Bipolarismo o rendite di posizione?


Europa di oggi ospita questo mio pezzo di recensione al libro di Gargani che ho presentato mercoledì
http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=126910

L’articolo-recensione è una sintesi del mio intervento in quella sede che ripropongo qui sotto in integrale

La contraddizione di Gargani: un migliore bipolarismo per gli elettori centrali o piccole rendite di posizione per politici centristi in nome di una datata unità politica dei cattolici?
di Stefano Ceccanti

1. La contraddizione fondamentale: aspirare ad essere primi nel voto o giocare sulle rendite post-elettorali?
Il testo di Giuseppe Gargani, “Fine della politica. Rinascita della politica” (Koiné, Roma, 2011) si basa su una forte contraddizione interna, che esplode a pagina 65, quando l’Autore sostiene che l’attuale terzo polo, al cui progetto aderisce, ha in realtà l’ambizione di essere il primo o, più esattamente, di concorrere ad essere il primo con altre forze che derivino dalla dissoluzione dei poli esistenti e, soprattutto, da quello di centro-destra dopo il periodo berlusconiano.
Se questo è il disegno, del tutto legittimo e per certi versi anche auspicabile nell’interesse della democrazia italiana, non si capisce allora, sul piano strettamente politico, la polemica contro sistemi elettorali e istituzionali che incentivano il bipolarismo, che danno all’elettore un potere di scelta sui Governi che, nell’incrocio con le caratteristiche dei sistemi di partito, è esperienza regolare tipica di tutte le grandi democrazie parlamentari, giacché questo sistema nuoce solo a forze che hanno costitutivamente dimensioni minoritarie e che vorrebbero giocare il gioco dei poteri di interdizione post-elettorali, ma non impedisce affatto che nuovi poli possano subentrare ai precedenti. Pochi giorni fa il partito canadese dei Nuovi Democratici è diventato il secondo polo, che potrà alternarsi ai Conservatori, subentrando in tale ruolo ai liberali e tale mutamento di status è stato favorito in modo decisivo dal sistema maggioritario. Così un quarto di secolo fa, sul versante moderato, in presenza di un sistema a base proporzionale ma ugualmente selettivo, in Spagna il Partito Popolare è subentrato all’Ucd come polo alternativo ai socialisti.
Delle due l’una: o si hanno alte ambizioni ed allora non si può avere paura di un sistema che le incentiva oppure esse in realtà mascherano giochi più modesti, che mirano ad avere un potere sproporzionato rispetto ai consensi, che mirano a colpire il potere di scelta degli elettori centrali per favorire rendite di posizione post-elettorali di politici centristi. Alla democrazia italiana servono le prime, anche sul versante di un futuro centro-destra con cui misurarsi, e niente affatto le seconde.

2. L’impossibile ritorno dell’unità politica dei cattolici: non ci sono né le condizioni oggettive né vere domande sociali

A questa osservazione-chiave, sulla contraddizione di fondo del libro, ne aggiungo una seconda, sempre di ordine politico. Il volume tende a proiettare su tale polo l’eredità dell’unità politica dei cattolici, ma essa non può essere costitutivamente spostata in un sistema politico diverso perché poteva esistere e sopravvivere non solo come libera scelta di singoli ma anche e soprattutto come scelta pastorale della Chiesa (dal Concilio Vaticano II solo come deroga locale alla regola pluralistica generale della Costituzione “Gaudium et spes”) solo perché vi era di fronte una sinistra a dominante comunista, ovvero una religione secolare. Lo spiegò magistralmente Carlo Donat Cattin negli anni sessanta al futuro presidente della Camera dei deputati spagnola per il Psoe, il socialista Gregorio Peces Barba, allora in visita a Roma con altri giovani cattolici. Ciò imponeva in Italia una sostanziale convergenza di tutti i cattolici con ancoraggio ecclesiale e cultura di Governo nella Democrazia Cristiana, ma non è in alcun modo riproducibile dopo il 1989. Anche i cattolici che non scelgono oggi a priori per uno degli schieramenti sono interessati ad essere centrali nel voto, non a supportare giochi spregiudicati di politici centristi in un sistema oligarchico, che privi i cittadini di una scelta diretta sui Governi. Solo una tendenza particolarmente autolesionista del Pd, che lo inchiodasse al passato della sola componente quantitativamente più grande della sinistra italiana, potrebbe favorire un tale scenario. Basti ricordare che nel 1990 nel suo libro “Les italiens”, Gilles Martinet, inviato dal 1981 a Roma come ambasciatore da Mitterrand, spiegava come in Francia, nella costruzione del Partito Socialista di Epinay fosse stata decisiva la discontinuità, ovvero la duplice e indissolubile operazione politica che aveva ridimensionato i comunisti e che aveva portato molti quadri cattolici, a cominciare Jacques Delors, ad una presenza attiva nel nuovo partito e segnalava che un’analoga operazione andava condotta in Italia, indicando profeticamente Pietro Scoppola come una delle personalità che avrebbero potuto accompagnare il processo. Infine, ma niente affatto per ultimo in termini di importanza, segnalo che non esiste alcuna domanda diffusa nell’opinione pubblica ecclesiale tesa alla nostalgia del binomio proporzionale-unità politica. Su questo l’itinerario molecolare che ha portato alla recente settimana sociale di Reggio Calabria dell’ottobre 2010 è stato più che chiaro. Il documento conclusivo, che riassume fedelmente il dibattito intervenuto, recita: “Le questioni cruciali riguardano le forme da dare al processo di rafforzamento dell’esecutivo – anche come condizione di più efficaci politiche di solidarietà – e, allo stesso tempo, dell’equilibrio tra i poteri; allo sviluppo di un autentico federalismo unitario, responsabile e solidale; al perfezionamento di un sistema elettorale di tipo maggioritario; alla stabilizzazione dell’assetto bipolare del sistema politico.”

3. La Costituzione non è affatto legata indissolubilmente a una scelta proporzionalistica
Mi sembra poi importante svolgere invece due considerazioni diverse, di carattere costituzionalistico.
Gargani descrive la svolta dei sistemi elettorali di inizio anni ’90 come alcuni tradizionalisti cattolici descrivevano i cambiamenti della liturgia dopo il Concilio Vaticano II, come un’irruzione improvvisa di irrazionalità nuovista che rompeva irragionevolmente con la Tradizione: altari spostati verso i fedeli, chitarre e strumenti strani, lingua nazionale, prodotti di menti stravaganti ansiose di novità per la novità. E’ evidente che alcune scelte di architettura costituzionale erano connesse a quel tipo di proporzionalismo, scelte tutte operate nel quadro delle lacerazioni della Guerra Fredda e tuttavia guai a confondere Tradizione e tradizioni. Come gli altari nel passato più lontano erano già stati rivolti ai fedeli e si erano usati nei secoli strumenti e lingue più varie, così la Costituzione può contenere e ha contenuto molto di più di ciò su cui Gargani la vorrebbe appiattire. La Costituente decise scientemente di non costituzionalizzare la proporzionale, conscia che le fratture della Guerra Fredda erano profonde ma di natura transeunte, tant’è che quando si trovò di fronte a fratture altrettanto profonde ma di natura permanente, come quelle di etnico-linguistiche, prese la decisione opposta. Ne diede testimonianza Alcide De Gasperi, intervenendo il 29 gennaio 1948 in Assemblea sull’approvazione con legge costituzionale dello Statuto della sua Regione, dove sostenne che in quello specifico caso la costituzionalizzazione della proporzionale era un male necessario, che però “complica (va) anche il metodo di Governo”. Tant’è che molto presto, di fronte alla ripresa della destra che rendeva più difficile la governabilità, si cominciò a discutere di diverse leggi elettorali politiche, senza porre il problema della compatibilità con una Costituzione che su quello era rimasta volutamente agnostica. Il carteggio tra Sturzo e De Gasperi dal 1920 al 1953 pubblicato a cura di Francesco Malgeri per Rubbettino rivela sin dal maggio 1952 una concordia di principio sul collegio uninominale maggioritario a doppio turno, senza che mai sia evocato un problema di compatibilità costituzionale, e un dissenso esclusivamente pratico da parte di De Gasperi per i rapporti coi partiti minori che propendeva solo per tale ragione per il premio di maggioranza, scrivendo il 24 agosto che “a me pare che l’equivoco più pericoloso sia quello di condannare come premio illecito e immorale ogni maggiorazione al di sopra della rappresentanza proporzionale”.

4. La legittimazione diretta del Governo nazionale è pienamente compatibile con la forma parlamentare
Infine la questione della leadership e del mandato sostanzialmente diretto ai governi attraverso il voto degli elettori.
Le forme parlamentari sono strutturate giuridicamente intorno al rapporto di fiducia tra maggioranza parlamentare e Governo, ma niente impedisce che, anche attraverso forti incentivi dati dal sistema elettorale, a tale rapporto giuridico formale non se ne debba aggiungere anche un altro di radice politica che parta dagli elettori, che dalla scelta dei parlamentari non derivi in modo pressoché naturale anche quella del Governo, analogamente a come l’elezione del Presidente americano avviene attraverso quella dei grandi elettori da parte dei cittadini. Questo pone dei problemi nuovi che richiedono nuove forme di equilibrio, ma dentro tale evoluzione, non contro, non nella logica di una democrazia acefala, come spiega bene in ultimo Sergio Fabbrini nel suo recente volume “Addomesticare il principe. Perché i leader contano e come controllarli”.
Giusto criticare le derive dei partiti personali, protesi di risorse economiche e mediatiche, ma gli statuti dei grandi partiti delle democrazie parlamentari europee e la loro concreta evoluzione, in ultimo quella del Psoe, ci parlano di regole per designare i candidati alla guida del Governo del Paese, dando per scontata la legittimazione popolare dei Governi. Queste sono le grandi democrazie parlamentari, che non assomigliano molto, in questo, alla prima fase della Repubblica che non può rinascere perché la forma parlamentare non è un museo delle cere, conosce trasformazioni irreversibili, certo da governare, ma che non sono racchiudibili in una parentesi.
Del resto, come tenere oggi insieme un Paese in cui si eleggono direttamente sindaci, presidenti di provincia e, per norma costituzionale, anche i presidenti di Regione, senza mantenere al centro del sistema anche una legittimazione diretta dei Governi? Quella che un bipolarismo migliore, depurato dal berlusconismo, può supportare meglio rispetto a quanto avvenuto in questi anni. Si tratta appunto di superare il berlusconismo, non anche il bipolarismo, incentivato da regole aggiornate che perseguano chiaramente l’obiettivo della legittimazione popolare dei Governi, non che ci portino in visita al museo delle cere di un parlamentarismo oligarchico per soddisfare nostalgie poco diffuse, specie tra i cattolici italiano che hanno ben meditato la parabola dei talenti, che hanno il legittimo orgoglio per quella tradizione politica che a partire da De Gasperi ci ha saldamente ancorato alle scelte europea ed atlantica, all’economia sociale di mercato, ma che la vogliono spendere nel nuovo contesto politico post-1989. Esso, eliminando simultaneamente l’egemonia comunista sulla sinistra e l’unità politica dei cattolici, ha reso finalmente possibile l’unità dei riformisti, che non sarà un pranzo di gala, ma che, pur con tutte le sue difficoltà, è la condizione imprescindibile per segnare una stabile egemonia riformista, quella che si vide nel primo centrosinistra e nel primo biennio dell’Ulivo.

Leave a Comment