NO ai referendum sull’acqua. Soprattutto sulla scheda gialla.


Cosa contiene di così “mercatisticamente” pericoloso la regolamentazione attuale dei servizi pubblici locali che i referendari ci propongono di abrogare? Sì, perché di questo si tratta, ben al di là del servizio idrico. A cadere sotto il si del referendum sarebbe l’intera disciplina dei servizi pubblici locali – con l’eccezione di alcune normative di settore (elettricità, gas, farmacie, trasporto ferroviario regionale) che definiscono regimi particolari, in qualche caso decisamente protezionistici – oltre alla modalità di determinazione della tariffa dei servizi idrici. Questa regolamentazione, più volte rimaneggiata in un estenuante tira e molla tra difensori dei monopoli delle imprese partecipate dai comuni e sostenitori del mercato regolato, dice una cosa molto semplice. I servizi pubblici locali di rilevanza economica, cioè quei servizi di interesse generale che le pubbliche amministrazioni locali erogano al posto del libero mercato quando questo si dimostra incapace di farlo, sono attività imprenditoriali e come tali vanno trattate. E dunque vanno gestite da imprese. Le pubbliche amministrazioni non sono imprese e debbono dunque cercare imprese sul mercato in grado di farlo per loro. Oppure possono costituire esse stesse imprese con soci privati, anch’essi da trovare sul mercato, che abbiano capacità imprenditoriali e operative. Oppure, in casi residuali, possono costituire imprese a loro strettamente legate come se fossero propaggini dei loro uffici. Sempre rispettando i principi costituzionali e comunitari di pubblicità e trasparenza. Ovviamente per gestire in forma di impresa occorre investire. E per investire in modo efficiente occorre generare e misurare rendimenti. Rendimenti che debbono essere incorporati nel calcolo di determinazione delle tariffe. Esattamente ciò che il secondo referendum impedirebbe in modo del tutto irrazionale e dannoso per quanto riguarda il servizio idrico. Quale idea regge questo impianto generale che si vorrebbe cancellare? L’idea assai semplice per cui soggetti privati e imprese possono curare interessi di carattere generale, nel quadro di una regolamentazione pubblica, senza che ne risulti diminuito il ruolo di tutela degli utenti dei servizi. Anche i soggetti privati possono produrre beni pubblici. L’equazione tra interesse pubblico, bene pubblico e pubblica amministrazione è venuta meno da tempo. E la nostra costituzione, per altro ormai duttilmente intrecciata con il diritto comunitario, ne ha preso da sempre atto. Dove dovremmo andare a cercare l’attuazione del principio di sussidiarietà se non – tra l’altro – nella possibilità di regolamentare la fornitura privata di beni e servizi pubblici? La distinzione tra difesa dell’interesse pubblico alla produzione (e alla regolamentazione) del servizio e gestione del servizio affidata a soggetti privati non è forse alla base del sistema pubblico dell’istruzione? E’ forse l’istruzione un bene “mercatizzabile” più dell’acqua? Temo che il sì al referendum sui servizi pubblici locali e a quello sulla determinazione delle tariffe del servizio idrico, per certi versi molto più dannoso del primo, siano in realtà due sì ad un vecchio modo di vedere i rapporti tra società e amministrazione pubblica, nel quale l’amministrazione ha il monopolio dell’interesse pubblico. E nel quale remunerare il capitale investito torna ad essere un tabù. Con buona pace dell’efficienza degli stessi investimenti pubblici. Una vecchia idea di stato, in altri termini, erosa ormai dal basso e dall’alto. Un’idea che abbiamo sostituito anche nei nostri modi di pensare, che abbiamo poliarchicamente consegnato al passato, che abbiamo più volte constatato essere all’origine di molti ritardi e di molti mali. Perché tornare indietro?

49 Comments

  1. Giovanni Bianco ha detto:

    Dissento, come ho già avuto modo di scrivere, dalle tesi di Giorgio sui quesiti referendari sull’acqua. Occorre muovere dall’intagibilità dell’acqua quale bene pubblico e dalle gravi conseguenze che una sua privatizzazione comporterebbe. Ricordo quel passo della “Caritas in veritate” in cui è scritto “la Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico e facendolo deve difendere la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti”.

  2. Stefano Ceccanti ha detto:

    Ma non e’ che il suolo sia statalizzato…

  3. Giovanni Bianco ha detto:

    Se parliamo di un bene pubblico o di “doni della creazione appartenenti a tutti” dobbiamo trarne le conseguenze, senza deroghe o soluzioni flessibili che vanno in una direzione opposta a quella auspicata. Questa è poi la tesi, sia pure talora con sfumature diverse, sostenuta da buona parte dei cattolici democratici e progressisti.

  4. Roberto ha detto:

    I prezzi rimarranno bassi? I privati sono interessati a migliorare la rete idrica?

  5. Stefano Ceccanti ha detto:

    Bene publico non significa automaticamente gestione publica diretta, signiifica di norma che i pubbicii poteri lo regolano, dall’istruzione alla sanita’, ecc,, come mi mi sembra sottolinei in particolare l’art 118 cost, poi la gestione puo’ essere di varie tipologie

  6. Stefano Ceccanti ha detto:

    Viste le esigenze di rientro dal debito pubblico senz’altro gli invetsimenti non possono incrementarlo..

  7. Roberto ha detto:

    non capisco

  8. Roberto Ceccarelli ha detto:

    Caro Prof, se non ci trovassimo in Italia sarei d’accordo, ma da noi non esiste l’imprenditore privato visto che tutte le società di gestione di servizi idrici sono di diritto privato a maggioranza pubblica, ma i privati che detengono il 49% esprimono amministratori delegati e Direttori Generali incidendo fortemente sulla governance delle Aziende, mentre i rappresentanti espressi dalla politica nei CdA in quanto divisi dalle diverse appartenenze politiche non riescono ad incidere…..

  9. Giovanni Bianco ha detto:

    L’acqua è un “bene pubblico puro” nel senso che deve essere “un bene comune per tutti”, com’è stato opportunamente sostenuto dal “Forum italiano dei movimenti per l’acqua”, cioè un “bene indisponibile” da cui non si può trarre profitto privato.
    Questo si evince pure, come suscritto, dalla “Caritas in veritate”.

  10. Giovanni Bianco ha detto:

    Con riguardo alla “Caritas in veritate” è, peraltro, importante anche il passo successivo a quello surriferito: “E’necessario che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani senza nè distinzioni nè discriminazioni”.

  11. stefano ceccanti ha detto:

    Dalla caritas in veritate non si deduce immediatamente nulla. In generale per il Magistero il bene comuune non e’ monopolio di una gestione politica diretta

  12. giuseppe croce ha detto:

    Temo che sull’acqua il catto-progressismo finisca per mostrare tutti suoi limiti, vittima di riflessi condizionati di cui fatica a liberarsi, dietro lo spauracchio di simulacri (beni pubblici) e tabu (profitto) assai poco laicamente considerati. Una volta garantita la proprietà pubblica delle risorse idriche e le forme opportune ed efficaci di regolamentazione pubblica (questa è le vera sfida), la gestione privata può realizzare gli interessi della collettività molto meglio di quella pubblica. Una breve lettura consigliata: http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1400&Itemid=1

  13. Giovanni Bianco ha detto:

    Due brevi osservazioni.La Caritas in veritate è un testo che sul tema in questione si esprime in termini perspicui e non è un caso che sia stato richiamato più volte dai sacerdoti impegnati nella battaglia referendaria; in secondo luogo se un bene è “pubblico puro” ciò implica delle necessarie conseguenze sulla possibilità o meno di ricavarne profitto.

  14. stefano ceccanti ha detto:

    A me sembra a avusiva l’identificazione tra bene pubblico e gestione necessariamente pubblica non lo fa la civ e non lo fa il 118 cosy su cui in ultimo e’ pacifico che le attivita’ di interesse generale podsano anche essere di di soggetti profit

  15. Giovanni Bianco ha detto:

    Ribadisco che dissento da questa posizione soprattutto perchè che l’acqua è un bene pubblico puro “comune a tutti”, cioè “indisponibile”.

  16. Carlo Riviello ha detto:

    2 NO tondi tondi (+ altri 2), senza se e senza ma.

  17. Roberto Ceccarelli ha detto:

    Ma in Italia esiste davvero il privato che investe il proprio denaro senza chiedere aiuto al pubblico? Non siamo in Gran Bretagna o negli USA, dove l libero mercato è una realtà, da noi tra catto-comunisti e destra statalista il libero mercato è un sogno….

  18. Luca ha detto:

    Aderisco a questi 2 no.
    Non saprei aggiungere di meglio.

    (E sugli altri 2? Che si dice?)

  19. Giovanni Bianco ha detto:

    Non posso che confermare che dissento profondamente da non poche tesi sostenute nei commenti e dall’articolo di Giorgio, evidentemente si sottovaluta la particolare natura del “bene acqua”, magari evocando un mitico mercato anglosassone che non esiste e che presenta non pochi scompensi. Trovo, peraltro,che sia ragionevole la posizione ufficiale delle forze del centrosinistra, tra cui qualle del Pd, schieratasi per votare quattro si.

  20. Stefano Ceccanti ha detto:

    in realtà da vari anni soprattutto nella mia Toscana il mercato anglosassone sull’acqua che coinvolge i privati esiste eccome, già ai tempi del Pds….resta inoltre il problema sollevato soprattutto dalla scheda gialla, chi paga per gli investimenti sulla rete se si esclude a priori il privato e se il debito pubblico non si può espandere? Forse esiste poco il mercato inglese, ma non esiste più la crescita del debito italiano

  21. Giovanni Bianco ha detto:

    Anzitutto voglio ricordare quel che affermo Alex Zanotelli alla fine di una marcia in difesa dell’acqua “bene pubblico” del 30 novembre 2007:”senza beni comuni come l’acqua e l’aria non possiamo vivere: sono diritti fondamentali degli esseri umani fin dalla nascita e non si possono ridurre a merce”. Questo pensiero così forte e chiaro può, a mio avviso, sintetizzare gli intenti dei sostenitori del “si” che puntano ad una “ripubblicizzazione integrale” dell’acqua.Inoltre, siamo così sicuri che non si possa sottrarre l’acqua alla logica del profitto evitando conseguenze eccessivamente gravose per lo Stato e l’economia pubblica e gravi inefficenze? Insomma, qui si sta parlando di “privatizzazione di un monopolio naturale” dimenticando che studi teorici ci dicono che se i costi di gestione sono alti può risultare più efficiente fornire il bene su base pubblica basando gli introiti mediante il sistema tributario generale, sebbene la fornitura pubblica possa eventualmente creare talune distorsioni (v.Stiglitz, Economia del settore pubblico).
    Quanto all’esempio della Toscana, mi lascia perplesso anche perchè, da quanto mi risulta, i costi delle bollette sono aumentati in modo consistente, e dunque non si è prodotto un vantaggio per il consumatore.

    • Claudio Mori ha detto:

      Ho deciso: tre Sì e un No, sulla scheda gialla, ma anche prima di leggerti. E sono uno che di acqua pubblica mal gestita me ne intendo: a Fabrica di Roma, gestione pubblica, abbiamo fino a 88 microgrammi di Arsenico per litro, il limite Europeo è 10….E la ASL, d’accordo con la nostra Amministrazione, ha taciuto, non ha dato informazione fino a quando i 2 Consiglieri radicali in regione, a dicembre, non hanno fatto interrogazioni in proposito. A tutt’oggi, elezioni che hanno cambiato il Sindaco e il partito di maggioranza, nessuna nuova per i cittadini; io mi porto l’acqua in taniche dalle fontanelle di Roma…

  22. stefano ceccanti ha detto:

    E se invece si carica il prezzo sulla fiscalita’ generale si fa una scelta migliore? E se i partiti si appesantiscono nominando propri esponenti nelle societa’ che gestiscono creando dei cortocircuiti tra spesa e consenso il problema non c’e’e?

  23. Giovanni Bianco ha detto:

    Questo è un problema politico a determinate condizioni risolvibile, tuttavia a mio parere, lo ribadisco, il presupposto insuperabile è la particolarità dell’acqua quale bene pubblico puro, quale “bene economico sui generis”, e la conseguenza necessaria che il servizio idrico deve essere gestito da enti di diritto pubblico, l’accesso all’acqua deve essere inteso in temini giuridici, com’è stato fondatamente scritto, un diritto sociale e collettivo (e sul tema prorpio in Toscana,a Firenze, vi è stato un bel Convegno nel 2006, “Diritto all’acqua contro la povertà”).

  24. Stefano Ceccanti ha detto:

    ho capito, anziché discutere sul rapporto tra fini e mezzi si pensa di risolvere tutto col richiamo ai “principi non negoziabili”.. interessante analogia con la destra cristiana su altri temi…

  25. Stefano Ceccanti ha detto:

    qui, invece, senza risolvere coi rprincipi non negoziabili, Marco Campione spiega perché dalla proposta di legge del Pd (primo firmatario Bersani) lui vota un sì e un no sull’acqua, il no sulla scheda gialla
    http://marcocampione.wordpress.com/2011/06/04/referendum-acqua-si-no/

  26. Stefano Ceccanti ha detto:

    e ora anche la newsletter dalemiana doce di votare No sulla scheda gialla
    http://www.leftwing.it/politica/353/si-e-no

  27. Stefano Ceccanti ha detto:

    la Toscana ve la spiega qui Erasmo D’Angelis, per anni corrispondente del Manifesto da Firenze…
    http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=127120

  28. Carlo Riviello ha detto:

    Caro Giovanni, la tua mi sembra – e con tutta la comprensione e la buona fede possibili – una posizione ostinatamente ideologica, peraltro ricorrente nelle tue riflessioni sul blog.

    Ora, senza escludere speculari attitudini di stampo “mercatista” – ma non è davvero il caso qui, a partire dalla come sempre lucida e stimolante riflessione di Giorgio – consiglierei di accantonare posizioni esclusivamente prescrittive (“il servizio idrico DEVE essere gestito da enti di diritto pubblico, l’accesso all’acqua DEVE essere inteso in temini giuridici…”), unitamente al riferimento addirittura a posizioni di ultra-pauperismo afro-cristiano à la Zanotelli, del tutto antistoriche e decontestualizzate, rispetto alle realtà a noi più vicine, e alle versioni più aggiornate della stessa dottrina sociale della Chiesa, in cui il riconoscimento della bontà della libera intrapresa (anche nei Paesi in via di sviluppo!) sia pure temperata dai necessari contrappesi, risulta chiaro almeno a tutti coloro che non nutrono una visione complottista dell’economia.

    Non sono un tecnico della materia, il cui merito è già a sufficienza sviluppato nelle riflessioni di cui ai links riportati da precedenti post, ma il punto da affrontare, in questo come in molti altri settori, da parte dei difensori del modello di gestione di matrice pubblicistica del patrimonio idrico, e che già posi in evidenza in altra occasione, a mio parere è il seguente: così come organizzato oggi, allorchè sottoposto a verifica empirica, risulta esso rispondente a parametri di efficacia/efficienza/economicità o no?
    E da vecchio appassionato della questione del dualismo socio-economico (ed infrastrutturale) che tuttora caratterizza, e affligge, il Paese, aggiungerei: nel Mezzogiorno?

    Ecco, basterebbe rispondere a questo semplice interrogativo (e sappiamo già come), perché le “nobili” argomentazioni dei referendari – anche di quei pochi che non intendono farne strumento di spallate politico/parlamentari – possano tranquillamente venire derubricate nella migliore delle ipotesi a velleitarismo esoterico, e nella peggiore a ciarpame, ciarpame ideologico.
    Buono, riconosciamolo, a “difendere” più che le ragioni dell’equità – le quali hanno bisogno di soluzioni finalmente innovative e che riescano a suscitare e mobilitare il massimo di pluralità di soggetti e capitali – più prosaicamente quelle di apparati burocratici somiglianti a vere e proprie manomorte.
    A livello centrale come, e in molti casi soprattutto, locale.

  29. Giovanni ha detto:

    Vi porto l’esempio di Biella, capoluogo di provincia in cui il bene idrico è stato fondamentale per la crescita dell’industria tessile ma non solo (conoscete la birra Menabrea, il cui segreto è l’acqua??)…

    All’inizio degli anni ’90 il Comune si indebitò per 30 miliardi di Lire circa con le banche per rinnovare la rete idrica. Il sindaco era di una giunta di centrosinistra e pochi anni dopo vennne modificato il quadro normativo: la Legge di riferimento divenne la Galli del ’97 (che seguiva in tema la Legge Merli e fu elaborata dal governo Prodi I e da Bassanini). Dunque: i comuni della Provincia di Biella (Biella stessa in testa) avrebbero dovuto fare investimenti per ulteriori 45 miliardi circa per rinnovare la rete, costruire impianti per depurare l’acqua e per non disperderla migliorando la rete fognaria (grandissimo problema!). Per fare ciò avrebbero dovuto nuovamente indebitarsi con le banche aprendo un mutuo (con un elevato costo per la collettività a causa del tasso d’interesse e aggravando il bilancio comunale), che sarebbe ancora lì da pagare senza possibilità di utili per il Comune. Cosa si fece: fu costituita una s.p.a che oggi gestisce l’acqua con criteri manageriali (per il 40% in mano pubblica), a cui fu affidata la concessione della gestione del servizio idrico integrato e che si fece carico degli investimenti che avrebbero dovuto sostenere i bilanci comunali. Risultato: a Biella si depura il 90% dell’acqua, se ne disperde una quantità decisamente inferiore rispetto ai tempi della gestione diretta del Comune, le tariffe sono concorrenziali (ben più basse della media di Germania e Francia per dire: 1,2 euro/metrocubo di media),il servizio è gestito da questa s.p.a (ripeto, per il 40% in mano pubblica) che ha un patrimonio di 110 milioni di Euro e oggi il Comune – dando in gestione la rete idrica – potrebbe guadagnare 1.000.000 di Euro l’anno di mero canone concessorio (a fronte di una spèsa iniziale pari a 0 Euro) per costruire asili, infrastrutture per lo sport, la salute etc. Basta fare le cose per bene!

  30. fulvia ha detto:

    Concordo pienamente con Giovanni Bianco.
    (inoltre mi sembra molto riduttivo voler applicare a questo tema delle categorie e dietrologie ideologiche).

  31. Giorgio Tonini ha detto:

    Come contributo a questa bella discussione, allego la nota che ho posto sulla mia bacheca di fb: Domenica prossima andrò a votare, perché credo nel referendum come strumento di democrazia e non posso condividere l’andazzo invalso da tempo per cui chi si oppone ad una proposta di abrogazione, invece di fare campagna per il NO, si mette a promuovere attivamente l’astensione. In questo modo il gioco viene truccato e viene meno perfino la segretezza del voto. In passato ho presentato anche disegni di legge di riduzione del quorum, proprio per salvare l’istituto referendario.
    Voterò SI al quesito sul legittimo impedimento, anche se dopo la sentenza della Corte costituzionale è rimasto ben poco da abrogare di quella legge-vergogna.
    Penso invece che voterò NO al referendum sul nucleare, perché non vedo la necessità di tagliarci tutti i ponti alle spalle, noi che siamo l’unico grande paese del mondo che NON ha alcuna centrale nucleare in funzione. Penso sia cosa giusta e saggia partecipare alla riflessione in atto in tutto il mondo e ad un filone di ricerca strategico per il futuro dell’umanità. E penso che sarebbe ora che fosse l’Europa a darsi un piano energetico comune, mettendo in rete le diverse fonti energetiche.
    Penso che voterò NO anche ai due quesiti sull’acqua. Per le ragioni esposte nel dossier de lavoce.info, che mi paiono degne di considerazione. E perché vedo un rischio di regressione culturale rispetto alla stagione del primo Ulivo, che aveva tra i suoi capisaldi la distinzione tra pubblico e statale: non tutto ciò che è pubblico deve per forza essere gestito da istituzioni pubbliche. Sulla base di regole certe, è possibile e anzi auspicabile, in nome del principio di sussidiarietà, che possano esserci servizi pubblici svolti da soggetti privati o privato-sociali.
    In ogni caso, facciamo del referendum una occasione di confronto serio e sereno sulla base di argomenti e non l’ennesima occasione di scontro tra fazioni intolleranti.

    • Luca ha detto:

      Bravo Giorgio!
      Io sono per 4 no, dunque anche per quello sul legittimo impedimento.
      A meno che, da qui all’11 non dividono Pm carriere e funzioni di giudici e PM. Fino ad allora: à la guerre comme à la guerre!

  32. Giovanni Bianco ha detto:

    Due brevi risposte. Mi sembra eccessivo paragonare nobili posizioni cattolico progressiste a quelle della destra cristiana su altri temi. E’ importante porre l’accento sulla peculiarietà del “bene acqua”, pure affrontando il tema anche con argomentazioni culturali e scientifiche. Dinanzi alle quali le risposte fornite non mi sembrano convincenti, pur rispettandole.
    Quanto poi alle posizioni ideologiche, mi pare che quelle di Carlo Riviello siano state spesso piuttosto intransigenti da un angolo visuale opposto al mio e sono lieto che ora vi sia rispetto reciproco.
    Non penso che i sostenitori del si, che poi è la posizione ufficiale dello stesso Pd, siano tutti dei poveri sprovveduti idologicizzati, dire questo mi sembra un tantino fuorviante.
    Consiglio, inoltre, di riflettere sulle posizioni assunte da coraggiosi testimoni del Vangelo e del nostro tempo, quali Zanotelli, senza sminuirle

  33. Stefano Ceccanti ha detto:

    Non ho paragonato il contenuto, ma il metodo. In genere in ogni decisione politica ci sono più principi da contemperare, non uno solo, e la scelta dei mezzi deve considerare di ognuno di essi vantaggi e svantaggi. Questo è il senso della mediazione politica. Vale per la vita come per l’acqua.

  34. Giovanni Bianco ha detto:

    Mi pare che sia una forzatura anche soltanto il parlare di analogia di metodo con le posizioni e gli atteggiamenti della destra cristiana. Si sta discutendo anzitutto in termini di costi e benefici, sulla peculiare natura del bene in questione, sul perchè la sua privatizzazione comporterebbe conseguenze disastrose, nel lungo periodo, per lo stesso futuro del genere umano.
    Insomma, il parlare dell’acqua quale un diritto sociale e collettivo non significa assumere una posizione veteroideologica. E poi, mi chiedo, come ricordavo stamane, perchè sul piano teorico studiosi di peso parlano di migliore efficienza di un servizio idrico pubblico?

  35. Stefano Ceccanti ha detto:

    Infatti il problema è non escludere a prori la possibilità di intervento del privato o di gestioni miste, come farebbe la scheda gialla.
    Qui sotto le riflessioni di Pietro Ichino

    editoriale per la Newsletter n. 113, del 26 luglio 2010

    Su due dei quattro quesiti referendari sui quali siamo chiamati a votare domenica prossima mi trovo nella situazione che ho cercato di spiegare qualche tempo fa (Morale e politica): quella del conflitto tra ragion politica e ragione intellettuale. È questo un caso tipico in cui la logica che presiede alle scelte del buon politico, il quale non può prescindere dal consenso a breve termine, diverge dalla logica che muove lo studioso e l’opinionista serio, il quale deve dire fino in fondo quello di cui è convinto, sulla base dei suoi studi e ricerche, senza curarsi dell’impopolarità.
    Il mio partito invita gli elettori a votare quattro “sì”. Nessun problema, per quel che mi riguarda, sul legittimo impedimento: qui voterò “sì” con convinzione. Un problema facilmente superabile per il primo quesito sull’acqua: qui sul piano tecnico-giuridico anche il “sì” è compatibile con le mie convinzioni. Le scelte delle quali capisco la ragione politica contingente ma dalle quali le mie convinzioni personali divergono sono le altre due: quella relativa al secondo quesito sull’acqua e quella relativa al quesito che originariamente verteva sul nucleare.
    Vediamole una per una.

    LEGITTIMO IMPEDIMENTO (scheda verde)
    Qui la Corte costituzionale ha già provveduto ad abrogare la parte eccessiva della legge 7 aprile 2010 n. 51, che avrebbe consentito al capo del Governo e ai ministri di sottrarsi a qualsiasi procedimento penale: così ridimensionata, la legge n. 51/2011 si riduce sostanzialmente a una specificazione, in riferimento ai membri del Governo, della regola generale posta dall’articolo 420-ter del codice di procedura penale, a norma del quale “quando l’imputato […] non si presenta all’udienza e risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice […] rinvia ad una nuova udienza”. È vero, dunque, che l’abrogazione della parte della legge n. 51/2010 rimasta dopo il taglio operato dalla Consulta non avrà alcun effetto pratico apprezzabile sul piano tecnico-giuridico. Tuttavia, l’abrogazione anche di questa parte residua della legge ha un significato politico molto importante: è la manifestazione del rifiuto, da parte degli italiani, della prassi nefasta delle leggi ad personam, delle riforme della giustizia ideate con l’obiettivo primario di risolvere un problema personale del premier. La nostra amministrazione giudiziaria ha certamente bisogno di riforme, soprattutto sul piano organizzativo; ma quelle fin qui attuate o tentate dal Governo Berlusconi sono sempre state viziate dal fatto di essere mosse da un solo interesse prioritario, che non era quello dell’intera collettività.
    Condivido dunque pienamente l’indicazione del Pd a favore del “sì”.

    PRIMO QUESITO SULL’ACQUA (scheda rossa)
    Questo quesito riguarda l’abrogazione dell’articolo 23-bis, sui “servizi pubblici locali di rilevanza economica”, del d.-l. n. 112/2008, già modificato nel 2009. La norma stabilisce che – ferma la proprietà pubblica degli impianti – la gestione del servizio di distribuzione dell’acqua (ma anche di altri servizi pubblici, come la rimozione e smaltimento dei rifiuti), deve essere affidata, alternativamente: a) a imprese private scelte mediante gara; b) a società controllate dall’ente pubblico, ma nelle quali un soggetto privato detenga almeno il 40% del capitale (questo al fine di garantire almeno un controllo interno sulla correttezza della gestione, incentivato da un rilevante interesse economico). Questa norma costituisce attuazione particolarmente rigorosa di un principio di diritto europeo, che impone regole concorrenziali minime in materia di gara a evidenza pubblica per l’affidamento dei servizi pubblici di rilevanza economica. L’abrogazione di questo articolo 23-bis non farebbe venir meno la normativa comunitaria, né – ancor meno – impedirebbe l’affidamento di questi servizi pubblici da parte dei comuni o loro consorzi a gestori privati: l’effetto sarebbe soltanto di allentare il vincolo circa la verifica dell’economicità della gestione.
    Nelle settimane scorse ho esposto, su questo sito, i motivi del mio orientamento favorevole al principio comunitario dell’affidamento del servizio all’operatore più efficiente (Referendum sull’acqua: un chiarimento necessario; v. in proposito anche l’articolo di Andrea Boitani e Antonio Massarutto, pubblicato su lavoce.info il 17 maggio scorso). A ben vedere questo principio non è contraddetto dall’abrogazione dell’articolo 23-bis, che ne costituisce soltanto una possibile attuazione: un altro modo di attuarlo è quello indicato nel disegno di legge presentato in Parlamento dal Pd, che effettivamente è più compiuto e per alcuni aspetti anche più coerente con la normativa europea. Dunque, pur non condividendo gli intendimenti di gran parte dei promotori di questo referendum, non ho particolari difficoltà a seguire l’indicazione del mio partito, favorevole al “sì” su questo quesito.

    SECONDO QUESITO SULL’ACQUA (scheda gialla)
    Il primo comma dell’art. 154 del d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 (Norme in materia ambientale) recita: “La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia […] Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo”. Il referendum mira all’abrogazione delle parole qui evidenziate in grassetto.
    Ora, è evidente che, se la tariffa basta per coprire soltanto i costi di gestione del servizio, ma non la remunerazione del capitale investito, nessun operatore privato investirà su questo servizio: lo potrà fare soltanto un ente pubblico. Poiché oggi né lo Stato né le Regioni né i Comuni dispongono dei capitali necessari per la manutenzione straordinaria di cui la nostra rete idrica ha urgente necessità, essi dovranno prendere il denaro a prestito nel mercato finanziario, accollandosi i relativi interessi. Il quesito referendario può dunque tradursi così: “preferite voi che il capitale necessario per la manutenzione della rete idrica sia reperito e investito dalle amministrazioni pubbliche, con relativa remunerazione a carico di tutti i contribuenti, oppure che esso sia reperito e investito da imprese private sotto il controllo delle amministrazioni pubbliche, con relativa remunerazione a carico degli utenti del servizio, in proporzione all’uso che ne fanno?”. Chi preferisce la prima soluzione vota “sì” (cioè a favore dell’abrogazione della norma che prevede il capitale investito sia remunerato dalla tariffa), mentre chi preferisce la seconda soluzione vota “no”.
    Così stando le cose, mentre il “sì” sul primo quesito (scheda rossa) lascia aperta la possibilità di scelta tra l’affidamento della gestione del servizio a un’azienda municipale o a un’impresa privata selezionata mediante gara, invece il “sì” sul secondo quesito (scheda gialla) taglia – per così dire – le gambe a quest’ultima opzione: la rende di fatto impossibile. A meno che, come sovente è accaduto in passato quando ancora i referendum raggiungevano il quorum, ci si riservi di disattendere l’abrogazione facendo rientrare la remunerazione del capitale investito nei “costi di gestione delle opere”: ma questo sarebbe davvero politicamente disonesto. D’altra parte, nonostante che la Corte costituzionale abbia considerato questo esito compatibile con il vincolo europeo di cui ho detto sopra, a me sembra invece che esso possa anche essere considerato non compatibile, poiché se la tariffa non copre la remunerazione del capitale investito il servizio resta chiuso a qualsiasi possibile concorrenza tra imprese.
    Che fare dunque nel mio caso, essendo io convinto invece che una concorrenza tra imprese ben regolata (con il loro apporto di capitali) sia utilissima per il miglioramento del servizio e la riduzione del suo costo? Il mio commitment, che compare da tre anni nella home page di questo sito, è “verso i miei lettori ed elettori, continuare a dire, scrivere e proporre in modo chiaro e diretto tutto quello che penso; verso il partito che ho contribuito a fondare, la massima lealtà nel voto”. Con questo editoriale sto adempiendo al primo impegno; domenica prossimo adempirò correttamente il secondo.

    QUESITO SUL NUCLEARE (scheda grigia)
    L’art. 5 del decreto-legge c.d. “omnibus”, 31 marzo 2011 n. 34, aveva abrogato le norme contenute nelle leggi n. 133/2008 e n. 99/2009 che disponevano l’avviamento di un nuovo programma nucleare italiano, rinviando di un anno ogni decisione in proposito. La Corte di Cassazione nei giorni scorsi ha ritenuto che il nuovo testo legislativo contenesse pur sempre disposizioni orientate nella stessa direzione di quelle abrogate, quindi suscettibili di essere sottoposte a referendum. Essa ha quindi modificato il quesito referendario spostandolo su queste nuove disposizioni. Senonché, esaminato da vicino, il nuovo quesito risultante dalla sentenza della Corte di Cassazione ha ormai ben poco a che fare con la scelta dell’energia nucleare: esso riguarda soltanto la partecipazione dell’Agenzia italiana alle iniziative per la sicurezza delle altre agenzie europee e la disposizione che impegna il Governo a predisporre il piano energetico nazionale, senza specificarne il contenuto. Sul piano strettamente tecnico-giuridico, il “sì” e il “no” non riguardano dunque più la scelta se produrre in Italia energia con l’atomo o in altro modo.
    Sul piano politico, tuttavia, il significato del “sì” o del “no” su questi quesiti resta quello originario. Non ci si può pertanto esimere dal prendere posizione. Propongo dunque le mie brevi considerazioni che seguono, da profano della materia, con i conseguenti interrogativi.

    1. Votare contro le centrali atomiche, come abbiamo fatto nel referendum del 1987 a seguito del disastro di Chernobil, per poi acquistare a caro prezzo un quarto dell’energia elettrica che ci è indispensabile dalla Francia, la quale la produce con centrali atomiche, delle quali alcune situate a pochi chilometri dal confine con l’Italia, è cosa insensata sul piano economico e disonesta sul piano politico. A meno che noi riconosciamo di essere meno capaci dei francesi in questo campo.

    2. Se col nostro “sì” al referendum non intendiamo dire questo, sarà bene che chiariamo come altrimenti intendiamo procurarci l’energia di cui abbiamo bisogno. Sui giornali è molto diffusa la tesi secondo cui quel 25 per cento di energia possiamo produrlo sfruttando il sole e il vento. Senonché nella fascia oraria serale, nella quale si verifica il picco del consumo di elettricità, il sole non c’è; per giunta capita anche che non soffi il vento. E non esistono accumulatori che ci consentano di accantonare energia solare o eolica al mattino per consumarla la sera. Dunque, se rinunciamo all’energia nucleare francese, ma nel contempo diciamo che non intendiamo acquistare all’estero e bruciare in casa nostra una maggiore quantità di combustibile fossile (petrolio, carbone o gas), come intendiamo provvedere al fabbisogno?

    3. È pure diffusa la tesi secondo cui potremmo risolvere il problema modificando le nostre abitudini di consumo energetico. Ma tutti gli esperti concordano sul punto che anche una modifica drastica delle nostre abitudini non potrebbe produrre più che una riduzione marginale. Viceversa, se vogliamo aumentare le nostre attività produttive, occorrerà programmare una corrispondente maggiore disponibilità di energia elettrica. Come intendiamo conciliare la crescita economica indispensabile al Paese con una riduzione dei consumi elettrici?

    4. È vero che anche Germania e Svizzera dopo Fukushima hanno deciso una moratoria nucleare. Ma è anche vero che nessuno dei due Paesi ha chiarito come intende sostituire l’energia prodotta con le centrali nucleari. Non sarà forse che in entrambi i casi si è trattato di un atto politico compiuto per far fronte all’onda dell’emozione per il disastro di Fukushima, con la riserva mentale di non considerare questa decisione definitiva e irreversibile?

    5. La vera grande obiezione contro il nucleare è che produrlo in modo totalmente sicuro, e stoccare in modo altrettanto sicuro le scorie, costa troppo. Ma se rinunciare al nucleare significa inevitabilmente, per la maggior parte, bruciare più petrolio, più carbone e/o più gas, dobbiamo fare il conto del danno all’ambiente, alla salute e alla pace nel mondo prodotto dall’uso dei combustibili fossili, dall’anidride carbonica e dalle polveri fini diffuse nell’atmosfera (è un danno che colpisce meno l’opinione pubblica, ma si misura in milioni di malati e di morti).

    6. Da molti decenni l’Italia è circondata, come lo è tuttora, da decine di centrali atomiche che funzionano a pieno regime, a pochi chilometri dai suoi confini, con un impatto ambientale incomparabilmente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato prodotto dai combustibili fossili necessari per produrre la stessa quantità di energia elettrica. Qualcuno ha calcolato i costi in termini di vite umane, di salute e di inquinamento che lo stesso nostro Paese avrebbe sofferto se in questi decenni si fossero, invece, trasportati e bruciati intorno a noi miliardi di tonnellate in più di carbone e di barili di petrolio?

    7. La Micronesia ha citato in giudizio con intendimento simbolico, ma fortemente significativo, il Governo ceco per l’aumento del livello delle acque oceaniche prodotto in prospettiva dalla centrale a carbone Prunerov-2, la più grande d’Europa, con le sue enormi emissioni di CO2. Soltanto una delle tante. Ne vogliamo davvero aggiungere qualche decina? Se non lo vogliamo, non è forse più realistico, più economico e meno pericoloso, per l’umanità e per il nostro pianeta, affrontare il costo – per quanto elevato – delle misure di assoluta sicurezza nella produzione con centrali atomiche, che la migliore tecnologia oggi ci offre?

    In attesa di una risposta convincente a questi interrogativi, le mie opinioni sulla questione del nucleare rimangono quelle che ho espresso anche pubblicamente prima e dopo lo tsunami di Fukushima (Nucleare: il mestiere diverso del politico e dello scienziato, marzo 2011).
    Quello di Fukushima, però, è stato uno tsunami anche per gli orientamenti dell’opinione pubblica mondiale: sul piano politico ha prodotto un’onda a cui era ed è impossibile resistere. Tanto è vero che ha travolto anche la scelta nuclearista compiuta con grande convinzione dal Governo italiano nel 2008 e 2009. Capisco bene, dunque, i motivi che determinano lo schieramento del Partito democratico in questa campagna referendaria: anche questo è uno dei casi nei quali la ragion politica, necessariamente focalizzata sul consenso possibile a breve termine, diverge dalla ragione intellettuale, che per sua natura prescinde dal criterio della popolarità. Vale dunque per me anche in questo caso la regola che ho indicato in riferimento al secondo quesito sull’acqua: lealtà verso il partito nel voto, lealtà verso i miei lettori ed elettori nel dire comunque in modo chiaro e diretto tutto quello che penso. Anche a costo di non potermi considerare un buon politico: il mio ruolo, anche all’interno del mio partito, è un altro.
    Come ho detto altrove (rinvio ancora a Morale e politica), penso che anche di questo ruolo meno politico la politica abbia sempre grande bisogno, se vuol essere capace di mettere in comunicazione il consenso di oggi con quello di domani.

  36. Carlo Riviello ha detto:

    Giovanni, e magari pure Fulvia (mica altra vecchia gloria in fuciland?) non vorrei davvero personalizzare, ma ammesso pure un mio tasso di “intransigenza” (diverso dall’intransigentismo…ideologico), credo che esso possa ben convivere con un ragionevole pragmatismo, quando non con il puro e semplice senso della realtà.
    Quello stesso che mi porta ad interrogare, con riferimento all’oggetto della nostra discussione, e come accade di solito quando si è consapevoli della propria ignoranza in qualche materia, i dati empirici disponibili, peraltro abbastanza condivisi, sui ricorrenti casi di (mala)gestione (pubblica) della risorsa idrica, come di molte altre, e a darmi risposte conseguenti circa i possibili rimedi.
    Che non passano di sicuro per una pedissequa riproposizione di ricette, che sanno spesso di “pose”, per l’appunto, ideologiche, come di una soluzione sempre e comunque statale, o collettiva: e dico sempre e comunque, non essendo io, in generale, nemmeno così contrario a valutare caso per caso il ruolo – regolatorio più che direttamente, e per lo più diseconomicamente, gestionale – che può esercitare il pubblico potere in campo economico.
    Dopodichè, e qui senza nemmeno troppo rispetto, dico la mia: secondo me, tutte stè discussioni possono avere cittadinanza fra di noi, ma ai referendari non frega un fico secco di nulla.
    E il “nobile” scopo di quella che rimane una clamorosa bufala mediatica è per lo meno…doppio rispetto a quanto finora sbandierato, di questo e di tutti gli altri quesiti, tenuto conto che poi l’esistente garantisce, come sempre, la sopravvivenza a numerosi altri “monopolisti”, soprattutto quelli dell’etica pubblica. Con buona pace del vecchio padre Zanotelli, rispettabile, e un po’ decrepito, testimone di un esangue profetismo.
    (E sarebbe interessante, senza troppo farsi scudo delle indubitabili degenerazioni del passato, come dei perduranti “stratagemmi” ad personam del presente, re-introdurre una riflessione a partire dal quesito sul legittimo impedimento, che vedrà anch’esso il mio secco NO, circa i limiti da porre finalmente alla oramai insostenibile ingerenza giudiziaria, sul legittimo e sovrano svolgimento del potere politico elettivo).

  37. Alessandro Canelli ha detto:

    Mai visto citare con tanta insistenza una enciclica estrapolandola da un contesto, quello della Dottrina Sociale, pervaso dal principio di sussidiarietà che sta proprio a barriera contro l’intervento acriticamente pervasivo dello Stato nella vita sociale.
    A quando tanto cieco fervore anche sugli altri dettami dottrinali?

  38. Alessandro Canelli ha detto:

    http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html#IV.%20IL%20PRINCIPIO%20DI%20SUSSIDIARIET%C3%80

    Con il principio della sussidiarietà contrastano forme di accentramento, di burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato e dell’apparato pubblico: « Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese ».400 Il mancato o inadeguato riconoscimento dell’iniziativa privata, anche economica, e della sua funzione pubblica, nonché i monopoli, concorrono a mortificare il principio della sussidiarietà.

  39. Alessandro Canelli ha detto:

    Alla nota 400 stava la fonte della citazione:
    – Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 48: AAS 83 (1991) 854

  40. Giovanni Bianco ha detto:

    Mi pare che anche Canelli dimentica la specificità del bene acqua (su cui come scritto la Caritas in veritate è piuttosto chiara). Comunque, sono lieto di questa discussione da punti di vista diversi, tuttavia non posso che confermare le mie tesi. Lo stesso Pd, se non erro, ha delle posizioni ufficiali ed ha dato delle indicazioni di voto.
    Zanotelli non è “decrepito” nè è un testimone di “esangue profetismo”, basta ascoltarlo e leggerlo: consiglio di cercare su YouTube “No all’acqua come merce”. Non sono tesi ideologiche.
    E’proprio un’analisi realistica che non può non condurci a precise conclusioni sul perchè l’acqua non possa essere privatizzata.

  41. Alessandro Canelli ha detto:

    “No all’acqua come merce” varrà per la Levissima e la Ferrarelle (e non è una battuta, visto i casi incui lo sfruttamento delle fonti è eccessivvo), ma se si discute della gestione del servizio citare queste cose diventa una confusione che finsce per essere sospetta di essere strumentale.
    Non da parte di Zanotelli, ma …

  42. Giovanni Bianco ha detto:

    Nessuna confusione, a tal proposito si possono utilizzare argomenti scientifici, come suscritto, per poter definire l’acqua un diritto sociale e collettivo.

  43. Stefano Ceccanti ha detto:

    Caritas in Veritate che si trova qui in integrale
    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html

    cita sei volte l’acqua:
    al par. 27 per 3 volte parlando chiaramente dei Paesi poveri e in via di sviluppo;
    1 volta nel 43 con la stessa delimitazione;
    al 51 le ultime 2 volte nel contesto dell’impoverimento agricolo.
    Capisco chi ragione a partire da lì, ma non sono riflessioni facilmente esportabili, tanto più che quando il termine bene comune è impegnato in modo più ampio, par. 57, lo fa parlando di sussidiarietà e poliarchia.

  44. Giovanni Bianco ha detto:

    A parte le riflessioni più generali che ho più volte riportato, c’è un passo dell’Enciclica, come suscritto, piuttosto chiaro. Inoltre, e con ciò non voglio ripetermi, se non ricordo male esiste anche una posizione ufficiale dei partiti della coalizione di opposizione e quella del Pd è per i “quattro si”.

  45. Giovanni Bianco ha detto:

    Mi limito ad aggiungere che l’acqua è definita “diritto universale inalienabile” in “Caritas in veritate”,n.27. Inoltre, nel “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” è scritto “l’acqua per la sua stessa natura non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale” così da provvedere “al soddisfacimento del bisogno di tutti e soprattutto delle persone che vivo in povertà”, “il principio della destinazione universale dei beni si applica naturalmente all’acqua” (n.484).

  46. giuseppe croce ha detto:

    Esatto: razionale e solidale. L’uso “razionale” (cioè responsabile) dell’acqua impone la necessità di giudicare e comparare le capacità della mano pubblica e di quella privata di provvedervi. La soluzione migliore, in un mondo realisticamente imperfetto,consiste verosimilmente in una sinergia tra pubblico e privato, che distingua nettamente i rispettivi ruoli, con il primo nel ruolo di proprietario e di controllore e il secondo in quello di produttore del servizio. L’uso razionale è precondizione anche di un uso solidale.

  47. Giovanni Bianco ha detto:

    L’uso razionale dell’acqua, ed i testi riportati sono perspicui, non può prescindere dalla natura del bene in questione quale “diritto universale inalienabile” che non può essere trattato come una mera merce.

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