pericolosa e costosissima energia nucleare alla leggiera, decentrata, non invasiva energia verde.

4)In merito all’ultimo punto, c’è da dire che se l’Italia importa energia dalla Francia non è solo perché l’energia nucleare costa meno, ma perché la kilowattora italiana è complessivamente più cara, in quanto gravata da una macchina burocratica che appesantisce di balzelli, ritardi, meccanismi logoranti di contrattazione politico-amministrativa  la produzione elettrica (con il risultato che costruire  centrali in Italia – a gas, eoliche o di biomassa – è molto più caro che in altri Paesi). Se invece di investire in costosissime e oggettivamente pericolose centrali nucleari si lavorasse alla semplificazione burocratica e allo snellimento amministrativo, alla trasparenza e concorrenzialità delle gare di appalto,  i costi della produzione nazionale di energia potrebbero essere sostanzialmente abbattuti e la produzione ampiamente incrementata.

Un’ultima osservazione sul rischio che comporta  per l’Italia l’energia nucleare dei Paesi confinanti, in particolare la Francia: la domanda è se sia sensato aumentare  il pericolo, visto che già c’è o sia più saggio impegnarsi per ridurlo puntando su una strategia non miopemente nazionale ma inclusivamente europea. Quando i tedeschi hanno cercato di implementare a livello dell’intera Unione gli stress-test per la verifica della sicurezza delle centrali, i francesi si sono opposti (temendo che gli standard transalpini non fossero migliori di quelli teutonici, portando alla scelta ‘dolorosa’ della chiusura di centrali oggettivamente poco sicure) e gli italiani hanno irresponsabilmente e furbescamente appoggiato la resistenza francese, invece di abbracciare la politica tedesca di ‘controllo di sicurezza’. Certamente non è questa la strategia più lungimirante per garantire la protezione interna nei confronti di rischi transnazionali.

La politica energetica è uno dei settori nevralgici in cui si è giocata l’avanguardia dell’integrazione economica europea in termini di mercato unico. È certamente il settore su cui scommettere per una crescita ecologicamente sostenibile che accomuni e non divida in una concorrenza sleale i membri di questa grande casa comune.

 

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