Un errore da evitare


Si resta veramente perplessi di fronte alle intenzioni dei proponenti i referendum sui servizi pubblici locali e sulla determinazione delle tariffe idriche per i quali siamo chiamati a votare a giugno. Ci si chiede infatti di abrogare due regole, o insieme di regole, che cercano di far funzionare nel mondo dei servizi pubblici locali uno stesso principio: gestire i servizi secondo parametri di efficienza introducendo meccanismi di mercato. Attenzione: non sostituendo l’intervento pubblico al mercato ma costringendo l’azione pubblica a internalizzare gli stimoli del mercato e della concorrenza.

Sgombriamo dunque il campo da questo equivoco. Le regole di cui stiamo parlando, e di cui si chiede l’abrogazione, non privatizzano alcunché. Non che non ci sia bisogno anche di privatizzare, cioè di restituire al mercato ciò che lo stato (e gli altri livelli di governo) inutilmente gestisce, direttamente o indirettamente. Anzi, da questo punto di vista le regole che ci si chiede di abrogare sono fin troppo timide e insufficienti. Ma il punto oggi non è questo. Queste regole in realtà si limitano a dire, in coerenza con il quadro costituzionale e comunitario, che i servizi pubblici locali che hanno rilevanza economica ed imprenditoriale – e che quindi le pubbliche amministrazioni non possono gestire direttamente non essendo il loro mestiere fare gli imprenditori – vanno affidati a soggetti gestori che abbiano caratteristiche imprenditoriali solo dopo aver valutato in modo concorrenziale le loro proposte. E che nel determinare le tariffe dei servizi occorre tener conto dei fattori di mercato, salvo intervenire a valle per rimediare alle difficoltà legate alla capacità di spesa di singoli o famiglie, con criteri sociali e dunque senza inquinare l’efficacia dei meccanismi di mercato.

Ora, si tratta di regole largamente insufficienti e, parlando delle prime, anche contraddittorie. Tanto che la loro riforma sarebbe auspicabile per finalità opposte a quelle dei proponenti i referendum. Tuttavia se, dal punto di vista giuridico, la posta in gioco nel primo referendum è quasi esclusivamente simbolica non lo è invece, per entrambi, la posta politico culturale. E i sostenitori del referendum lo sanno bene. La metterei così: se guardiamo ai processi “dal basso”, visto che di statalismo “dall’alto” sono piene la pagine dei giornali di queste settimane, ci troviamo di fronte alla più rilevante operazione di restaurazione statalistica degli ultimi anni. Un’operazione che oggi si esprime nella sua variante di centrosinistra ma che, come sappiamo, trova larghi consensi anche nel centrodestra. Difficile ritenere dunque datato il dibattito tra statalisti e antistatalisti che spesso attraversa questo blog. Ne abbiamo una conferma nello special report di The Economist di metà marzo ma ne abbiamo conferma anche nella discussione che si è già sviluppata sui due referendum di giugno. La vittoria del sì, dal punto di vista culturale e politico,  ci riporterebbe indietro di 40 anni, alla fase nella quale si cominciava a mettere seriamente in discussione una vecchia convinzione del secolo socialdemocratico. La convinzione per cui il funzionamento difettoso del mercato, ad esempio nella fornitura di servizi di interesse generale, debba essere corretto affidando questi servizi allo stato o ai poteri locali. Il “socialismo municipale” ne è una versione. Dimenticando così che a quelli che gli economisti chiamano fallimenti del mercato si affiancano altrettanti, e spesso più insidiosi, fallimenti dello stato (e in generale dell’azione dei pubblici poteri): endemica impossibilità di disporre delle informazioni sufficienti a produrre servizi efficienti; creazione di rendite di posizione legate ai meccanismi redistributivi gestiti discrezionalmente dal potere politico; rinuncia ai benefici della competizione nella produzione dei beni e nella soddisfazione delle domande e dei bisogni. E si tratta di fallimenti evidenti non solo agli occhi dei liberisti, considerando che quelli appena sintetizzati vengono da un elenco definito alla fine degli anni ottanta da Joseph Stiglitz, non certo un ideologo del mercato.

L’Italia ha impiegato molti anni a capire che la funzione dello stato – e dei poteri locali – non è di gestire i servizi di interesse generale quanto quella di regolamentarli lasciando che il mercato, in varie forme, funzioni anche per loro. O che si creino comunque forme di autorganizzazione sociale. Ha impiegato molti anni a capirlo e sta tentando in molti modi di far finta che non è vero. Il sì ai referendum darebbe una mano a questo tentativo. Un errore da evitare.

11 Comments

  1. Luca ha detto:

    Esprimo plauso vivissimo!

  2. Roberto ha detto:

    Se non ho capito male, le regole attuali sono buone, ma andrebbero migliorate, mentre l’abrogazione di esse peggiorerebbe la situazione, giusto?

  3. vittorio ha detto:

    Un giudizio senza lo sforzo di una motivazione. Della faccenda ne so quanto prima, o meglio so che un signore è contrario ma non so perché. Peccato aver sprecato 3 presiosi minuti per la lettura, li metterò nel conto di chi mi ha passato il link.

  4. Stefano Ceccanti ha detto:

    da sito di Pietro ichino
    CHE L’ACQUA DEI FIUMI E DELLE FONTI SIA E DEBBA RESTARE UN BENE PUBBLICO E’ FUORI DISCUSSIONE: IL QUESITO REFERENDARIO RIGUARDA SOLTANTO LA GESTIONE DEL SERVIZIO DI TRASPORTO DI QUEL BENE DALLA FONTE ALLE NOSTRE CASE

    Scambio di messaggi intercorso tra il 5 e il 9 aprile 2011

    MESSAGGIO DIFFUSO DA UNA “CATENA DI SANT’ANTONIO”

    Ai referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno vota SI per dire NO.
    1 – Vota SI’ per dire NO AL NUCLEARE.
    2 – Vota SI’ per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA.
    3 – Vota SI’ per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO.
    RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM… perchè Berlusconi NON farà passare gli spot ne’ in Rai ne’ a Mediaset.
    Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per Berlusconi ma stupendo per tutti i
    cittadini italiani:
    1 – Se passa il SI per dire NO AL NUCLEARE, BERLUSCONI NON POTRA’ PIU’ FARE ARRICCHIRE I SUOI AMICI IMPRENDITORI CON I NOSTRI SOLDI E LA NOSTRA SALUTE.
    2 – Se passa il SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, BERLUSCONI NON POTRA’ FARE ARRICHIRE I SUOI AMICI IMPRENDITORI LUCRANDO SU UN BENE DI PRIMA NECESSITA’.
    [omissis]

    IL COMMENTO CHE HO INVIATO AGLI AMICI DA CUI AVEVO RICEVUTO QUEL MESSAGGIO

    1. Sul nucleare: probabilmente il referendum non si farà, perché il Governo sospende il programma proprio al fine di evitare che quel referendum, facendo “da traino” per quello sul legittimo impedimento (v. sotto, § 3), contribuisca a far raggiungere il quorum.

    2. Sull’acqua: l’oggetto del referendum non è affatto se l’acqua sia “pubblica” o “privata”. E’ pacifico che l’acqua dei fiumi, dei laghi e delle fonti è e resterà un bene pubblico, quale che sia l’esito del referendum; e che quella stessa acqua, dal momento che esce dal rubinetto in casa di qualcuno, diventa di proprietà di quel qualcuno. La questione è soltanto chi debba fornire i servizi necessari per portare l’acqua dalle fonti al rubinetto e quale sia il modo migliore per scegliere l’operatore migliore. Se ho ben capito, rispondere “sì” al referendum significa ritenere opportuno consentire che quei servizi siano gestiti dai Comuni o da loro consorzi, senza necessità di una gara tra operatori diversi, pubblici e privati. Rispondere “no” significa invece ritenere opportuno che – come previsto dalla nuova legge – si debbano svolgere periodicamente delle gare tra gli enti e le imprese candidati a svolgere il servizio e che i Comuni o loro consorzi assegnino la concessione all’ente o impresa che offre le condizioni e garanzie complessivamente migliori. Se le cose stanno così, io sono orientato a votare “No”, cioè contro l’abrogazione di questa legge. Non concordo, infatti, con i sostenitori del “Sì”, i quali ritengono che sia sempre a priori meglio che a gestire la rete di distribuzione dell’acqua sia un ente pubblico: meglio verificare e valutare di volta in volta.

    3. Sul legittimo impedimento: dopo la recente sentenza della Corte costituzionale, la legge ad personam “salva B.” ha perso il 90% del suo contenuto dannoso. Voterò comunque “sì” per eliminare anche quel 10% che rimane. E anche per esprimere la mia protesta contro le leggi ad personam. (p.i.)

    UNA DISCUSSIONE
    Al mio commento sopra riportato ha fatto seguito, nei giorni 8 e 9 aprile, il seguente scambio di opinioni con Francesco Zurlo
    FZ – Vorrei rispondere a Pietro Ichino ricordandogli – se non lo sa – che in alcuni paesi come l’Ecuador e la Bolivia – che noi continuiamo, in buona parte ingiustamente, a considerare Terzo Mondo – è stato addirittura scritto nelle recenti nuove costituzioni che l’acqua è un bene pubblico e inalienabile (e pertanto non privatizzabile in nessuna delle sue “fasi” di erogazione). Io credo che questa sia una grande lezione da cui dobbiamo imparare (come parallelamente dal fallimento di diverse esperienze di gestione privata dell’acqua).
    Se in alcuni casi poi il pubblico funziona male, lo si migliora e si corregge, non si passa al privato surretiziamente adducendo come scusa l’inefficienza o la malafede di alcuni amministratori.
    L’acqua è un diritto di tutti e deve essere esclusa da qualunque forma di lucro e/o guadagno. Per ragioni etiche inderogabili.
    Francesco Zurlo

    PI Cerco di spiegare perché dissento da Francesco.
    Al pari dell’acqua, anche l’aria è un bene pubblico essenzialissimo. Questo tuttavia non ci impedisce di affidare a un’impresa privata – se necessario, e se l’impresa stessa ci appare la più idonea allo scopo – il compito del condizionamento dell’aria, nel passaggio di questo fluido dall’ambiente esterno a quello interno delle nostre abitazioni o agli uffici di un’azienda. Allo stesso modo, il fatto che l’acqua disponibile in natura sia un bene pubblico essenzialissimo non è davvero incompatibile con l’affidamento a un’impresa privata – sempreché essa risulti essere la più idonea allo scopo – del compito del trasporto del fluido medesimo dalla fonte alla nostra abitazione.
    Se quel trasporto, invece che essere affidato a un sistema di tubazioni, fosse affidato ad autocisterne, potremmo forse affermare che solo un servizio di autocisterna gestito direttamente dal Comune sia ammissibile? E se ammettiamo, invece, che possa essere più efficiente e comunque ammissibile l’affidamento del servizio di autotrasporto dell’acqua a un vettore privato, perché non dovremmo poter affidare a un operatore privato – se più efficiente, e comunque sotto il costante controllo del committente pubblico – anche la gestione del sistema di trasporto dell’acqua mediante tubazioni?
    Ciò non toglie ovviamente che, in ciascun caso concreto, debba essere la collettività a scegliere lo strumento meglio rispondente allo scopo, nelle condizioni date: dove l’operatore pubblico offra un servizio migliore, la collettività opterà per quella soluzione. Ma non vedo davvero come dall’affermazione secondo cui l’acqua è un bene pubblico essenzialissimo possa desumersi l’affermazione ulteriore secondo cui il servizio di trasporto dell’acqua dovrebbe necessariamente essere affidato a un operatore pubblico. Non conosco il diritto costituzionale Ecuadoregno, né quello Boliviano; ma tenderei ad escludere che le norme costituzionali di quei Paesi citate da Francesco implichino questa conseguenza irragionevole (mentre mi pare molto più plausibile che esse si limitino a escludere l’appropriazione privata delle fonti dell’acqua). (p.i.)

    FZ Io credo che l’acqua (in tutto il suo ciclo di sfruttamento) debba essere esclusa da qualunque forma di gestione che ne implichi un guadagno (lucrativo o meno). L’acqua è un bene essenziale, anzi di più, è un diritto umano, e non può essere affidata a chi per forza di cose, non la gestirebbe affatto guidato da uno spirito di servizio alla collettività, ma da un desiderio (pur legittimo) di arrichimento personale. E’ troppo rischioso e intimamente ingiusto affidare all’interesse privato qualcosa che è un diritto di tutti: un’impresa pubblica può (e deve) al limite lavorare anche in perdita – quando condizioni avverse lo richiedano – per garantire un diritto ai cittadini, un privato non lo farà mai; ed è per questo che tale bene/diritto non deve finire sotto il suo controllo.
    Anche la questione dell’efficienza è un falso problema (oltre che un’arma a doppio taglio): da una parte con appositi investimenti e le riforme necessarie si può rendere efficientissimo anche il pubblico – e peraltro nel campo idrico il pubblico è stato storicamente sempre più efficiente del privato – dall’altro l’idea che tanto se il servizio pubblico non funziona lo si può privatizzare rischia di fornire un alibi al malfunzionamento del pubblico e servire gli interessi di quei privati che non aspettano altro che di “invadere” anche il campo dei servizi idrici.
    Una precisazione anche sulle recentissime (sono state approvate relativamente nel 2008 e 2009) costituzioni di Ecuador e Bolivia. Se l’affermazione nella prima è forse un po vaga, nella costituzione boliviana quest’ultima è piuttosto esplicita e precisa, recitando all’articolo 20/III:
    “El acceso al agua y al cantarillado constituyen derechos humanos, no son objeto de concesión ni privatización y están sujetos a régimen de licencias y registros, conforme a ley.”
    (trad. – “L’accesso all’acqua e alle fognature costituiscono diritti umani, non sono oggetto di concessioni o privatizzazione e sono soggetti a un regime di licenze e registri conforme alla legge.”)
    Tale articolo costituzionale, che sta portando alla de-privatizzazione completa dell’acqua in Bolivia non viene dal nulla. C’è un precedente specifico che la giustifica e spiega. Si tratta della cosidetta “battaglia dell’acqua” di Cochabamba del 2000, quando l’allora Governo boliviano privatizzò l’erogazione dell’acqua nella città andina (la terza per grandezza del paese) affidandola alla azienda Aguas de Tunari, controllata dalle multinazionali Brechtel ed Edison. Queste, seguendo il proprio interesse e non quello della cittadinanza di Cochabamba, alzarono le tariffe di più di tre volte, arrivando a chiedere mensilmente più o meno un quarto dello stipendio di un cittadino della città. Ne sorsero violenti scontri, con però il felice risultato finale della cancellazione del contratto con Aguas de Tunari e il ritorno al pubblico. In Italia fortunatamente non è mai successo niente di simile per ora (seppur il caso di Acea, mutatis mutandis, faccia pensare…). Personalmente spero che non ci sia bisogno di una “Cochabamba italiana” per rendere consapevoli gli abitanti del belpaese che l’acqua è un diritto sacrosanto e fondamentale e per questo non è privatizzabile, alienabile o esternalizzabile per nessun motivo.
    A presto e grazie per l’utile scambio di opinioni!
    Francesco Zurlo
    P.S. Aggiungo per completezza il passaggio citato della Costituzione ecuadoriana:
    “El derecho humano al agua es fundamental e irrenunciable. El agua constituye patrimonio nacional estratégico de uso público, inalienable, imprescriptible, inembargable y esencial para la vida”.
    (Trad. – “Il diritto umano all’acqua è fondamentale e irrinunciabile. L’acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico, inalienabile, imprescrittibile, inconfiscabile ed essenziale per la vita”)

    PI La replica di Francesco ha il merito di fornirci due documenti molto interessanti circa l’evoluzione più recente del diritto costituzionale di due Paesi sud-americani; mi sembra, però, che nessuna delle due disposizioni riportate escluda la possibilità che un servizio di trasporto dell’acqua sia affidato a un’impresa privata (anche in Bolivia leggo che è ammesso il “regime di licenze e registri”). Lo stesso Francesco, poi, non spiega perché dovrebbe essere consentito affidare a un’impresa privata il servizio di trasporto di acqua mediante autocisterne, o il servizio di condizionamento dell’aria, mentre dovrebbe essere vietato affidare a un’impresa privata la gestione della distribuzione dell’acqua mediante un sistema di tubazioni. Osservo, tra l’altro, che per il godimento dell’acqua potabile occorrono anche altri servizi, quali quello delle analisi chimiche e batteriologiche, o quello della manutenzione delle tubazioni: anche questi, secondo il ragionamento di Francesco, doverbbero poter essere affidati soltanto a un ente pubblico?
    A mio modo di vedere, il punto essenziale che preme a Francesco e preme anche a me è uno solo: che tutti possano godere di questo bene essenziale e che il costo da pagare per il suo godimento sia il più basso possibile. Ma non esiste alcun nesso logico tra questo punto essenziale e la preferenza a priori per l’affidamento a un ente pubblico della gestione dei servizi necessari per la distribuzione dell’acqua. Per un verso, quei servizi possono essere affidati a soggetti privati senza che la collettività debba per questo rinunciare a controllare la correttezza dello svolgimento del servizio e della tariffa applicata. Per altro verso, può ben darsi che quei servizi, affidati a un ente pubblico, siano svolti in modo scorretto, oppure generino costi eccessivi per gli utenti e rendite parassitarie (Francesco stesso riconosce questa eventualità). Tutta la questione, dunque, si riduce al problema tecnico del modo migliore in cui garantire l’imparzialità nella distribuzione, perseguire l’efficienza e combattere le rendite parassitarie. Un problema tecnico, non giuridico o ideologico. Francesco propone di risolverlo identificando l’ente pubblico come quello che sempre garantisce meglio imparzialità, efficienza ed economicità; a me sembra che l’esperienza induca a preferire la possibilità di una scelta pragmatica tra fornitori pubblici e fornitori privati, secondo le circostanze, possibilmente mettendoli in competizione tra loro e scegliendo di volta in volta quello che offre maggiori garanzie, migliori risultati e costi più bassi. Un mercato ben regolato, in un servizio pubblico, per lo più garantisce contro il rischio di sprechi e di rendite parassitarie meglio dei meccanismi interni di governo delle amministrazioni pubbliche. (p.i.)

  5. Stefano Ceccanti ha detto:

    dal blog di Massimo D’Antoni

    I profitti sull’acqua (e gli altri servizi) di Massimo D’Antoni
    Tra le ragioni portate a favore o contro la fornitura pubblica dei servizi locali in monopolio (quali acqua, trasporti, ecc.) si sente spesso affermare, per lo più da parte dei non addetti ai lavori, che i privati non dovrebbero gestire un servizio pubblico in quanto la loro presenza renderebbe necessaria la corresponsione di un profitto e quindi, a parità di efficienza gestionale, l’applicazione di tariffe più elevate.
    Per come è posto, questo argomento non è corretto dal punto di vista della logica economica. Esso trascura infatti la circostanza che anche il fornitore pubblico deve sostenere un costo, analogo al profitto dell’azionista, per reperire il capitale necessario a produrre il bene. Per fornire un certo servizio (es. erogazione di acqua potabile) devono essere effettuati investimenti nella rete; oltre ai costi di gestione (costi operativi), i ricavi devono dunque coprire gli ammortamenti a copertura del deprezzamento del capitale e devono remunerare il capitale investito. La remunerazione del capitale deve essere sufficiente a garantire l’attrattività dell’investimento da parte del privato; deve essere cioè almeno pari alla migliore remunerazione alternativa che il capitalista otterrebbe sul mercato, considerando anche la rischiosità dell’investimento.
    Ci chiediamo se una gestione pubblica di pari efficienza, finanziando l’investimento iniziale con risorse pubbliche invece che affidandosi ad investitori privati, possa consentire un risparmio per gli utenti. Utilizzare risorse pubbliche significa ricorrere alla tassazione oppure all’indebitamento. Se il governo non vuole far gravare l’investimento (che è lungo termine) interamente sulla generazione corrente, ricorrerà all’emissione di obbligazioni di durata paragonabile a quella dell’investimento. La tariffa non potrà dunque limitarsi a coprire i costi operativi e gli ammortamenti, ma dovrà includere anche gli oneri finanziari corrispondenti all’investimento. Tali oneri finanziari corrispondono al profitto degli azionisti della soluzione privata.
    Anticipo e un’obiezione: dobbiamo aspettarci che l’onere per il debito pubblico aggiuntivo sia inferiore alla remunerazione corrisposta agli azionisti. Il motivo è che il governo può indebitarsi a condizioni più favorevoli di un privato, oltre al fatto che il rendimento delle obbligazioni è normalmente inferiore a quello delle azioni.
    Tuttavia, va considerato che la differenza tra remunerazione delle obbligazioni pubbliche e delle azioni private riflette la diversa allocazione del rischio nei due casi: le obbligazioni ricevono una remunerazione inferiore perché il rischio ricade sul governo (che provvederà a traslarlo su utenti e/o contribuenti), mentre le azioni sono più remunerate perché assorbono le variazioni di costi e ricavi e dunque costituiscono un investimento più rischioso. In altre parole, è vero che ricorrendo al debito pubblico le tariffe sono più basse perché il costo del capitale è più basso, ma i rischi connessi alla gestione e all’investimento stesso (scelta di tecnologie e capacità produttiva inadeguate, cattiva gestione ecc.) sono sopportati dagli utenti stessi. Nel caso privato, tali rischi sono (o dovrebbero essere) sopportati dagli azionisti, mentre gli utenti hanno (o dovrebbero avere) la garanzia di una tariffa più stabile. Dico “dovrebbero” perché quanto detto vale a condizione che il regolatore sia in grado di eliminare dal profitto ogni componente di rendita, il che può avvenire se il servizio è assegnato tramite un’asta realmente competitiva.
    In assenza di altre considerazioni, relative per esempio ad una diversa efficienza gestionale o alla necessità di sostenere rischi di diversa natura, le due soluzioni comportano dunque i medesimi costi. In particolare, la soluzione pubblica non consente di sfuggire alla necessità di remunerare il capitale, e una diversa remunerazione del capitale tra i due casi rifletterà semplicemente la diversa distribuzione dei rischi tra utenti e investitori.
    Se dunque il privato sostiene costi operativi più bassi, e la regolazione è efficace nell’imporre tariffe in linea con i costi effettivamente sostenuti dal gestore (e nel controllare l’erogazione del servizio al livello pattuito di qualità), allora gli utenti avranno un vantaggio dalla privatizzazione. L’idea che il privato, per superiori capacità gestionali, per la presenza di incentivi più forti e per una maggiore libertà da vincoli di natura politica e burocratica, possa operare a costi più bassi è la ragione principale addotta da coloro che sono favorevoli alla privatizzazione.
    C’è tuttavia un’altra considerazione che segue dalla nostra analisi, e che in qualche modo riabilita l’argomento del maggior costo del capitale privato: se da una parte è vero che a parità di rischi il diverso costo del capitale tra pubblico e privato riflette esclusivamente una diversa allocazione dei rischi stessi, dall’altra pubblico e privato, pur svolgendo la stessa attività, potrebbero essere esposti a rischi diversi. In particolare, l’investitore privato sconterà, nella sua decisione, il cosiddetto rischio regolatorio. Il rischio regolatorio dipende dalla difficoltà per il regolatore di impegnarsi in modo credibile a fissare le tariffe secondo la regola concordata nel “contratto” stipulato con l’impresa/gestore. Una volta che l’impresa abbia effettuato l’investimento, il regolatore avrà tutto l’incentivo a rinnegare la promessa fatta, e “espropriare” gli investitori fissando tariffe più basse, magari in risposta alle pressioni degli utenti/elettori. Gli investitori non sono disposti ad impegnare i propri capitali nel settore regolato se non dietro garanzie credibili sul comportamento futuro del regolatore, oppure dietro pagamento di un premio adeguato a convincerli a sostenere tale rischio. Siccome il rischio regolatorio e il corrispondente premio sono presenti solo nel caso privato, essi costituiscono un costo della privatizzazione; un costo che spesso non viene considerato nei confronti di efficienza tra pubblico e privato, e viene pagato dalla collettività sotto forma di un basso prezzo di vendita delle azioni al momento della privatizzazione.
    Insomma: la delega della gestione dei servizi pubblici ad un soggetto privato può essere una modalità organizzativa vantaggiosa per gli utenti. Ma solo a patto che il regolatore sia sufficientemente autorevole, indipendente, credibile, autonomo rispetto alle pressioni degli utenti, e che il quadro normativo sia stabile e chiaro. Si tratta di condizioni che variano da paese a paese e dipendono dall’assetto istituzionale. Se al contrario l’assetto regolatorio è incerto, ricorrere ai privati comporta la necessità di compensare il rischio regolatorio; in questo caso, pur in presenza di una maggiore efficienza, la soluzione privata non darà i risultati sperati. La conclusione un po’ paradossale è che, a fronte di un “fallimento del governo” che aumenta i costi del ricorso al privato, la gestione diretta pubblica può rivelarsi preferibile.

  6. Alessandro Canelli ha detto:

    Non è che le conclusioni di D’Antoni sottintendono un giudizio di minorità sul quadro istituzionale italiano, che paradossalmente essendo debole regolatore ha bisogno perciò di essere padrone del servizio?
    E come se ne esce da questo paradosso?
    A questo punto, tirandone le conseguenze estreme, visto che gli italiani sono deboli regolatori della propria democrazia, togliamogliela?
    😉

    • Massimo D'Antoni ha detto:

      È vero che penso che spesso è meglio un cattivo padrone di un cattivo regolatore. Che questo si applichi in particolare all’Italia invece non l’ho mai pensato (qualcuno che è arrivato a dirlo, proprio con riguardo all’acqua, è Luigi Zingales). Ciò che penso è che sia essenziale avere un quadro regolatorio adeguato prima di mettere in piedi un’asta.
      L’analogia con la democrazia non la capisco, ma mi par di capire che è uno scherzo.

  7. Stefano Ceccanti ha detto:

    A me sembra che dovremmo tenere conto dei vincoli obiettivi, rispetto alla necessità di individuare investimenti per riqualificare la rete idrica, che sono i seguenti:
    1- noi abbiamo un debito pubblico che ci siamo impegnati seriamente a ridurre, questo vale per il Governo ma vale anche per le opposizioni che si candidano a un ‘alternativa, su questo e su altri temi; le risorse pubbliche sono un bene scarso;
    2- il prelievo fiscale non può cresceere ancora, caso mai le risorse riprese dalla lotta all’evasione devono andare a riduzione di chi paga troppo a causa degli evasori.

    Per questo non si può caricare tutto unilateralmente su una gestione pubblica diretta e non per cedere al mercato, ma per fare gare, cioè per regolare quest’ambito

  8. Roberto ha detto:

    Ho le idee più chiare, però gentile professore se si organizzasse un incontro sarebbe meglio, invitando magari quelli del master in Parlamenti del professor Lanchester. Dobbiamo votare su quesiti importanti, è giusto una spiegazione semplice che ci indirizzi. Grazie

  9. Pietro Giordano ha detto:

    Siamo alle solite.…
    Ai proponenti i referendum credo importi poco l’acqua, penso che lo considerino l’ennesimo referendum su Silvio. Sperano che esso diventi lo strumento per la spallata (l’ennesima…..) contro l’orco cattivo.
    La mia esperienza di dirigente di un’Associazione di consumatori, mi dice che ci sono gestioni pubbliche in grado di erogare un servizio, quello dell’acqua, altamente efficiente ed a costi competitivi, tenendo i bilanci in equilibrio, così come vi sono aziende private che fanno altrettanto. E’ vero anche il contrario, cioè larga inefficienza e costi alti per i consumatori con gestioni pubbliche o private.
    Ecco perché le distinzioni manichee tra buono (pubblico) e cattivo (privato) non hanno senso, come non ha senso aver montato su un referendum abrogativo che certo non risolve i problemi delle persone e delle famiglie, anzi rischia di aggravarlo.
    Fermo restando che è anche falso l’affermare che con la normativa Ronchi si privatizza l’acqua, il vero tema che un’opposizione riformista che si candida alla guida del Paese, dovrebbe porre al centro della sua strategia è quello di proporre alternative di correzione alla normativa esistente che vadano nella direzione di una tutela reale dei consumatori, tutela che non riguarda unicamente il “prezzo” dell’acqua, ma anche l’efficienza e la qualità del servizio, sia esso erogato da strutture pubbliche che da strutture private.
    Sono però anche convinto, che va definitivamente chiuso il capitolo della gestione dei servizi da parte delle pubbliche amministrazioni, che non possono continuare a fare il mestiere dei privati, con tutti i costi aggiuntivi(corruzione, assunzioni clientelari attraverso la gestione delle partecipate, ecc.) che puntualmente si scaricano sull’anello debole della catena, cioè il consumatore finale.
    Certo che senza un’Autorità di controllo indipendente e con sistemi di gara al massimo ribasso, non sarà possibile avere qualità del servizio a costi contenuti.

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