Scelta di civiltà


di Raniero La Valle

Il sovversivismo delle classi dirigenti, a suo tempo diagnosticato nella analisi gramsciana, si attua oggi nell’attacco portato all’integrità e unità dell’ordinamento dello Stato. In questo senso l’azione del governo ancora in carica, anche se si è fermata un attimo prima di mobilitare la piazza contro i magistrati, si pone in obiettivo contrasto anche con il Quirinale.
Il presidente della Repubblica ha infatti un ruolo peculiare come rappresentante dell’unità nazionale e garante dell’unità dei distinti poteri e delle diverse funzioni dello Stato: del potere esecutivo, che deriva dalla nomina che a lui compete del presidente del consiglio e dei ministri; del potere legislativo, condizionato dalle sue firme di autorizzazione e di promulgazione delle leggi; della magistratura, di cui presiede il Consiglio Superiore; delle Forze Armate di cui ha il comando, presiedendo anche il Consiglio Supremo di Difesa. Rompendo l’unità dell’ordinamento, sottraendosi come imputato al controllo di legalità, mettendo il governo contro l’ordine giudiziario e lanciando i ministri nell’esercizio delle loro funzioni contro il presidente della Camera, Berlusconi rompe anche l’unità rappresentata dal presidente della Repubblica e dunque obiettivamente si pone in alternativa a lui.
La prova estrema di questa volontà di disgregazione del sistema sta nella volontà, dichiarata dal governo, di cambiare l’art. 41 della Costituzione, con il falso argomento di dare maggiore libertà all’impresa privata, che dall’art. 41 non è affatto coartata e che a Pomigliano come a Mirafiori ha dimostrato di essere anche fin troppo libera di fare quello che vuole.
L’art. 41 è quello che sancisce la “costituzione economica” del Paese: né liberismo assoluto, né pianificazione centralizzata. In questo sapiente articolo della Costituzione c’è una scelta di civiltà. Se è stata presentata come una scelta di civiltà quella tra liberalismo e comunismo, altrettanto è una scelta di civiltà quella tra un liberismo selvaggio, inteso solo al profitto privato, e un’economia memore della sua dimensione sociale.
Questa scelta di civiltà si fece all’assemblea costituente: il suo presupposto furono la rinuncia dei comunisti, espressa dallo stesso Togliatti, di postulare un’economia pianificata, e il rifiuto dei democristiani, dei socialdemocratici e degli altri partiti laici di un capitalismo puro alla von Hayek.
Che cosa c’è da rimproverare all’art. 41? Esso richiede che l’attività economica non si svolga “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”; ma al di qua di questi confini essa è libera di determinare i propri fini; era molto più esigente e vincolante il testo che era stato proposto all’Assemblea dalla Commissione dei 75 presieduta da Ruini, il quale imponeva un dover essere all’attività economica, la quale doveva “tendere a provvedere i mezzi necessari ai bisogni individuali ed al benessere collettivo”; con questa formulazione la ricerca del puro profitto privato sarebbe stata illegittima e sarebbero state costituzionalmente precluse le speculazioni finanziarie: della globalizzazione quale è oggi non si sarebbe nemmeno potuto parlare, e perfino delle televisioni di Mediaset ci si sarebbe potuto chiedere se siano necessarie ai bisogni individuali e al benessere collettivo.
L’assemblea costituente votò invece la sobria e netta affermazione della libertà dell’iniziativa economica privata, le pose il limite di non causare nocività sociale, e quando si trattò di prevedere un intervento pubblico perché essa “fosse indirizzata e coordinata a fini sociali”, rinunziò a usare la parola “piani” (che avrebbe potuto alludere a una pianificazione centralizzata) e grazie a un accordo tra il democristiano Taviani e il socialdemocratico Arata, usò la dizione “programmi e controlli opportuni” che sarebbe stato compito della legge determinare ai fini di assicurarne l’utilità sociale; e, essendo caduta la specifica norma antimonopolistica proposta da Einaudi, fu inclusa in questa attività del legislatore il compito di contrastare i monopoli.
La lotta per abbattere l’art. 41 non è dunque rivolta né a rivendicare una libertà già esistente, né a impedire una pianificazione oppressiva; serve semplicemente a cancellare ogni significato e destinazione sociale dell’attività economica, e a consegnarla, nella migliore delle ipotesi, al mercato, e nella peggiore delle ipotesi alla speculazione, allo sfruttamento e all’usura.
L’art. 41 non è solo uno dei 139 articoli della Costituzione; ne è l’architrave, al pari dell’art. 1 che fonda la Repubblica sul lavoro. Tutto l’edificio dei diritti umani fondamentali poggia su di essi; tolti quegli articoli, il resto crolla; ma crolla anche la nostra appartenenza a una comunità internazionale di diritto, e crolla anche la nostra cittadinanza europea, se l’Europa ha un ruolo da svolgere per forzare la globalizzazione a fini umani, per fondare dignità e diritti, per promuovere un’economia sociale di mercato.

(articolo in corso di pubblicazione su “Rocca”, n.4 del 2011)

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