Il senso del limite


OVERNO: APPELLO BIPARTISAN SU ‘IL FOGLIO’, VIGILARE CONTRO IMPULSI PER PROVE DI FORZA =
FIRMANO POLITICI, INTELLETTUALI E GIORNALISTI

Roma, 14 apr. – (Adnkronos) – “Matura in ambienti democratici
una tendenza alla ripulsa della democrazia liberale e a contestare il
regolare funzionamento delle istituzioni repubblicane. L’ultima
trovata e’ una ‘prova di forza dall’alto’ che ‘congeli le Camere’ e
imponga ‘d’autorita’ una nuova legge elettorale’ con l’aiuto,
esplicitamente richiesto, degli apparati preposti alla tutela
dell’ordine pubblico, Carabinieri e Polizia di Stato (Alberto Asor
Rosa, il manifesto, 13 aprile 2011). E questo e’ solo l’ultimo di
numerosi e allarmanti pronunciamenti in favore di vie
extraistituzionali al cambiamento di governo”. E’ quanto si legge in
un appello che verra’ pubblicato su ‘Il Foglio’ di domani,
sottoscritto da giornalisti, intellettuali e politici di varie aree
culturali.

“Abbiamo opinioni diverse, e in qualche caso opposte, sullo
stato della democrazia in Italia, sulle politiche di governo e
maggioranza, sulle decisioni in materia di giustizia e di legalita’.
Ma giudichiamo estremamente gravi -prosegue il documento- le soluzioni
anticostituzionali invocate, anche in forme meno rozze, da alcuni
leader d’opinione che mostrano di voler rinunciare all’unico metodo
possibile di iniziativa e di lotta in una democrazia repubblicana
europea e occidentale: la costruzione, nel conflitto ordinato e
istituzionalmente normato, di una alternativa di governo fondata sul
consenso dei cittadini. Siamo convinti che occorra vigilare contro
ogni impulso alla prova di forza e contro una torsione culturale verso
la trasformazione della politica in intolleranza, chiusura settaria,
demonizzazione del nemico, antidemocrazia comunque motivata o
mascherata”.

A firmare l’appello Luigi Amicone (direttore di ‘Tempi’),
Ritanna Armeni (editorialista del ‘Riformista’), Giovanni Belardelli
(storico, editorialista del ‘Corriere della sera’), Sergio
Belardinelli (docente, animatore del progetto culturale della Cei),
Alessandro Campi (docente universitario), Stefano Ceccanti
(parlamentare del Pd), Franca Chiaromonte (parlamentare del Pd),
Stefano Fassina (responsabile economia del Pd), Domenico Delle Foglie
(pubblicista cattolico, collaboratore di ‘Avvenire’), Ruggero Guarini
(scrittore), Massimo Introvigne (docente universitario) , Giorgio
Israel (docente universitario), Raffaele La Capria (scrittore),
Claudia Mancina (docente universitario), Alessandro Maran
(vicecapogruppo del Pd alla Camera), Enrico Morando (senatore del Pd),
Piero Ostellino (editorialista del ‘Corriere della sera’), Marco
Tarquinio (direttore di ‘Avvenire’) Giorgio Tonini (senatore del Pd).

(Red-Pol/Pn/Adnkronos)
14-APR-11 19:15

10 Comments

  1. Carlo Riviello ha detto:

    non sono giornalista, nè politico, tanto meno intellettuale, ma sottoscrivo 1000 (mille) volte e più.

  2. Franco Ragusa ha detto:

    Appello bipartisan con chi?
    Con chi lavora, dalla mattina alla sera, per alterare gli equilibri democratici?
    Con chi pensa solo alle “leggi sua”?
    Con chi ha ridotto il Parlamento in un mercato delle vacche, pur di rimanere avvinghiato ad un potere conquistato con appena il 36% degli aventi diritto di voto?

    Prima di fare appelli bipartisan, preoccupiamoci di fare nome e cognome di chi ha già manomesso “il
    rego­lare fun­zio­na­mento delle isti­tu­zioni repub­bli­cane”.

  3. Gianna Venturini ha detto:

    Non riesco a trattenermi di fronte all’ennesimo invito a mostrarsi concilianti e belanti. Ormai non ci sono speranze davanti a indecenti e protervie decisioni e provocazioni. E’ ora di finirla con atteggiamenti “responsabili” e con il “far play” di fronte a questi banditi trucidi e spregevoli.
    Gli ultimi misfatti del governo e i futuri definitivi danni che si profilano in tutta la loro pericolosità socioeconomica – le mani di Tremonti nella Cassa depositi e prestiti – la prepotenza becera per il mantenimento di uno stato di stallo che sta rovinando l’intero paese – suggeriscono che sia ora di passare alla ribellione: a brigante, brigante e mezzo. Magari trovando un modo più sottile ed elegante del loro, visto che la destra pensa a salvare il lato B di B, mentre il centro-sinistra dovrebbe salvare lo stesso lato di tutta la cittadinanza. Non si può essere superiori e generosi davanti allo sfacelo prossimo futuro, per esempio l’ipoteca sull’avvenire economico e vitale dell’Italia assunto allegramente in sede Europea con promesse di accollarci paurosi tagli per le prossime generazioni con perfetta faccia seria e tosta dallo stesso Tremonti, che si becca pure l’apprezzamento generale in questo deserto di statisti veri solo perchè ride poco e si atteggia al più bravo della classe, Lui, che fino a poco tempo fa aiutava i ricchi italiani ad evadere fisco e raggirare gli azionisti.
    La sfacciata irresponsabilità di questo comportamento per rientrare delle spese fatte con sprezzante irresponsabilità dal governo Berluscon, e l’indifferenza proterva con la quale respingono ogni tentativo di dialogo o ammorbidimento di decisioni catastrofiche e leggi vergogna, mi fanno decisamente propendere per una risposta altrettanto dura. Sono una vecchia signora che ha visto con delusione l’ineluttabile perdita di valori e di conquiste duramente ottenute, non ho più guance da offrire ed è ora di liberarci di gente inadeguata e in cattiva fede, perchè non è solo un dovere etico ed estetico ma di sopravvivenza.
    Grazie per l’ospitalità e cordiali saluti.
    Gianna Venturini

  4. Carlo Riviello ha detto:

    urka ke forka!
    (Giovanni Bianco dove sei?)

  5. Alessandro Canelli ha detto:

    15 aprile 2011

    Da Asor Rosa a Ferrara, chi ci sbarra la via d’uscita politica dal berlusconismo
    La guerra degli ologrammi
    Non combattiamo questa guerra. Neanche ci inoltriamo in un campo segnato dalle trincee scavate da Giuliano Ferrara in difesa di Berlusconi e battuto dai cannoni di bronzo della gerontocrazia progressista.
    C’è qualcosa di inquietante e cupo, nell’idea che i protagonisti dell’apocalisse finale possano essere, insieme e contro l’autocrate di Arcore, Asor Rosa e Scalfari, la Spinelli e Zagrebelsky, Camilleri ed Eco. E che lo scambio possa avvenire a colpi di reciproche denunce di golpismo, sulle quali chiamare ad arbitro Giorgio Napolitano.
    Forse è una dichiarazione di sconfitta, questa nostra – in fondo, anche del progetto di Partito democratico – ma dalla sconfitta non deve scaturire obbligatoriamente la cancellazione di sé, di un’autonomia di pensiero e azione, di ciò che rimane della convinzione di dover uscire dalla stagione berlusconiana guardando in avanti e non indietro, con leadership politiche e culturali nuove e non anteguerra, su un terreno di dibattito e scontro risanato e non ulteriormente avvelenato, impregnato dei pesticidi della reciproca delegittimazione.
    Fra prescrizioni brevi e dipietrismi, fra un Palasharp debenedettiano e i raduni berlusconiani di Milano, si chiude lo spazio per la soluzione politica di un problema che è comune fra destra e sinistra, e consiste banalmente nel mettere fine per via democratica a un ciclo esaurito, a una stagione che sopravvive solo per la disperazione di chi ci ha prosperato (ed è incapace di immaginare un futuro diverso per sé e per la propria parte), e per la frustrazione di chi non ha saputo promuovere un’alternativa non minoritaria.
    Può darsi che ciò che ci atterrisce oggi sia solo un’illusione ottica, che queste figure che ancora pretendono per sé il centro del discorso pubblico siano solo un ologramma, mentre gli italiani in carne e ossa sono ormai tutti fuori e oltre quel bucherellato campo di battaglia. E che siano in grande maggioranza pronti e convinti a giocarsela con altre regole e altri players, né nei palasport né nei tribunali né in tv, bensì nelle cabine elettorali. Ma è in un mondo di giornali e di opinioni che lavoriamo noi, dunque dobbiamo fare i conti con l’aria che ci tira dentro.
    Walter Veltroni si stupisce che possano trovare spazio gli argomenti portati da Asor Rosa sul manifesto a favore del “golpe progressista” da perpetrare per liberarsi di Berlusconi: Veltroni fa bene a dissociarsi, come altri del Pd, però sbaglia a stupirsi. Intanto perché era facile che il pacchetto di mischia berlusconiano cogliesse l’occasione offerta dal vecchio barone rosso, la amplificasse da Raiuno ai fogli del gruppo e ne facesse lo scandalo del momento. E poi perché l’avventato Asor Rosa non è vox clamantis in deserto: la soluzione spiccia del caso Berlusconi è coerente con la tesi secondo cui viviamo in un regime, con un tiranno da spodestare in ogni modo e una destra abusivamente al potere.
    Insomma, Asor Rosa dà voce all’universo concettuale che anima la ribellione viola e ne ispira i leader politici e giornalistici, senza che la grande stampa progressista e il grande partito riformista abbiano voluto e saputo dare battaglia per smontare questa autolesionista semplificazione.
    Quando Ferrara eleva a rango di nemico principale gli Asor Rosa, gli Scalfari, le Spinelli, da un lato confessa un datato ambito intellettuale di riferimento – sostanzialmente quello dei suoi genitori – da un altro però sfrutta la triste propensione della sinistra a scagliare contro il mondo contemporaneo non solo il Pantheon degli estinti, ma anche il Pantheon dei viventi: dalla conformista presa d’atto dell’inadeguatezza dei leader attuali, dalle nostre parti si passa subito a mobilitare i vecchi combattenti, gli unici abbastanza nobili e intoccati (dalle miserie del quotidiano) da potersi ergere come muraglia etica.
    Delusi dal nuovismo, ci rifugiamo nell’improbabile Arcadia dei partiti di massa di arco costituzionale.
    Il direttore del Foglio si appella contro il golpe delle élite. È un gesto conformista anch’esso, ormai luogo comune. Si vede che non ha letto il recente bel libro di un suo amico (Un grande paese, Luca Sofri: ci torneremo), nel quale si tenta di rivalutare – contro ogni corrente – l’importanza di leadership selezionate ed elette in quanto migliori, cioè capaci di offrire orientamento, esempio e guida a concittadini che sono in tutto eguali fra loro nei diritti e nei doveri, ma non necessariamente eguali per capacità, competenza, probità.
    Ecco, fra il trito e insincero antielitismo di Ferrara e l’eversivo e improvvisato giacobinismo di Asor Rosa, Sofri vede una possibile via d’uscita, in avanti e non indietro, per l’Italia. Tornare a discriminare fra bene e male, giusto e sbagliato, vero e falso, assumendosi la responsabilità di scegliere e di comportarsi di conseguenza: ma non con l’obiettivo di distinguersi da una massa di canaglie ignoranti, stupide o corrotte, bensì con l’ambizione di migliorare se stessi e gli altri; non per far emergere una minoranza eticamente superiore, bensì per conquistare una maggioranza mediamente ben informata e in grado di promuovere dei gruppi dirigenti.
    Pare programma ovvio, buonsenso né di destra né di sinistra. In giorni dominati da ologrammi ingrigiti e rumorosi, somiglia di più a un’utopia.
    Stefano Menichini

  6. Alessandro Canelli ha detto:

    PS: a parole ormai il dibattito è arrivato al livello della eliminazione fisica come unica soluzione, e le alternative disponibile sembrano a livello di quelle di Stalingrado, dove l’unica alternativa a Hitler era Stalin.

    Io non ci sto.

  7. Alessandro Canelli ha detto:

    PS 2: un grazie a Ceccanti e Tonini

  8. Luca ha detto:

    Ho firmato l’appello di Ferrara.
    Mi sembrava il minimo.

  9. Stefano Ceccanti ha detto:

    Il golpe di Asor s’infrange sul Colle
    Il golpe di Asor si infrange sul Colle
    di Alessandro Calvi dal Riformista di oggi

    Hyperpartisanship. «Attitudine a dividersi», dice Napolitano. Per Tonini e Ceccanti «così facciamo da pendant di Berlusconi».

    Nella foto: Giorgio Napolitano La parola chiave della crisi politica italiana è hyperpartisanship. L’ha utilizzata Giorgio Napolitano a New York pochi giorni fa, ed è la stessa che fa capolino in molti ragionamenti innescati dalla «provocazione» di Alberto Asor Rosa che sul manifesto ha scritto di pensare a «una prova di forza […] che scenda dall’alto». Il fatto è, però, che così facendo Asor Rosa si è iscritto di fatto tra coloro che regalano benzina alla marcia del Cavaliere. E non è un paradosso.
    Il «più grande problema della politica italiana è l’hyperpartisanship», spiegava Giorgio Napolitano a New York a fine marzo, nel corso di una conversazione nell’aula magna della New York University. E, con ciò, come scrisse il Corriere della Sera, intendeva quella «attitudine a dividersi» in modo da rendere «impossibile una normale dialettica», fino a parlare di una «guerriglia quotidiana» per cui «nessuno ascolta l’altro, non c’è più dialogo e questo determina una delegittimazione reciproca dei fronti in competizione».
    Che avesse ragione da vendere se ne è avuta conferma al suo ritorno in Italia, quando fu costretto a convocare i capigruppo di maggioranza e opposizione sul Colle per tentare di riportare tutti alla ragione e preservare il decoro delle istituzioni messo a rischio dalla rissa che in quelle ore andava in scena a Montecitorio.
    Sono passati pochi giorni, e Alberto Asor Rosa ha confermato una volta di più quanto quelle preoccupazioni fossero fondate. E quanto, in fin dei conti, si intreccino anche con le osservazioni affidate da Luciano Violante al Riformista sul fatto che in Italia «i poteri dello Stato sono ormai soltanto due, esecutivo e giudiziario, perché il Parlamento non è più in grado di svolgere le funzioni di rappresentanza e di composizione dei conflitti istituzionali e social». «Violante – osserva il senatore pd Giorgio Tonini – ha messo bene in evidenza la crisi del ruolo del Parlamento ma si tratta di un tema non soltanto italiano. Basti pensare agli Stati Uniti, e non a caso il Presidente Napolitano ha recentemente parlato di hyperpartisanship».
    Ebbene, dice Tonini che «il bipolarismo italiano non è mai riuscito a diventare un bipolarismo di competizione sull’elettorato moderato e che molti ritegnono che la partita politica si debba giocare mobilitando appieno il proprio elettorato, escludendo l’elettorato mobile». Questo, dice ancora Tonini, è ciò che serve a Berlusconi e, per questo, «uscire dal berlusconismo significa costruire un bipolarismo che competa per la conquista di quell’elettorato. Perché ciò sia possibile, occorre che quell’elettorato esista, che esista cioè una società civile autonoma dagli schieramenti politici, che lo stesso valga per il sindacato, per le organizzazioni imprenditoriali, per le istituzioni religiose, e anche per il mondo dei media». «Per battere Berlusconi – conclude Tonini – occorre scegliere un terreno diverso da quello a lui più congeniale e non cadere nelle sue trappole». Parlare di emergenza democratica, insomma, è un errore perché «poi finisce che qualcuno, come ha fatto Asor Rosa, chiede lo stato di emergenza».
    E non a caso, Pino Corrias sul Fatto Quotidiano, a proposito di Asor Rosa ha scritto che «l’unico a prenderlo sul serio fino a saltargli sul collo è il suo vecchio compagno, nel frattempo diventato trombettiere principe di quella lobby. E consentendogli il privilegio di stare (proprio lui) dalla parte della Costituzione che ogni giorno va frantumando».
    Simile è l’analisi di Alessandro Campi, secondo il quale la dialettica tra maggioranza e opposizione è fisiologica, salvo il fatto che in Italia «da un lato c’è una delegittimazione continua dell’avversario, dall’altro una sindrome da complotto. Le due cose insieme producono una situazione dalla quale diventa difficile uscire. Servirebbe – dice Campi – un’operazione di pulizia intellettuale per rimuovere questi macigni che la politica si porta dietro». E questo, aggiunge Campi, «riporterebbe mobilità anche nell’elettorato» il quale, preda di questa logica impastata di hyperpartisanship, è cristallizzato su posizioni estreme.
    Spiega Stefano Ceccanti che è dovere anche della opposizione «usare toni tali da evitare da questo scenario. Se – prosegue il senatore pd – continuiamo a dire che c’è un regime, rischiamo di creare tanti Asor Rosa i quali a loro volta rafforzano quel clima». Meglio sarebbe, invece, «valorizzare l’editoriale di Avvenire sulla giustizia». Certo, prosegue il costituzionalista, «anche una parte del nostro elettorato è affetta da hyperpartisanship, e non ne può più, ma chi fa politica deve svolgere un ruolo di orientamento, non fare da pendant di Berlusconi». La soluzione, allora, suggerisce Matto Orfini, può essere «denunciare l’aggressione allo stato di diritto operata dal centrodestra con le leggi ad personam senza smettere di occuparsi di precari e lavoro, tenendo insieme questione democratica e questione sociale». Tornare alla politica, insomma.
    Questo basterebbe per restituire al Parlamento il ruolo che ha perso, come ha osservato Violante, perché schiacciato da una contrapposizione permanente tra potere esecutivo e potere giudiziario, scatenata da una crisi della politica la quale ha delegato i propri compiti proprio alla magistratura. Attorno alla quale si è radunata una folla di tifosi, ormai dimentica della politica.

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