Bene comune tra realtà e mistificazioni, Claudio Gentili da “Avvenire” di oggi


I referendum hanno “imposto” un’espressione esigente e forte cara ai
cattolici
Finalmente il «bene comune» ma ragioniamoci sul serio

Claudio Gentili

Il dibattito sul referendum, in particolare sulla gestione delle risorse
idriche, ha reso nota a molti una parola chiave della dottrina sociale
cristiana: bene comune. Nelle piazze italiane si può leggere nei tanti
manifesti di chi fa la campagna per il sì: «Acqua bene comune». La
questione è complessa e non si presta a semplificazioni.

L’acqua è considerata – giustamente – un bene che non va privatizzato. Ma
non è questo il tema del quesito referendario. L’argomento del referendum è
un altro. Il bene pubblico “acqua”, poiché per essere depurato e portato ai
cittadini comporta dei costi, è possibile che – restando pubblico – sia
gestito, con gare pubbliche anche da privati? A Cuba e a Londra dicono di
sì. E affidano a privati la gestione dell’acqua, per rendere un servizio
migliore ai cittadini. A Parigi, dove i privati si sono comportati male, la
gestione dell’acqua è tornata pubblica. Vi sono casi in cui pubblico è
bello. E casi in cui la gestione pubblica è sintomo di sprechi,
inefficienze, nepotismi. Vi sono casi in cui privato è efficienza e minori
costi, e casi in cui privato è inefficienza e oneri maggiori.

Ci vogliono organi di controllo terzi (rispetto ai comuni) competenti e con
poteri seri che sorveglino il servizio e i costi sia dei privati che dei
pubblici. Occorre comunque non obbligare ad una gestione privata ma fornire
ai cittadini informazioni sui risultati di diverse gestioni e rendere
trasparente il costo dell’investimento.

Questo è laicamente il tema su cui pronunciarsi. Anche non votando.
L’astensione ha un forte valore politico, specialmente su temi su cui per
molti l’oggetto conta poco e conta più il contesto (un’altra spallata al
governo dopo le amministrative). Il leader del Pd, Pierluigi Bersani, è
firmatario di un disegno di legge sulla gestione privata dell’acqua, ma ora
è “costretto” (non certo per il principio del bene comune) a cavalcare il
referendum. L’ex governatore della Toscana, Claudio Martini, è un convinto
sostenitore della positiva funzione dei privati nella gestione dell’acqua.
Ad Arezzo invece la popolazione è indignata perché la gestione privata
dell’acqua ha fatto lievitare in modo inaccettabile la bolletta. Altrove la
bolletta non lievita, però i Comuni non investono, l’acqua viene sprecata e
si mettono a carico delle generazioni future le inefficienze. In barba al
bene comune.

Quello che non convince è la confusione tra il concetto di bene comune e la
demonizzazione del privato da parte di redivivi alfieri del collettivismo.
La dottrina sociale della Chiesa non confonde bene comune e collettivismo.
Il bene comune è «la dimensione sociale e comunitaria del bene morale»
(Compendio della DSC, n. 164). Jacques Maritain definisce il bene comune
«la vita retta della moltitudine». Nulla a che vedere con l’idea della
proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Si può gestire con i privati
un bene comune? La dottrina sociale della Chiesa risponde sì. Infatti il
principio del bene comune non esclude – anzi promuove – il principio di
sussidiarietà. Basti pensare a sanità e istruzione. O le suore che
gestiscono gli asili e i bravi medici degli ospedali privati convenzionati
offendono il bene comune?

Oggi paghiamo poco per il servizio idrico, rispetto alle medie europee. E
buttiamo una parte rilevantissima delle nostre risorse d’acqua. Dei
referendum del prossimo 12 giugno si è parlato poco. Dopo una puntata di
“Anno Zero”, la trasmissione di Gad Lerner “L’infedele” del 6 giugno ha
reso evidente questo corto circuito facendo balenare una sorta di via
idrica al socialismo. Per Ilvo Damianti dalle recenti elezioni
amministrative emerge una voglia di bene comune (confuso con “voglia di
Stato” e “paura del privato”), che mette in discussione le idee “liberal” a
cui negli ultimi venti anni anche la sinistra avrebbe prestato il fianco.
Carlo Petrini ha citato don Milani che voleva l’acqua bene comune (e ieri
Avvenire ha pubblicato quel testo accanto a un’analisi della visione di don
Sturzo). Il leader della Fiom Maurizio Landini ha messo insieme la lotta
contro la Fiat, il referendum sull’acqua e il nuovo modello di sviluppo…

Oggi in Italia l’acqua è gestita male. E spesso è gestita dai trombati dei
partiti che occupano le società municipalizzate e non so quanto facciano
per il bene comune. Non poche volte le basse tariffe sono compensate da
maggiori tasse o da deficit pubblici. Ciò che nel dibattito sull’acqua
merita e, dopo il voto referendario, comunque vada, meriterà ancor più un
approfondimento è il concetto di bene comune. Togliendolo dalle miserie
della polemica politica e della semplificazione. Il bene comune è troppo
importante per essere contrabbandato per un ritorno alla vecchia cultura
dei soviet.

1 Comment

  1. dna ha detto:

    gentili è sempre lucidissimo

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