La mia relazione di giovedì alla Fondazione Lazzati: cattolici, pluralismo, diaspora dopo il Concilio


cattolici nell’Italia unita. Gli anni della diaspora?

Dopo la fine dell’unità politica ora possiamo guardare al pluralismo

di        Stefano Ceccanti
1. Il Concilio per il pluralismo, ma per l’Italia l’unità politica restava necessitata 

Il Concilio ha di fronte a sé una pluralità di esperienze storiche, per lo più positive, nei pochi stati democratici di allora. La positività sperimentata si traduce non casualmente in un’opzione preferenziale per la democrazia che subentra alla precedente indifferenza tra le varie forme di Stato.

C’è un’unità politica vincolante intorno alla Dc italiana, una larga convergenza unitaria di centrodestra ma con un grado di vincolatività decrescente in Germania dentro un partito pluriconfessionale come la Cdu (decrescente dopo il Congresso Spd di bad Godesberg), una convergenza unitaria per ragioni prevalentemente sociali verso il centrosinistra in Inghilterra e soprattutto in America con la Presidenza Kennedy, un pluralismo politico più spostato con un partito dc declinante in Francia e la maggioranza dei praticanti orientata verso i gollisti in Francia.

Niente da stupirsi allora se i testi conciliari esprimano anche un’opzione preferenziale per il pluralismo politico e per il protagonismo dei laici cattolici senza tuttavia chiedere il silenzio politico ai pastori specie sulle materie “miste”. In parte è una conferma, in parte è una spinta propulsiva che problematizza alcuni contesti: basti pensare alla gestione del pluralismo crescente da parte dei vescovi francesi verso il nuovo Partito Socialista.

Attenzione, però: nessuno considera la diaspora, intesa come scelta individuale isolata dalla comunità, come un modello ideale. La diaspora è vista come un modello negativo, di riduzione della fede al privato. Il dibattito è tra unità e pluralismo, dove per quest’ultimo si intende comunque una qualche forma di disponibilità a una verifica comunitaria, a far valere la dimensione pubblica della fede, anche attraverso l’importante mediazione dell’insegnamento sociale.

L’Italia però resta eccezione come unità politica vincolata, ma non tanto e non solo per la presenza della Santa Sede che non aveva comunque annullato una certa possibilità di autonomia, quanto per l’egemonia comunista sulla sinistra. Lo spiega bene Carlo Donat Cattin a un gruppo di giovani cattolici spagnoli tra cui il futuro presidente della Camera, il socialista Gregorio Peces Barba: un programma riformista coerente è difficilmente sostenibile da un partito che ha una maggioranza elettorale strutturalmente moderata, che quindi per la Spagna non è affatto auspicabile, ma in Italia la sinistra è a dominante comunista, quindi non ci sono alternative. Problema analogo si pone a destra, dove lo spazio politico è coperto da un partito nostalgico del fascismo.

Fino al 1989 l’alternativa è quindi secca in termini di scelta pubblica dichiarata: o unità politica per chi appartiene al mondo cattolico (cioè per chi vuol fare il dirigente dell’Azione Cattolica, l’insegnante di religione, ecc.) o diaspora individuale per chi vive nella comunità ecclesiale, ma sostanzialmente ai margini. Non casualmente il dissenso dall’unità politica è necessariamente anche dissenso ecclesiale e viceversa. Ovviamente questo si rovescia nel fenomeno delle correnti organizzate nel partito dell’unità politica poiché il pluralismo reale delle idee e degli orientamenti, impossibilitato a fuoriuscire da lì, non può che essere organizzato in una debole federazione di difficile governabilità complessiva e con rendimento decrescente per il Paese, a cui però non vi erano alternative obiettive. Non a caso fino al 1989 i due terzi dei praticanti vota regolarmente Dc, o, meglio, ognuno vota una sua porzione di Dc che sente propria, nonostante il clamore per scelte individuali diverse che si moltiplicano dagli anni ’70.

1989-1994: le occasioni mancate e la falsa partenza del bipolarismo

La novità del 1989 non è sfruttata nel senso corretto, quello di una preparazione ragionata verso il pluralismo, prevale a livello ufficiale l’istinto di riprodurre un modello che aveva perso la sua ragion d’essere, la sua spinta propulsiva e, paradossalmente, proprio perché aveva avuto successo. Per cinque anni l’unità politica è difesa graniticamente dalle istanze ufficiali che portano all’autoisolamento di quasi tutto il personale politico dc nel polo di centro, mentre nuovi poli nascono a destra e a sinistra e sottraggono la maggior parte dell’elettorato praticante più irregolare e meno ecclesializzato, tradizionalmente più spostato a destra di quello militante.

In astratto, se il pluralismo fosse stato accompagnato e governato, niente avrebbe potuto escludere una presenza aggregante intorno a leadership di estrazione cattolica in entrambi i poli, come spesso finirà invece per accadere nel contesto meno ideologizzato della competizione per i sindaci. Invece sono gli elettori che fuggono, ma i vertici sono imprigionati al centro e quindi i nuovi poli finiscono per nascere o per continuità dal personale politico della sinistra storica o per gemmazione dalla struttura imprenditoriale di Mediaset. C’è l’unità minoritaria del personale politico residuo e la diaspora degli elettori, non il pluralismo. In questa fase si consolida quel processo per cui progressivamente i gruppi dirigenti del “mondo cattolico” finiscono in un ridotto politico e culturale impegnato in un’operazione prevalentemente di resistenza, talora anche molto radicalizzata, fuori dalla complessità della tradizionale cultura della mediazione, mentre la gran parte dei praticanti regolari scivola su posizioni spostate a destra e i praticanti irregolari fluttuano.

Eppure il movimento per i referendum elettorali, la nascita della Lega e della Rete, per parlare solo di alcuni fenomeni più visibili, non erano nati fuori da una vicinanza con parrocchie, movimenti e scuole di politica… E una riflessione sistematica sul rapporto tra mondo cattolico e Lega, visto dal lato della Chiesa e delle organizzazioni ecclesiali, è ancora tutta da fare.

1996-2011: lo sblocco insoddisfacente e il pluralismo come programma

Come spesso capita, basta una scelta sbagliata in qualche delicata giornata in un periodo di transizione, basti riflettere ad esempio sull’errore dell’uscita dei ministri del Pds dal governo Ciampi senza la quale il centrosinistra sarebbe nato ben prima dell’Ulivo del 1995-1996, a determinare il quadro ben più di una serie di scelte giuste per anni.

Il 1994 rappresenta comunque un passaggio ineludibile per accantonare definitivamente lo schema dell’unità politica, ma il legittimo desiderio di un ruolo pubblico della Chiesa in un paese con le specificità dell’Italia, si traduce in una potente centralizzazione ecclesiale che non favorisce un rilancio della presenza politica qualificata (e quindi necessariamente dotata di margini di autonomia) in entrambi i poli. La nuova presidenza della CEI finisce con dare una base teorica e di principio a questa centralizzazione, occupando di fatto tutto lo spazio della presenza pubblica della Chiesa.

Col centrodestra, in realtà, stante l’impossibilità per lunghi anni, di immaginare un’alternativa personale a Berlusconi, prevale l’idea di intessere patti di utilità reciproca, non di ricercare una presenza laicale significativa e decisiva, oltre a quella parziale e concentrata su temi e rappresentanze territoriali e di interessi di alcuni movimenti ecclesiali.

Sul centrosinistra l’Ulivo prima, soprattutto con la leadership di Prodi, e il Pd poi promettono un modello diverso, aperto a una leadership diffusa, già sperimentata coi sindaci, ma incontrano, oltre ad alcune ostilità spesso pregiudiziali, problemi reali, che finiscono per produrre, specie in quest’ultimo periodo, uno schema rinunciatario. Anziché insistere in una proposta coraggiosamente innovativa, necessariamente destinata a seminare per un certo periodo, senza inseguire propositi velleitari a breve, buona parte dei cattolici impegnati sembra rassegnarsi alla falsa alternativa tra minoranza interna quasi confessional-nostalgica (come tale incapace di proporsi per la leadership dell’insieme) o tra adeguamento passivo agli schemi datati della sinistra storica. Invece di portare dentro il Pd la cultura sussidiaria e poliarchica che dalla “Centesimus annus” si distende fino alla “Caritas in veritate” si fa a gara con chi viene dalla sinistra storica a produrre schemi statalisti e conflittualisti, invece di riscoprire la cultura costituzionale consapevole di quanto non poté che essere incompiuto in termini istituzionali negli anni della Guerra Fredda (democrazia governante, federalismo responsabile) ci si riferisce al testo della Costituzione come un qualcosa da difendere più che da sviluppare, anziché rifarsi al realismo utopico della riflessione sull’ingerenza umanitaria e sul rispetto dei diritti umani negli Stati ci si astrae in un pacifismo dottrinario e così via. Unica eccezione, in questo campo, è il movimento di riflessione di analisi che si è sviluppato intorno alla Settimana sociale dei cattolici svolta a Reggio Calabria nel 2010. Ma in questo caso è stato il PD, tranne qualche isolata iniziativa senza conseguenze programmatiche coerenti, a non saper cogliere, ancora, i segnali di novità.

Servirebbero lo Sturzo del post-esilio americano in economia e invece si rischia la retorica passatista delle Partecipazioni Statali in origine nobilissime ma poi fatalmente finite in Tangentopoli, servirebbe il Mortati che già negli anni ’70 voleva il collegio uninominale a doppio turno mentre qualcuno lo ignora e pensa invece che il suo pensiero si fosse fissato nel proporzionalismo necessitato degli anni della Costituente (e magari coltiva per l’Italia una regressione dal bipolarismo, non un’uscita da questo bipolarismo, che, conducendo a una maggiore ingovernabilità, minerebbe l’unità nazionale), il Maritain che prepara la dichiarazione dell’Onu per vincolare gli Stati pena il potere sanzionatorio dell’Onu e non il pacifismo delle anime belle, magari intriso delle retorica delle piccole patrie ricche che non vogliono essere turbate. A queste condizioni potrebbe anche essere invertito il declino di questa falsa alternativa tra minoranza tollerata e minoranza allineata e vi sarebbe anche la forza per segnalare ai vescovi che anche nelle materie più “gravi” come dice Gaudium et Spes 43 c’è la responsabilità prioritaria, anche se non esclusiva dei laici cristiani. E che, in ogni caso, “nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa”. Ma è la forza politica che legittima un maggior equilibrio ecclesiale, non è il ribellismo ai vescovi che dà forza politica…

Insomma se perseguiamo il pluralismo, anziché la diaspora o la nostalgia dell’unità politica, dobbiamo sapere che è un programma ampiamente da perseguire e la nuova fase di transizione che si sta aprendo potrebbe consentire di realizzarlo, rimediando alla falsa partedel 1994.

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