Giovanni Paolo II: successi fuori, problemi dentro, da http://qdrmagazine.it/


di Stefano Ceccanti
Difficile scrivere un articolo sensato a ridosso di una beatificazione, quando proliferano aneddoti, sensazionalismi, ricordi personali, esaltazioni, contestazioni. Però ci provo, a partire da uno scarto molto forte, quello tra i molti successi esterni ed alcuni persistenti problemi interni, anche tenendo presenti alcune riflessioni tutt’altro che rituali dell’allora cardinale Joseph Ratzinger poste come saggio introduttivo alla nuova edizione 2000 del suo testo “Introduzione al cristianesimo”, edito da Queriniana.

Il Papa polacco, molto giovane nel 1978, ha anzitutto sepolto i gerontocrati comunisti e i loro regimi, accelerandone il disfacimento già in corso, come essi avevano peraltro intuito già in tempo e con essi Zbingnew Brzezinski che dagli Stati Uniti credette in quel processo evolutivo e vi lavorò attivamente. Ha poi aiutato l’ingresso di quei Paesi nell’Unione europea, nonostante le riserve presenti negli stessi ambienti cattolici più nazionalisti e tradizionalisti. Ha quindi confermato quel decisivo nuovo approccio alla libertà religiosa con la desacralizzazione del ruolo dello Stato che si era affermato al Concilio Vaticano II, favorendo così sia il dialogo religioso sia l’espansione della democrazia nel mondo sia uno sguardo equilibrato ai rapporti tra potere politico e dinamiche di mercato. Un tassello decisivo in quella volontà complessiva del Concilio per la quale, secondo Ratzinger “Il cristianesimo tentò – perlomeno nell’ottica della chiesa cattolica – di uscire dal ghetto in cui si trovava recluso dal XIX secolo di tornare a coinvolgersi pienamente nel mondo”.

A molti dibattiti su continuità e discontinuità tra il Concilio vaticano II e il periodo precedente manca la comprensione della centralità del tema della libertà religiosa, della Dichiarazione conciliare “Dignitatis Humanae” che adotta un diverso concetto di Stato, che lo limita in nome dell’immunità dalla coercizione, riproposta più volte da Benedetto XVI. Un testo pragmatico di matrice anglosassone: per questo, oltre che non piacere ai tradizionalisti, non piaceva ad alcuni progressisti come Dossetti, che avevano una visione più forte di Stato. Se infatti si prende un’accezione forte dello Stato, come sostanziale monopolista del bene comune secondo la cultura post-Westfalia, non si esce dall’alternativa tra Stato cattolico e Stato anticattolico. Si possono trovare accomodamenti pratici, ma la Chiesa non può che chiedere il riconoscimento come religione di Stato.

Prima di Westfalia, però, il cristianesimo c’era lo stesso. La riconciliazione con l’idea di libertà religiosa c’è perché Murray (e dietro di lui l’episcopato Usa) propone una visione più debole dello Stato non come monopolista del bene comune, non a caso a partire da un contesto in cui non si parla neanche di Stato ma di ‘government’ per indicare l’apparato limitato esistente a livello federale. Lo Stato, alla fine, come ricordava De Gasperi, è un insieme di uffici al servizio del Paese e quindi non può avere una religione perché sono le persone e non gli uffici ad avere una religione. Con gli americani fecero lì coalizione gli europei che con i partiti dc avevano appunto reimpostato gli Stati in modo regionalista-federalista e con cessioni di sovranità verso l’alto (Europa, Onu) e gli Est europei (tra cui appunto il futuro Giovanni Paolo II) che non volevano tornare a casa dopo aver scritto in un testo che quella libertà era limitabile attraverso il vasto concetto di bene comune, lì interpretato dai regimi comunisti.

E’ questa coalizione con tre pezzi, forte perché composita, che innovò al Concilio su un punto decisivo (non a caso quello su cui intervenne lo scisma di Lefebvre) recuperando la Tradizione più antica. I tradizionalisti erano viceversa, in questo caso, più modernisti e meno esigenti: a loro andava bene lo Stato moderno purché fosse battezzato dalla Chiesa e compenetrato con essa non rendendosi conto che quella idea di Stato reca con sé l’idea della politica come “forza salvifica” che invece il credente assegna alla fede. Senza la Dignitatis Humanae non si comprende peraltro l’intera Terza Ondata democratica, come ha rilevato giustamente Samuel Huntington, che inizia in Paesi cattolici poco prima dell’elezione di Giovanni Paolo II e che si sviluppa ampiamente sotto il suo pontificato.

Tuttavia il bilancio è obiettivamente più incerto sul versante interno, soprattutto in Occidente, dove la pratica religiosa e più in generale la trasmissione della fede non sono legate alla dipendenza dal bisogno, non sono puntellate da altre esigenze e contesti e dove molte modalità tradizionali appaiono ormai semplicemente incomprensibili. Gli anni di successi esterni sono anche quelli di una forte compressione delle pratica, soprattutto a livello giovanile, di alcuni cedimenti strutturali (basti pensare alle difficoltà in relazione al clero), di una complessiva difficoltà di parlare alla persona media e adulta, niente affatto compensata dalle maggiori visibilità di minoranze intense di tipo movimentista, peraltro difficilmente governabili. “Chi si aspettava- scrive Ratzinger – che il cristianesimo si sarebbe trasformato in un movimento di massa ha capito di essersi sbagliato: non sono i movimenti di massa a racchiudere in sé promesse per il futuro”. Una difficoltà anche incrementata da alcune rigidità disciplinari e da alcune nomine non felici. Quei nodi su cui personalità come il Cardinal Martini hanno più volte insistito nella direzione di cercare modalità nuove e non necessariamente omogenee in tutti i contesti storici e culturali e che, in taluni casi, ha trovato aperture nello stesso Giovanni Paolo II, purtroppo senza un seguito apprezzabile. Basti pensare all’enciclica “Ut unum sint” del 1995 e ai suoi decisivi paragrafi 95 e 96 sul ripensamento del primato di Pietro in chiave ecumenica.

“Rivolgendomi al Patriarca ecumenico, Sua Santità Dimitrios I, ho detto di essere consapevole che ‘per delle ragioni molto diverse, e contro la volontà degli uni e degli altri, ciò che doveva essere un servizio ha potuto manifestarsi sotto una luce abbastanza diversa…Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri’..Compito immane, che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo. La comunione reale, sebbene imperfetta, che esiste tra tutti noi, non potrebbe indurre i responsabili ecclesiali e i loro teologi ad instaurare con me e su questo argomento un dialogo fraterno, paziente, nel quale potremmo ascoltarci al di là di sterili polemiche, avendo a mente soltanto la volontà di Cristo per la sua Chiesa, lasciandoci trafiggere dal suo grido “siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21)?

Da qui si potrebbe ripartire, dalla consapevolezza di non poter fare tutto da soli e tutti allo stesso modo e, in fondo, il diverso stile personale di Benedetto XVI sta aiutando, immunizzando maggiormente la Chiesa rispetto ad alcune derive di ‘consumismo religioso’ connesse alle forme di movimentismo, che, come ho ricordato, criticava già nel 2000. Ma, per l’appunto, non è un programma che un Papa possa portare a termine da solo, senza che intorno a lui fiorisca maggiormente lo spirito di sperimentare, in grande libertà e senza ribellismi semplicistiche, cose nuove.

1 Comment

  1. Stefano Ceccanti ha detto:

    qui Pierluigi Mele intervista Andrea Riccardi, l’esito è un pò diverso
    http://confini.blog.rainews24.it/

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