Presentazione del “cattolico perplesso” a Como- intervento di Emilio Russo


Venerdì sera, il Centro Cardinal Ferrari ha ospitato la presentazione del libro “Al cattolico perplesso”, di Stefano Ceccanti, docente di diritto costituzionale alla Sapienza e senatore del Partito democratico, che ne ha discusso con mons. Angelo Riva, vicario episcopale per la cultura della nostra diocesi. L’incontro è stato promosso dall’associazione CulturaPolitica. La discussione è stata coordinata da Emilio Russo, autore delle note che pubblichiamo di seguito.
Le “perplessità” di cui si parla nel titolo non hanno niente a che fare con il piano delle convinzioni etiche e religiose ma sono legate, secondo Stefano Ceccanti, al disorientamento di una parte dei credenti di fronte all’introduzione del bipolarismo nella politica italiana. Un dato che, secondo l’autore, si è ormai radicato nella realtà italiana, anche con il contributo degli elettori cattolici. Ecco però che i cattolici perplessi diventano “gli elettori incerti”, smarriti di fronte alla difficoltà di identificare integralmente il quadro delle loro convinzioni con il profilo offerto da forze politiche divise secondo la distinzione centrodestra-centrosinistra e tra le quali è invece assente un partito che si richiami esplicitamente, come per la vecchia Dc, ad una matrice religiosa. “Al cattolico perplesso” è dunque un tentativo di mettere ordine nelle categorie che potrebbero innervare un discorso capace di ridare punti di riferimento condivisi a quanti intendono coniugare l’impegno (o almeno la testimonianza) ecclesiale con l’impegno politico nel nuovo assetto bipolare del sistema.
L’approccio di Ceccanti è reso particolarmente originale e suggestivo dai ricorrenti riferimenti di tipo autobiografico, fatti soprattutto degli “incontri” che punteggiano la ricostruzione del percorso attraverso cui il giovane dirigente degli Studenti di Azione Cattolica, della Lega Democratica di Piero Scoppola e della FUCI (di cui è stato presidente nazionale) perviene alla costruzione di un punto di vista maturo. Ma il ricorso al vissuto consente anche di integrare in modo fecondo la coscienza religiosa con la competenza del giurista e con la passione civile, mantenendo la riflessione sempre sul crinale di una rigorosa coerenza e di una appassionata difesa della tradizione dalla quale l’autore proviene. Quella filosofica del personalismo di Maritain e Mounier e quella politica di De Gasperi e di don Sturzo. Proprio al prete di Caltagirone il libro attinge per ricavare tre pensieri che vengono proposti come viatico anche nella congiuntura attuale: l’idea della “democrazia dei cristiani”, destinata a sopravvivere alla scomparsa della “democrazia cristiana” e alla sovrapposizione contingente del piano ecclesiale e di quello politico; la presa di posizione a favore di una “democrazia decidente”, che si traduceva allora, in controtendenza rispetto ai partiti popolari di un tempo, nella scelta per il maggioritario uninominale; la critica dello statalismo, sviluppata in nome del principio di sussidiarietà e delle ragioni della parzialità della politica rispetto alla società e dello stato rispetto alla politica. Una nitida posizione “liberale”, assai lontana, come si vede, dall’impostazione dell’asse Dossetti-La Pira, a cui si richiama invece una parte rilevante dei cattolici collocati “a sinistra”. Una distanza che porta Ceccanti a polemizzare direttamente con le posizioni della Bindi e di quanti si collocano, sostanzialmente, ancora oggi dentro il paradigma socialdemocratico.
I passaggi del testo sono sorretti da una vasta cultura teologica, testimoniata dai richiami ricorrenti alle fonti bibliche, ai documenti conciliari e alle prese di posizione dei papi. Particolarmente importante la citazione, riportata in un intervento sul testamento biologico, tratta dalla dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae, in cui viene enunciata la tesi secondo cui la legge – e lo stato stesso – non ha il fine di presidiare per intero il bene comune, ma solo “la sua parte fondamentale”, mentre “per il resto nella società va rispettata la norma secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e la loro libertà non deve essere limitata, se non quando e in quanto è necessario”. Il che si traduce in una fondazione della laicità intesa come limite alle pretese di imporre un punto di vista normativo esterno alla volontà dei soggetti. A questo riguardo, l’autore mette in guardia dall’eterogenesi dei fini che sembra avere colpito le teorie giusnaturaliste. Nate e rese vitali dalla loro capacità di contrastare le pretese assolutistiche del legislatore, segnando il perimetro della libertà individuale, oggi invece accade spesso che proprio il legislatore si richiami al diritto naturale “per essere onnipotente e rigido”. Cercando, cioè, di far prevalere, assolutizzandolo, il proprio punto di vista in quanto corrispondente al carattere normativo della natura. Che diviene il pretesto, cioè, di fondamentalismi di segno opposto.
Ceccanti, in realtà, non nasconde di preferire, all’espressione “laicità”, quella di “libertà religiosa”. Laicità è ormai in effetti un’espressione ambigua, segnata da una deformazione di impronta giacobina, portata a identificare la democrazia con uno spazio di discussione e di decisione dalla quale sono espunte rigidamente tutte le convinzioni che hanno la loro origine in una tradizione religiosa. Come fa uno dei colleghi di Ceccanti, il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, accusato – giustamente, a parere di chi scrive – di proporre un approccio riduzionistico delle caratteristiche dello stato di diritto, destinato a sfociare nella tesi della sostanziale incompatibilità tra chiesa e democrazia. E a cui viene per questo rivolto l’invito a confrontarsi con le tesi sostenute da Habermas nella celebre discussione con il cardinale Ratzinger (e non solo lì), a partire da quella secondo cui “è davvero difficile immaginare laicità e democrazia sorgere, inizialmente, al di fuori da uno spazio segnato dal cristianesimo”. Ma, soprattutto, con la constatazione che tra fede e ragione non esista una netta linea di demarcazione ma un processo di “reciproco apprendimento”, di reciproca integrazione. Lo spazio pubblico non può immaginarsi tanto più pluralistico e rispettoso della libertà quanto più sarà stato sgombrato dall’ombra del pregiudizio di natura religiosa. Non solo perché, almeno nella nostra civiltà, ricava proprio dal cristianesimo i valori che considera comunque fondamentali, a partire da quello della laicità, per non parlare dei principi della libertà, della dignità umana e della giustizia. Ma anche perché la stessa idea di una intransigente espulsione delle argomentazioni che si richiamano ad una identità religiosa è non la conclusione di un ragionamento ma il frutto di una convinzione destinata a maturare prima del giudizio. Tecnicamente, un pre-giudizio.
EMILIO RUSSO

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