Decantazioni trasformiste e primavere riformiste


Più invecchio e più mi rendo conto di non capire un’acca di politica. Più vado avanti, più mi sembra che le leggi della politica non siano quelle della razionalità, ma quelle di un gioco per il potere che segue percorsi torbidi e tortuosi, funzionali alla logica primitiva del conflitto e del posizionamento territoriale. Le pulsioni prevalgono oscuramente nella formulazione delle strategie e dell’adesione ad esse, sacrificando le ragioni argomentative che vengono adattate a posteriori all’irrazionalità delle decisioni. I meccanismi di identificazione emotivi  premiano la forza motivazionale di queste pulsioni originarie. La riflessione sembra ridursi a una sovrastruttura accademica raramente rilevante. Se una buona bibliografia non ha mai fatto un grande politico, tantomeno rende un politico vincente.

Se questo irrazionalismo nichilistico può apparire esagerato ai lettori landiniani, abituati ad esercizi dialettici stringenti e puntuali, sarei confortata dall’esserne argomentativamente confutata, attraverso una razionale (convincente) dimostrazione della razionalità intrinseca alla recentissima strategia politica lanciata nelle colonne dei due più autorevoli quotidiani del Paese (Corriere della Sera e Repubblica) dal leader cui fa riferimento una fetta consistente degli amici landiniani.

Ho letto infatti con grandissima e sconcertata sorpresa le recenti prese di posizione di Walter Veltroni, promotore con Beppe Pisanu (in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, (http://www.corriere.it/politica/11_aprile_15/Pisanu-Veltroni-smettiamola-rissa-continua_e61e3176-6746-11e0-82d9-fefb5323b337.shtml ) della proposta di un “governo di decantazione”, ulteriormente illustrata in una successiva  intervista a Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2011/04/21/news/veltroni_intervista-15203182/index.html?ref=search). La totale incoerenza delle tesi esposte con la linea di riformismo e l’idea di Pd da me associata sin qui all’area veltroniana mi coglie del tutto impreparata. Sono io che non ho capito nulla o si tratta di un’inversione di rotta  di 180º da parte di un politico in disperata ricerca di protagonismo?

Sono almeno due decenni che la sirena del “bipolarismo virtuoso” da istituire in Italia monopolizza il banco del ‘riformismo  democratico’ con tanto di annessi e connessi  (riforma elettorale in vista di una democrazia decidente che superi le secche del rappresentativismo partitocratico coniugando auspicabilmente il bipolarismo in bipartitismo; rafforzamento del legame eletti/elettori anche attraverso il vincolamento irrevocabile della costituzione delle maggioranze alla volontà popolare espressa dal voto e la sua sottrazione al trasformismo delle mutevoli alchimie parlamentari). L’investitura plebiscitaria di Veltroni a primo segretario del Partito Democratico  è avvenuta all’insegna di questo progetto, in cui un leader di estrazione comunista si faceva promotore e garante del traghettamento delle forze riformiste nel corpo postsocialista di un nuovo partito di ispirazione anglosassone. Democratici e non socialisti. Progressisti e non di sinistra. Nella fase nascente del Pd l’accurata regia lessicale è sembrata sancire una discontinuità ideale e storica rispetto al passato che si è rapidamente rivelata molto meno radicale  nei fatti di quanto promesso dalle parole. La scelta di liquidare l’esperienza di ecumenismo frammentario e conflittuale dell’Ulivo nelle elezioni del 2008 ha contribuito a una semplificazione del panorama politico, ma nel medio termine è costata a Veltroni la poltrona di segretario e alla sua linea la maggioranza nel partito. Bersani si è assestato su una linea più morbida di realistico continuismo : fedele al tradizionale italico primato degli obiettivi sulle strategie, pur di sconfiggere Berlusconi e portare il Pd al Governo si è dichiarato disposto a tutto – dall’accordo con la plurima costellazione di sinistra radicale che ha contribuito all’affossamento del governo Prodi ed è stata cancellata dalle ultime elezioni, all’alleanza con il centro moderato del transfuga Casini, fino alla stipulazione di un patto ‘resistenziale’ alla CLN con tutte le forze antiberlusconiane in campo (inclusa la destra dell’eretico Fini e facendo eventualmente occhiolino alla Lega) -.  Davanti a questo frenetico e sterile tentennamento del Segretario –  si sono detti in molti -, meglio restare a bocce ferme e aspettare che la coerenza dia i suoi frutti: la fedeltà alle idee di fondo che hanno dato vita al Pd premieranno nella media distanza chi le porta avanti con coerenza. L’arbitraria disponibilità della maggioranza del Pd a declassare le primarie a strumento facoltativo condizionato alla volontà dell’alleato di turno (si fanno se l’alleato è Vendola, che le vuole. Si sospendono se l’alleato è Casini che  non ne vuole sapere) la punirà agli occhi degli elettori e dei sostenitori del Pd, che hanno ormai interiorizzato questo strumento come un’istituzione fondativa del nuovo partito.  I rapporti di forza interni correggeranno progressivamente gli equilibri usciti dall’ultima tornata congressuale. Il Pd bipolare, riformista e innovativo, partito antipartitocratico delle primarie – discontinuo rispetto agli apparati  di potere mantenutisi in piedi – malconci ma sempre potenti – nel passaggio dalla Prima e alla Seconda Repubblica,  finirà per prevalere.

Gli elettori, che hanno creduto di trovare nella minoranza uscita dal congresso la forza che presidia questo nucleo di idee, possono aspettare, ma i politici si muovono. Ed effettivamente Veltroni si è dato molto da fare in questi mesi. Invece di partire per l’Africa come aveva promesso, se ne è rimasto a Roma a strutturare a corrente di partito l’area di consenso intorno alle posizioni del riformismo democratico. L’irrigidimento identitario di gruppo, imprescindibile per la riaffermazione del suo ruolo di leader, è costato all’area una consistente sforbiciata quantitativa, ma era il prezzo da pagare alla ricompattazione intorno al capo: andare alla conta con il documento dei Settanta ha voluto dire liquidare definitivamente Franceschini e rimettere in sella Veltroni. Se qualcuno aveva pensato che l’ossequio alla logica anglosassone dell’alternanza  significasse l’uscita definitiva di scena dalla politica attiva di un leader a suo tempo irrevocabilmente dimessosi (perché per sua ammissione sconfitto, anche se nel corso del tempo la tornata elettorale delle  Amministrative sembra svaporata nella memoria storica del nostro e la sconfitta alle Politiche ascende a un grandissimo risultato, il maggior successo di un partito riformista nella storia repubblicana), ha dovuto ricredersi alla svelta: il perdonistico modello cattoitaliano del ‘Rieccolo’ di fanfaniana memoria fa premio sui punitivi rigorismi protestanti delle dannazioni storiche definitive. Al giornalista che chiede apertamente se vada “esclusa la possibilità di una sua ricandidatura a Palazzo Chigi” , il già segretario recupera a tutto tondo l’inaffondabile risposta del ripetitivismo democristiano:  «Escludo che se ne debba discutere adesso. Il grande difetto del centrosinistra di questi ultimi anni è aver concentrato il confronto sui nomi.” Risposta tanto in linea con l’attivismo dell’ultimo anno quanto incompatibile con il legato di chi ha precisamente dominato da protagonista la scena del centrosinistra di questi ultimi anni, peraltro predicando e praticando la politica della personalizzazione carismatica, come pivot  imprescindibile del rafforzamento della democrazia decidente e della evoluzione mediatica dei suoi meccanismi.

Per chi aspira (non adesso, ma in breve) a Palazzo Chigi è urgente partorire proposte politiche che piazzino al centro della scena politica creando movimento e profilino una proposta alternativa a quelle già in campo. Se dunque, dopo la batosta del 14 dicembre, l’attuale segretario del Pd si posiziona al momento (non sappiamo per quanto) sulle elezioni anticipate,  Veltroni tira fuori dal suo cilindro di grande affabulatore la proposta di un ‘governo di decantazione’ da costituire in parlamento con un ampio arco di forze parlamentari, possibilmente anche con pezzi della maggioranza (eventualità garantita dalla sottoscrizione dell’appello da parte di Pisanu).

Indipendentemente dalla valutazione di merito sulla praticabilità di una proposta del genere   (che poteva avere un senso a dicembre, quando la maggioranza uscita dalle urne è andata alla prove dei numeri dopo l’uscita di Fini, ma che appare del tutto irrealistica dopo le ripetute conferme della tenuta del Governo – per risicati e indegnamente acquisiti che siano i suoi voti parlamentari- e che non appare neppure compatibile con un’eventuale crisi di Governo dovuta alla rottura della Lega sull’azione militare in Libia, perché  su una crisi del genere il Pd finirebbe infatti per votare con Berlusconi e non per il suo rovesciamento),  mi è del tutto impossibile capire quale sia la coerenza di questa linea con il “bipolarismo virtuoso” di cui Veltroni si è reclamato portavoce fin qui e cui questa proposta dovrebbe  aprire le porte.

Il rovesciamento di una maggioranza uscita dalle urne per un ‘golpe’ parlamentare è precisamente uno dei peccati capitali del malcostume parlamentarista che il maggioritario perseguito da vent’anni dal riformismo si propone di combattere ed è francamente difficile capire che cosa qualificherebbe questo governo di decantazione come un “esecutivo non di ribaltone”  (l’autorevolezza del Primo ministro cooptato dai parlamentari sulla testa degli elettori? Arduo, se non impossibile, trovare un personaggio di una statura morale e di una competenza tecnica talmente formidabili da legittimare un’operazione di palazzo del genere. Arduo, per quanto non impossibile, trovare qualcuno disposto a bruciarsi in una classica ‘congiura’ romana come questa). È difficile credere che “un percorso di transizione di questo tipo” potrebbe dare agli italiani “la percezione che comincia una fase nuova”della politica e non che  si torna al vetusto costume da Prima Repubblica delle estemporanee maggioranze parlamentari confezionate in una trattativa a porte chiuse tra Segreterie.

È difficile capire, poi, come un esecutivo di transizione del genere potrebbe partorire quella legge elettorale  che “consenta ai cittadini di scegliere le proposte alternative di governo,(…) proposte non ‘contro’ qualcuno ma ‘per’ l’Italia”, se oggettivamente le architetture politiche perseguite dagli interlocutori potenziali di questo patto sono antitetiche al bipolarismo maggioritario in cui si ritaglia il ruolo del Pd. Per esplicita ammissione veltroniana il Terzo Polo, che dovrebbe costituire la colonna portante dell’accordo di transizione, “rivendica un ruolo autonomo”, perseguendo la ‘famigerata’ “logica dei due forni, dei governi contrattati”. Quali margini di contrattazione politica si hanno  se all’opposto si è convinti che  “invece il futuro del Paese sta in un bipolarismo virtuoso”? Se Casini non si stanca di ripetere che il tramonto berlusconiano significa la fine del bipolarismo e che la sua incrollabile opzione per il sistema proporzionale (come garante della riserva di caccia del voto moderato in un centro autonomo tra i due poli) risulta rafforzata dall’uscita di scena del leader del Pdl, quale legge può negoziare con lui il maggioritario Veltroni, il cui obiettivo politico è precisamente la conquista di questo spazio moderato al centro da parte del Pd? Se uno degli errori fatali della segreteria Veltroni è stata quello di forzare i tempi di una auspicata stagione costituente, senza prima garantirsi alle spalle un partito concorde sul modello di legge elettorale  (è ingiusto far ricadere tutte le colpe della sconfitta elettorale del 2008 su Prodi e la rissosa frammentazione della sua coalizione ulivista. Gli elettori non hanno punito di meno le divisioni interne al neonato Pd, arrivato al voto in manifesta lacerazione sui modelli elettorali), questa sua forzatura per un esecutivo di transizione che dovrebbe realizzare obiettivi di cui mancano le condizioni politiche sembra ricalcare esattamente lo stesso modello irrealistico e velleitario, inevitabilmente sconfitto dalla realtà dei rapporti di forza e delle rispettive strategie.

Ad Asor Rosa Veltroni manda giustamente a dire che ”l’idea di congelare la democrazia per salvarla è pericolosa”. A Veltroni viene da dire che l’idea di congelare la strategia riformista per salvarla è pericolosa. Se il suo obiettivo è genuinamente quello di promuovere l’uscita dalla stagione berlusconiana e di costruire il nuovo Pd e non semplicemente quello di posizionarsi come leader al centro della scena politica, passando alla storia come l’inventore del ‘trasriformismo’, lasci perdere le decantazioni trasformiste, si metta da parte e lasci fiorire nuove primavere riformiste.

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