Tre domande cui il libro di Stefano (Ceccanti) ci costringe


Il libro di Stefano Ceccanti (Al cattolico perplesso) è un documento prezioso. Può essere letto come il diario di un credente appassionato e protagonista della vicenda politica che attraversa la crisi e l’oltrepassamento della «prima repubblica». A proposito di questa transizione disponiamo ormai di una notevole quantità di dati, ma, del resto ancora in corso, di essa non possiamo avere alcuna interpretazione storica. Nel cammino ancora lungo verso quest’ultima, un diario rappresenta un dato di qualità particolare. Rappresenta una tentativo di presa di coscienza che abbozza una lettura della quale più avanti si potrà tener conto.

Il documento che Stefano Ceccanti ci offre potrebbe essere analizzato sotto molte prospettive. Se ne scelgo una sola è per ovvie ragioni di spazio, ma non celo la scommessa di riuscire ad indicarne una cruciale: quella spirituale. Mi pare infatti che questo libro ci aiuta a comprendere un po’ meglio i criteri con cui un gruppo importante di cattolici (i “cattolici democratici”) ha attraversato trent’anni di cambiamenti socio-politici, o per lo meno alcuni dei criteri che ha adottato per le proprie scelte e come su questi ha influito la fede.

Questa scelta è ulteriormente giustificata dalla scansione che Stefano Ceccanti dà alle proprie riflessioni. Esplicitamente egli ricorre alla triade vedere / giudicare / agire (p.8), schema spirituale classico di una grande stagione dell’apostolato laicale.

Leggendo questo testo (anche) come un diario spirituale emerge un numero notevole di nodi che invitano al confronto. Anche in questo caso una scelta è d’obbligo. Mi concentrerò su tre soli punti scommettendo che siano quelli buoni per cominciare un confronto vero. Un confronto, almeno credo, che poggia su basi solide e che dunque non ha paura di essere un confronto schietto. È la fiducia nella solidità di quelle basi comuni, unitamente al desiderio di proseguire nella comune ricerca, che suggerisce e consente di concentrarsi su quelle che paiono questioni aperte e controverse.

Dalle pagine del sen. Ceccanti traspare una intensissima passione politica. La forza di questa passione può sorprendere, ma non è questo il punto. Prima di intraprendere la lettura mi ero chiesto cosa mai l’autore intendesse per perplessità (Al cattolico perplesso suona infatti il titolo del libro). Sin dalle prime pagine ci viene incontro la spiegazione del termine (p.7).  La perplessità è indicata come quello stato d’animo che separa due stagioni di convinto impegno politico (nel caso, quella della Dc di Zaccagnini da quella che porterà l’autore dall’impegno per i referendum elettorali al Pd). L’impegno in una associazione di apostolato laicale occupò questo interim. La cosa non significa, naturalmente, una successiva estinzione della esperienza di fede e di Chiesa, ma una discontinuità forte, tanto prima quanto dopo.

Mi chiedo allora: al di là delle quantità, sempre variabili e raramente decisive, siamo sicuri che l’allentarsi della partecipazione ecclesiale non nuoccia oggi più che mai alla qualità dell’impegno politico di un cristiano? Non è possibile che questo allentamento rischi di attenuare la rilevanza della fede per l’offerta politica che questi concorre ad elaborare? Non è possibile che da una ritmica esistenziale del genere dipenda la povertà di significato che ormai spesso si è costretti ad attribuire a definizioni quali: “… di formazione cattolica”, “… di ispirazione cristiana”. Si può pensare che, mentre la vita e non di meno la politica scorre e cambia di continuo (assai più rapidamente che negli anni ’50 e ’60), la forma e lo spirito siano stati assicurati una volta per tutte? Può bastare una partecipazione ecclesiale individuale? Può bastare, innanzitutto, alla azione politica del credente?

Lo stesso interrogativo può essere formulato anche diversamente. Può un politico cristiano astenersi dalla partecipazione al permanente discernimento ecclesiale senza grave nocumento tanto per la politica che produce quanto per il discernimento della Chiesa cui viene a mancare il suo contributo? Ovvero: mentre collocare la formazione cristiana prima che abbia inizio l’azione politica è coerente con il “vedere/giudicare/agire”, siamo sicuri che lo sia ancora per il paradigma della “scelta religiosa” che quel prima/poi supera in una più coerente e continuamente ripresa connessione tra obbedienza e responsabilità?

Nel rinnovare la sua opzione democratica, Ceccanti insiste sul nesso tra peccato originale e carattere sempre aperto, mai appagato (con le parole di Aldo Moro), della ricerca democratica (p.45).

In questo caso, il dubbio che sorge è se la esclusività di questo nesso – comunque importante – non procuri indesiderati ma inevitabili effetti negativi.

Se alla comprensione teologica della democrazia mancano due altri elementi, il riconoscimento del carattere sempre contingente degli eventi e della forma assunta dalle istituzioni e del carattere irriducibilmente plurale di queste, si rischia di ricadere in una sorta di storicismo – magari asintotico – e nella comprensione di un potere politico ancora sovraordinato agli altri poteri sociali. Un esempio di quest’ultimo rischio lo troviamo nella accettazione da parte di Ceccanti del lato ateo del triangolo della laicità di Baubérot (p.57). Ma quale è la sostanza di un potere invisibile, che, pretendendosi neutrale, pone le condizioni della propria in identificabilità e dunque della propria irresponsabilità? Che strano match è quello in cui una squadra non indossa alcuna maglia, o quello in cui un giocatore pretende di camuffarsi da arbitro.

A me pare anche che da questa idea di democrazia segnata solo dal peccato originale derivi una idea di sinistra con ancora un pizzico di presunta superiorità morale ed un grave difetto di contenuti specifici (cfr. p.47).

Dagli anni ’60 in poi, del resto, le innovazioni politiche sono venute più spesso da destra che da sinistra. È ancora giustificabile identificare sinistra e cambiamento?

Nelle pagine di Ceccanti che abbiamo sott’occhio la qualità “cattolica” sembra pesare di più sul lato della domanda politica (gli elettori) che su quello della offerta politica (i “politici” e le loro organizzazioni).

In effetti, le tre figure che Ceccanti ci presenta sono figure alcune delle quali con forti caratteri di debolezza ed isolamento, quasi degli “indipendenti di sinistra” (p.73 e ss.), figure tipologicamente prima ancora che contenutisticamente lontane da Sturzo e di De Gasperi, i quali cercarono di guidare processi e non di aggregarvisi.

Senza qualche distinguo se ne potrebbe ricavare una idea di mediazione – come dire – secondaria: esercitata a valle della formulazione da parte di altri delle proposte politiche principali. Una pratica della mediazione diversa, ortogonalmente diversa, fu quella di Sturzo e De Gasperi. Attraverso la mediazione elaborarono un programma e diedero vita ad una organizzazione collettiva capace di guidare coalizioni e di vincere (come al secondo riuscì). Essi ci mostrarono che la mediazione rende il cattolicesimo decisivo anche sul versante della offerta politica, non solo su quello della domanda politica.

Non una, ma due sono in questo caso le domande più urgenti.

Da un lato dobbiamo chiederci: è legittimo accostare la figura e l’esperienza politica di Pietro Scoppola a quella di Maria de Lourdes Pintasilgo e forse anche a quella di Joaquin Ruiz Gimenez? (Il recente volume di A. Giovagnoli su Scoppola rende ancora più pressante questo interrogativo.) L’Ulivo prima e il Partito Democratico poi, per la cui nascita Scoppola tanto si spese, dovevano essere una cosa radicalmente diversa da una partito neosocialista o da una “Dc di sinistra”. Questa differenza non è annullata dalla sconfitta che le idee di Scoppola subirono. Anzi, proprio questa sconfitta rende la questione ineludibile: gli obiettivi di Scoppola erano realistici? E se – come credo – lo erano, lo sono ancora?

D’altro canto dobbiamo chiederci, a maggior ragione dopo aver letto la chiusa del volume (pp.166-167): non c’è ormai altra possibilità per il cattolicesimo politico nella democrazia italiana che quella di esprimersi in testimonianze isolate, emozionanti ma politicamente poco influenti?

(dal “Riformista” del 10 Aprile 2011)

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