Centrosinistra e scuola: Aldo Moro e Luigi Gui modelli di riformismo


Padova, 9 maggio 2011
Aldo Moro e Luigi Gui modelli di riformismo
Intervento di Stefano Ceccanti alla presentazione del volume di Daria Gabusi, “La svolta democratica nell’istruzione italiana. Luigi Gui e la politica scolastica del centrosinistra”, Editrice La scuola

Premessa
Siamo qui oggi per ricordare Luigi Gui, attraverso un libro che ripercorre soprattutto una delle riforme più incisive nel segno dell’uguaglianza, quella della media unica. Sul libro sono già intervenuto specificamente con una recensione su “Europa” del 16 aprile che potete leggere qui
http://www.landino.it/2011/04/quando-la-scuola-divento-democratica-da-europa-di-oggi/

e non ritorno quindi nel dettaglio. Mi preme qui illustrare soprattutto quanto quelle politiche svolte dal Ministero negli anni del primo centrosinistra sviluppino coerentemente le potenzialità del testo costituzionale.
1. Excursus. Il discorso di Aldo Moro a difesa di Gui: per l’innocenza della persona, non per un privilegio della classe politica
Vorrei però fare prima un excursus perché oggi, 9 maggio, ricordiamo anche la scomparsa di Aldo Moro, a cui la memoria di Luigi Gui è indissolubilmente legata e perché nei giorni scorsi, dentro quel rischioso conflitto tra politica e magistratura che soprattutto il Presidente della Repubblica, per funzione costituzionale, cerca di evitare, è stato citato impropriamente il discorso di Aldo Moro in difesa di Luigi Gui, pronunciato alla Camera dei Deputati l’11 marzo del 1978. Estrapolando la nota frase “Non ci processerete sulle piazze” l’intervento di Aldo Moro è stato erroneamente riletto come una sorta di autoassoluzione del ceto politico rispetto a una richiesta di controllo di legalità. Niente di più estraneo a quel discorso. Anzitutto esso era pronunciato a difesa delle prerogative del Parlamento in seduta comune chiamato ad agire, nel quadro costituzionale di allora, precedente alla riforma del 1989 sui reati ministeriali, Parlamento che agiva come una sorta di pubblico ministero e che aveva il compito di rinviare, nel caso, gli atti al giudice naturale, la Corte costituzionale integrata. Il Parlamento in seduta comune era attore di un processo, che non poteva essere quello sommario richiesto da alcune forze estreme.
Moro infatti, in apertura di discorso, richiama la delicatezza di quel compito:
” non per nulla stiamo per compiere in un certo modo, in una certa fase, opera di giustizia… Abbiamo dinanzi degli uomini e dobbiamo saper valutare con lo stesso scrupolo, con lo stesso distacco, con lo stesso rigore, i quali caratterizzano l’esercizio della giurisdizione…Fare giustizia sommaria, condannare solo perché lo si desidera, offrire vittime sacrificali, ebbene, questo non sarebbe un atto di giustizia, ma pura soddisfazione di una esigenza politica”.
Moro si rende poi conto che queste decisioni possano essere non comprese dall’opinione pubblica e che possano essere lette come un’autodifesa del ceto politico e per questo prospetta la riforma costituzionale che si avrà undici anni dopo col Tribunale dei Ministri:
“Se mai, questa vicenda induce ad un serio riesame del meccanismo di accusa che la stessa Costituzione ci ha indicato e che noi abbiamo completato.. Ed è emerso un certo orientamento.. di trasferire una parte almeno di questi scottanti e pesanti doveri ad organi più idonei alla funzione del giudicare, nella quale sono presenti un abito mentale di obiettività e la possibilità di un’opportuna correzione nell’ambito stesso del sistema, la libertà dal sospetto, che invece, riconosciamolo, colpisce in larga misura noi, qualsiasi cosa noi facciamo.”
E, infine, la conclusione è chiara, non sull’autoassoluzione dell’intera classe politica, ma sulla convinzione di innocenza relativa a una precisa persona, a Luigi Gui:
“Difendiamo dunque uniti la democrazia cristiana. Non qualsiasi uomo della democrazia cristiana e qualsiasi momento della sua esperienza politica. Tutt’altro. Sappiamo discernere, fare la nostra critica, abbandonare, se è giusto, posizioni sbagliate. Ma questo non è il caso. Noi sappiamo che quest’uomo non merita di essere ulteriormente giudicato e non possiamo indurci a dire cose diverse da quelle che noi pensiamo.”
2. Moro alla Costituente il 22 aprile 1947: come evitare la lacerazione tra laici e cattolici sulla scuola
Il dibattito alla Costituente sul futuro articolo 33 della Costituzione, che anticipa i problemi che vedranno Gui primo attore nella politica scolastica del centrosinistra, si collega idealmente a quello svoltosi pochi giorni prima, il 25 marzo, sull’articolo 7, alla convergenza, in quel caso, tra De Gasperi e Togliatti per assicurare una pace religiosa altrimenti a rischio. Due dibattiti svoltisi mentre era già in chiara incubazione la decisiva crisi di Governo che escluderà comunisti e socialisti dal Governo per i riflessi della Guerra Fredda. Il discorso chiave è per l’appunto quello di Aldo Moro del 22 aprile 1947 che inizia con l’evocare “l’ombra di un dissidio” nonché con un’autocritica “se da parte nostra, anche per necessità polemica è stato accentuato questo dissidio” e che si conclude in modo altrettanto preoccupato:
“Non vorrei che ci separassimo e che questa legge costituzionale, così importante, si separasse da noi, per iniziare la sua vita nel nostro popolo, senza che sia dissipata l’ombra di una discordia e d’un senso di amarezza che pesano su di noi”.
Nel mezzo tra queste due preoccupate dichiarazioni sta il metodo che propone Moro: per un verso i cattolici non possono limitarsi a svolgere il ruolo di rappresentati sindacali delle scuole cattoliche e a tentare di frenare la necessaria espansione della scuola direttamente gestita dal pubblico (“anche la scuola dello Stato è nostra” e quella cattolica deve accettare con la parificazione in cambio di “un particolare riconoscimento dello Stato…speciali garanzie di efficienza didattica”), nel contempo i laici non possono identificare il ruolo dello Stato come un monopolista della gestione diretta (lo Stato è spesso gestore ma non sempre, talora ha solo una funzione di regolazione, vi è “un principio di coordinamento dello stato con altre iniziative sociali che operano sulla vita morale dell’uomo”). Vi è in altri termini la sussidiarietà e una visione pluralistica, poliarchica:
“la nostra idea del pluralismo giuridico non è una cosa giuridica, è una cosa squisitamente umana; è l’idea della complessità degli ordini che sono nella vita..lo Stato non è veramente democratico, se è di fuori da questa realtà, se si schiude in se stesso, se non conosce altro che se stesso”.
Si tratta insomma di includere le ragioni degli altri, esattamente come sull’articolo 7 de Gasperi aveva puntato soprattutto sulla ragione laica del punto di caduta di quel testo, che assicurava il giuramento di fedeltà dei vescovi alla nuova Repubblica democratica (“Non siamo in Italia così solidificati, così cristallizatti nella forma del regime da poter rinunziare con troppa generosità a simili impegni così solennemente presi”) e Togliatti a segnalare il proprio ruolo nella pace religiosa (“La classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi”, e replicando seccamente a Vittorio Emanuele Orlando che aveva detto ‘Non vorrei collocarmi più a sinistra dei comunisti’ a sostenere “Che cosa è di destra e che cosa è sinistra non sempre è facile dirlo in politica…Quando riteniamo che per consolidare l’unità politica della Nazione debba essere presa una determinata posizione, la prendiamo, lo diciamo chiaramente e ci assumiamo tutte le responsabilità che ne derivano”).
3. L’articolo 33 e gli sviluppi successivi: Moro e Gui esempi di riformismo
Gli intenti di Moro sono fedelmente trascritti nell’articolo 33, che esprime quella “funzione integrativa dello Stato rispetto al ruolo educativo svolto tanto dalla famiglia quanto dalle istituzioni private” di cui parla nel suo libro Daria Gabusi come idea guida delle concrete politiche di Gui. Anzitutto tale articolo, vista l’importanza del bene istruzione, ai fini del principio di uguaglianza, rifiuta una visione residuale del pubblico, dato che la Repubblica “istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”, quella che gli ambienti più conservatori cercarono sul momento di affermare contro Gui nella crisi di governo “da destra” del gennaio 1966 contro la scuola materna statale.
Però lo Stato gestore non è l’unico soggetto, come chiarisce il comma successivo “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Parole, queste ultime, che nelle parole degli esponenti laici più impegnati come Corbino e Codignola sono chiaramente spiegate per evitare un automatismo tra l’istituzione di una scuola e il diritto a finanziamenti; il “senza oneri” si riferisce infatti al nesso con l’istituzione non col funzionamento e quest’ultimo si collega all’idea di Stato regolatore affermata nel comma immediatamente successivo che parla di parità come un sistema di equilibrio tra diritti e obblighi che la legge sancisce per queste scuole pubbliche anche se non statali. Terreno su cui si sviluppò la precedente crisi da “sinistra” contro Gui e Moro del luglio 1964 per alcuni finanziamenti alla scuola media privata, connessi all’istituzione della media unica.
Due crisi di Governo, poi superate, la media unica realizzata e un sistema pubblico-privato che è avanzato lentamente sino all’importante legge 10 marzo 2000 n. 62, anche quella, di un Governo di centrosinistra, sia pure in mutato contesto storico e politico. Una legge che inizia puntualmente così:
“Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali. La Repubblica individua come obiettivo prioritario l’espansione dell’offerta formativa e la conseguente generalizzazione della domanda di istruzione dall’infanzia lungo tutto l’arco della vita.”
Ovviamente non tutte sono state rose, la riforma universitaria di Gui, invece, non passò e anche questo chiaro equilibrio legislativo, figlio legittimo dell’articolo 33, segna ogni tanto delle regressioni, come quando si sente parlare di “difesa della scuola pubblica” limitandola solo a quella statale o quando si cercano le scorciatoie dei buoni-scuola, ma questo fa parte del compito del riformista, il quale sa che proprio quando innova di più, tanto più si trova di fronte pretese di veti, conservatorismi di vario colore, anche nel proprio retroterra. In questo, anche per l’oggi, Moro e Gui, sono tra gli esempi esistenziali più vitali di un riformismo coerente negli intenti, teorizzato e vissuto, anche se talora parzialmente soccombente, specie sul breve termine.

Leave a Comment