Quando la scuola diventò democratica- da Europa di oggi


Quando la scuola diventò democratica
Da Moro all’Ulivo il centrosinistra e la nascita dell’istruzione pubblica
La storia del primo centrosinistra, descritta da Daria Gabusi e rapidamente sintetizzata nella prefazione di Luciano Pazzaglia, oltre al terreno più consensuale della nuova media unica, si snoda soprattutto intorno a due crisi di governo, entrambe in materia scolastica. La prima avviene “da sinistra”, nel luglio 1964, per i finanziamenti alla scuola privata non graditi dai socialisti, in difficoltà anche perché sei mesi prima avevano sofferto la scissione del Psiup; la seconda nel gennaio 1966 “da destra”, a causa di settori dc ed ecclesiastici, per l’istituzione della scuola materna statale. Un nodo intricato perché il tema scolastico sta a cavallo del rapporto tra famiglia e istruzione, tra pubblico e privato e si era evidenziato tra i più problematici già alla Costituente. Non agevole era stata la sintesi, di fronte alla responsabilità educativa e quindi anche di scelta delle famiglie, tra il rispetto del ruolo già svolto dalle scuole legate alle comunità ecclesiali e la necessità di un impegno diretto dello Stato per alzare i tassi di scolarizzazione in modo diffuso «in tutte le contrade d’Italia» e assicurare così su basi rinnovate «l’unità nazionale», secondo le espressioni del relatore, il comunista Concetto Marchesi.
Già alla Costituente gli uomini del dialogo, che si fanno carico delle ragioni altrui, sono soprattutto Aldo Moro per la Democrazia cristiana e, più cautamente, Tristano Codignola, azionista e poi socialista.
Moro riconosce in quel contesto il ruolo incisivo dello Stato, soprattutto nell’«ordinare con norme generali» l’intera materia e nel «controllare… la concessione dei titoli di abilitazione professionale e di accesso» ed anche con una significativa presenza pubblica diretta che «sentiamo nostra», purché non si traduca nel «monopolio dell’educazione». Tutto per Moro si può discutere sull’assetto della scuola privata pre-esistente («ho sempre creduto, svolgendo attività costituzionale, di dover impegnare la legge futura, ma di non essere comunque impegnato dalla legge presente»), senza riprodurre staticamente gli istituti allora esistenti «del pareggiamento o della parificazione », tranne il principio dello Stato regolatore che in cambio di «speciali garanzie di efficienza didattica» dia «un particolare riconoscimento », cioè accetti, con le necessarie verifiche finali sull’«efficienza didattica della scuola e del rendimento degli studi», che anche lì si svolge un servizio pubblico. Per Moro, in altri termini, la questione di «una scuola che serva veramente al popolo» si poneva sia come espansione dello Stato regolatore in grado di inquadrare l’iniziativa privata sia come espansione dello Stato gestore, in un meccanismo che non poteva certo essere a somma zero, vista la ristrettezza del sistema esistente.
Anche Tristano Codignola si fa, in parte, carico alla Costituente delle ragioni altrui e, pure in un’impostazione generale centrata sullo Stato gestore, si sente in dovere di intervenire sull’emendamento del liberale Corbino, da lui cofirmato, che introduce la contestata espressione «senza oneri per lo Stato» nel terzo comma, limitandone comunque la portata: «Con questa aggiunta non è vero che si venga a impedire qualsiasi aiuto dello Stato…
si stabilisce solo che non esiste un diritto costituzionale a chiedere tale aiuto».
Tuttavia un conto era trovare un’intesa di principio alla Costituente e un altro il concreto sviluppo legislativo dentro una coalizione, l’unica possibile, senza possibilità di ricambio democratico, dove convivevano, sulle ali, coloro che l’avevano accettata solo come necessità, ovvero la sinistra del Partito socialista e la destra della Democrazia cristiana. Come spiega nel dettaglio il volume la prima crisi, quella del luglio 1964, rappresenta la reazione della sinistra del Psi rispetto a un modesto incremento a favore della scuola media non statale, debitamente motivato in relazione all’istituzione della media unica, tenendo conto del fatto che quella statale già in crescita per l’effetto dell’obbligo non avrebbe potuto assorbire anche parte dell’utenza privata.
La seconda crisi, quella del gennaio 1966, dovuta a una sessantina di franchi tiratori della destra dc scelbiana, legati ai settori ecclesiastici da sempre contrari all’apertura a sinistra e favorevoli piuttosto allo sdoganamento delle destre, fu dovuta ai timori per la nuova materna pubblica, vista come pericolo di un incombente monopolio educativo sulla prima infanzia. In realtà, in entrambi i casi, dissensi sulla specifica politica scolastica e sulla strategia politica complessiva, di policy e di politics, si intrecciavano in maniera indissolubile.
La presenza dei tessitori è però tale da recuperare rapidamente le crisi: Codignola sul versante socialista, al netto delle sue rigidità politiche e personali nei confronti di Gui a cui chiedeva di concordare tutto preventivamente, alla fine motiva realisticamente, come già alla Costituente, la necessità di tenere conto dell’intervento privato che già esisteva, soprattutto nell’educazione della prima infanzia; Gui (e Moro attraverso di lui), come alla Costituente, invitavano a non vedere nella nuova materna statale un gioco a somma zero con quella privata. La «funzione integrativa dello Stato rispetto al ruolo educativo svolto tanto dalla famiglia quanto dalle istituzioni private» (Gabusi) era la formula che nelle due crisi confermava e sviluppava il patto costituente.
Diversa invece la questione della mancata riforma universitaria architettata da Gui. In quel caso, come dimostra Gabusi col consenso di Pazzaglia, il problema non è legato a dinamiche destra-sinistra, laici-cattolici, l’irruzione della contestazione che confusamente vorrebbe riforme più radicali è in realtà utilizzata da pressioni corporative a cavallo tra potere politico ed accademico per bloccare, tra i vari altri, due degli aspetti più radicalmente innovatori, il tempo pieno dei docenti (nodo sempre dolente in termini di effettività) e l’incompatibilità tra la cattedra e il mandato parlamentare (che si affermerà solo nel 1980).
In fondo anche il diverso centrosinistra che nasce con l’Ulivo nel 1996 dovette poi misurarsi con un problema analogo, risolto poi in termini di principio con la legge 62/2000 che completa le idee di Moro e, in parte, di Codignola dichiarando nel suo primo articolo che «Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, secondo comma, della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Eppure anche questo centrosinistra, che poi si è evoluto nel Pd, esattamente come i tessitori di allora, deve sempre rimotivare quelle scelte perché è sempre viva la tendenza a sinistra a identificare tout court pubblico con statale e nell’area moderata a intendere la sussidiarietà come mera esternalizzazione di funzioni e risorse senza regole e senza verifiche. È preciso interesse del Pd rivendicare ad alta voce quelle scelte, frutto legittimo del lavoro della Costituente perché esse dimostrano che solo insieme siamo in grado di trovare risposte originali di cui ciascuno da solo non sarebbe capace, restando invece prigioniero dei diversi conservatorismi ideologici.

Stefano Ceccanti

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