La recensione critica di Enrico Peyretti al mio volume “Al cattolico perplesso”


11 03 09 Ceccanti Al cattolico perplesso
Stefano Ceccanti, Al cattolico perplesso, Borla 2010, pp. 172, euro 22,00

Io sono (più o meno) cattolico e rimango perplesso dopo la lettura di questo libro, che l’Autore (senatore del Pd) mi manda in seguito ad alcune discussioni tra noi. Sono perplesso su quale perplessità dovrebbe superare il cattolico destinatario. Forse certi dubbi sui modi di presenza dei cattolici nel Pd. Forse.
Anzitutto, devo dire, come diceva Bobbio (lui a torto, io a ragione) che non mi intendo di politica, intesa come gioco dei ruoli nella pratica deliberativa, con le relative mosse, contromosse, dichiarazioni, interpretazioni, che non capisco mai se sono finte o sincere. Non ho mai tentato di andare in politica perché non sono né furbo né svelto abbastanza per capirne le indecifrabili manovre. L’impressione del cittadino comune, anche accorto e impegnato, è che in politica non ci si occupi di dire la verità, ma solo dell’effetto che fa. È il luogo degli effetti utili, più che dei fini validi.

Il potere di essere
La politica è importantissima, nobile e necessaria, ma quella istituzionale, che gestisce i poteri, si svolge sul terreno più scivoloso e infido che si conosca. Nella storia umana, è il luogo di alcune poche grandi guide – le più grandi si sono tenute fuori dalla politica – ma soprattutto dei maggiori delinquenti della storia. Le più alte figure della storia umana, i grandi spiriti apritori di strade, hanno fatto certamente “politica” (lavoro per la polis), ma senza altro potere che l’esempio della virtù, del pensiero, della verità, della dedizione, e quindi col potere di unire e di guidare, cioè il potere di essere, il potere su di sé, non il potere su altri. Se invece la politica è il luogo del potere di alcuni, e non “di tutti” come cercava Aldo Capitini, profetizzando la nonviolenza come compimento della democrazia, va più che mai, anche in democrazia, sottoposta a serrata critica e controllo.

La salvezza viene dagli esclusi
Come mostra bene Zagrebelsky, la democrazia non è un sistema assestato. Dove c’è assestamento c’è oligarchia. Ogni democrazia è esposta a degenerare in oligarchia, come drammaticamente vediamo noi oggi. Allora, si può definire la democrazia come quel regime in cui esistono le condizioni per la democrazia. La democrazia è la possibilità di democrazia. L’ideale democratico dovrebbe essere l’ideale degli esclusi. La salvezza viene dagli esclusi. Sono loro che garantiscono – devono garantire – la democrazia. La democrazia è una cornice di possibilità, che deve essere riempita di un ethos, dice Zagrebelsky. È questo ethos che mi interessa. Quando la democrazia è gestita dalla mano possidente, come oggi col sistema elettorale vigente, che è un complotto fra demagogia, populismo e qualunquismo passivo, essa produce esclusione.
Per Ceccanti, la legge elettorale del 2006 è una regressione democratica (p. 53), e ha molta ragione, ma poi egli si dice per l’uninominale e non per le preferenze, non per il proporzionale (p. 81, 82). Ma non dipende anche molto dalla distorsione della rappresentanza in nome della (già craxiana) governabilità, l’attuale dittatura della maggioranza, che favorisce lo stato signorile, come caduta all’indietro dello stato di diritto?

Non è parola cristiana
Nel libro di Ceccanti (cattolico, fu anche lui presidente della Fuci, negli anni 80, circa 25 anni dopo di me), la prima cosa che mi sorprende è l’uso continuo della parola “sacerdote” riferita ai preti. Sacerdote non è parola cristiana, come sappiamo se esaminiamo il linguaggio del Nuovo Testamento, riscoperto dal Concilio (e oggi di nuovo perduto), dopo la millenaria deformazione sacrale dei ministeri ecclesiali originari.
I maggiori riferimenti culturali dell’Autore sono Mounier, Maritain, De Gasperi, Scoppola (pp. 63, 92, 105) , e il magistero cattolico, pur sempre da mediare, con una insistente, quasi acre, presa di distanza dalla linea Dossetti-La Pira (pp. 61, 80, 127, 128, 80), criticata come integralismo di sinistra.

Forza e violenza
Apprezzo nel libro, nella parte su pace e guerra, l’iniziale distinzione tra forza e violenza (p. 36), perciò tra polizia e guerra, distinzione che è molto da sviluppare (come ho tentato altrove) in conseguenze coerenti, le quali esigono la polizia internazionale della intera comunità dei popoli (bene a pp. 38 e 39) e delegittimano totalmente la guerra, ciò che neppure la cultura del Pd ha ancora capito. La nonviolenza è lasciata dall’Autore nelle nebbie dell’utopismo, non è recepita come storia e come strategia efficace e umana. Dissento dalle giustificazioni della guerra in Afghanistan (p. 39).
Secondo Ceccanti, Scoppola anticipava il Pd come “esattamente il contrario di un incontro che unisse gli aspetti regressivi della cultura cattolica e di quelli della sinistra: facili neutralismi, pacifismi irenici, visioni economiche precapitalistiche (p. 82). Ceccanti è contrario al “movimentismo”, in nome della concretezza.
L’Autore insiste sull’idea della poliarchia, in opposizione allo statalismo (di cui accusa anche Zagrebelsky, p. 138, sul punto della laicità), con frequente riferimento alla dottrina sociale cattolica, fino alle encicliche di Ratzinger. Certo, così tutela la varia ricchezza di espressioni della società civile, come si vede nella buona soluzione pluralistica (alla “bavarese”) che propone alla questione del crocifisso nelle aule scolastiche. Ma a me rimane l’interrogativo se così non venga a mancare o indebolirsi la tutela che la politica generale (sia dello stato sia della cosmopoli) deve dare ai soggetti e alle parti deboli, non in grado di affermare i loro diritti e i loro apporti nel libero gioco delle forze. Se c’è una ragione alta della forza (non della violenza) dello stato è di essere la forza di chi non ha forza.

Peccato, redenzione, destra, sinistra
Un punto che mi sollecita molto è la teoria per cui “postulato della democrazia è il dogma del peccato originale e quindi l’accettazione del limite della politica stessa”. D’altra parte, aggiunge Ceccanti, “non c’è politica democratica senza un intento di contribuire laicamente alla redenzione del mondo” (p. 45, 46, 114).
Ora, anche nel pensiero cristiano, è proprio un dogma indiscusso il cosiddetto peccato originale? Originale, nel cuore della Bibbia, non è il peccato ma il bene. Il peccato che ci precede condiziona ognuno di noi che nasce nell’umanità mal orientata, ma non è l’origine dell’umanità, in cui, invece, Dio creatore vede riflesso il suo Bene, affidato alla nostra responsabile libertà. C’è nell’umanità “miseria e grandezza”, ma non l’una senza l’altra. C’è l’oblio della chiamata di Dio alla somiglianza con lui, e c’è l’inestirpabile nostalgia di Dio, sotto tanti nomi.
Questa antropologia cristiana è nella mente e nell’animo del cristiano che agisce nella storia e nella politica, ma non è categoria propriamente politica, della politica di tutti, nell’ottica dei diritti umani universali, come è invece – ne sono convinto, nonostante le confusioni di fatto e le negazioni teoriche odierne – l’articolazione destra – sinistra (secondo l’immagine parlamentare e sociale che nacque negli Stati Generali in Francia alla vigilia della Rivoluzione). Bobbio ha chiarito: destra è la politica per sé, sinistra la politica per tutti; destra è la politica dei possessi e di chi può, sinistra è la politica dei diritti inappagati.

Ottimismo, pessimismo
Una questione conseguente è l’antropologia ottimistica o pessimistica sottostante alle diverse politiche. L’Autore accenna all’ottimismo teologico dei cristiani impegnati per la costruzione comune dell’idea architettonica (p. 30). A me pare che la destra, poiché considera migliore (o non molto migliorabile) l’assetto diseguale, sia pessimistica (perciò scoraggiante) sulle capacità socializzanti dell’uomo, legato per natura al suo egoismo, e sulle possibilità di giustizia più degna; e mi pare che la sinistra, pessimistica nel giudizio sullo stato presente, sia ottimistica o fiduciosa (pur fuori dal mito dell’uomo nuovo costruito dalla struttura sociale) sulle possibilità umane di relazioni più degne e giuste.
Insomma, parlando da cristiani, si tratta di fare credito all’uomo, come Dio gli fa credito, più che accusarlo di peccato radicale. Qualcuno spiega la teoria del peccato originale, sia nel primo che nel secondo testamento, addirittura come una generosa autoaccusa umana per il male che tragicamente c’è nel mondo, anche nella natura, allo scopo di discolparne Dio.

Laico è ciò che è comune
Interessante, sulla questione della laicità, il “triangolo” di Bauberot (pp. 56, 104), ma non sarà forse più feconda, alla luce della cultura universalistica dei diritti, l’idea che laico (cioè, popolare) è ciò che è comune a tutti, nella varietà delle visioni della vita? Laico è l’umano, anche diversamente vissuto, purché rispettoso dell’alterità. Non laica è solo l’intolleranza e l’inimicizia, comunque motivate, peggio se in nome di qualche assoluto che mortifica l’umano. Laica è l’amicizia civile che, per esperienza universale, è possibile – non dico facile – tra modi diversi di pensare e vivere la nostra vita. La convivenza, la pace, la relativa serenità dell’esistenza, tra persone come tra popoli e civiltà, è laica, perché impero e dominio sono la cosa meno laica di tutte.
Perciò giustamente Ceccanti afferma – anche contro la pressione in atto della gerarchia cattolica – che leggi etiche a maggioranza stretta sono atti di relativismo contrari al pluralismo (p. 56), contrari alla pace sociale e quindi alla giustizia, alla quale, nelle questioni controverse, ci si avvicina nella mediazione paziente, nella riduzione del danno, che è accrescimento del bene possibile, sempre orientati sull’orizzonte.
Enrico Peyretti, 9 marzo 2011

3 Comments

  1. Giovanni Bianco ha detto:

    La recensione di Payretti al recente libro di Stefano Ceccanti, che propone uno sforzo ricostruttivo sul ruolo dei cattolici democratici che merita attenzione, contiene alcuni spunti condivisibili.
    In particolare, tra questi ultimi(e rinuncio volutamente ad affrontare altre questioni controverse, tra cui la necessaria salvaguardia del valore della pace) fa riflettere la messa in evidenza di “un’insistente”, “quasi acre”, “presa di distanza” da Dossetti e La Pira, che costituisce, a mio avviso, una vera e propria pregiudiziale verso il dossettismo, componente politico-culturale di grande importanza per il cattolicesimo progressista, ingiustamente definito “un integralismo di sinistra” (sull’argomento è ancora attuale quanto scrisse Campanini in “Cristianesimo e democrazia” negli anni ottanta cercando di confutare con solide tesi proprio questa critica, ma è pure importante il recente libro di Galloni su Dossetti).
    Quanto poi alla poliarchia, come già scritto, non sono da confutare tutte le accezioni che questo termine può assumere, ma soprattutto quella in cui essa assume un significato che depotenzia il “ruolo della politica generale” per la tutela dei ceti meno abbienti e dello Stato, che non può abdicare ad alcune importanti funzioni proprie dello Stato sociale,specie con riguardo al governo pubblico dell’economia.

  2. Stefano Ceccanti ha detto:

    Solo per chiarire: un conto è l’accusa di integralismo erroneamente rivolta ad esempio a La Pira per l’uso di argomenti e suggestioni religiose nel linguaggio politico, su questo La Pira era molto americano e poco francese. Un altro conto è invece la finalità attribuita alla politica: chi la giudica eccessiva, palingenetica oltre misura formula per questo un accusa di “integralismo” di natura diversa, come ha fatto Scoppola in relazione alla prima parte del testo del 1951 sullo Stato. Io l’ho usato in questo secondo senso.

  3. Giovanni Bianco ha detto:

    La distinzione mi era già chiara ed intendevo confutare proprio la seconda accezione di “integralismo” e, dunque, è evidente che la mia valutazione della prima parte del testo di Dossetti del 1951 non coincide con quella di Scoppola, pur riconoscendo che le obiezioni di quest’ultimo sono stimolanti anche per chi giunge a conclusioni differenti.
    Inoltre, preciso che gli studiosi di Dossetti che citavo nel precedente commento hanno proprio sostenuto, ed a ragion veduta e con convincenti ed approfondite argomentazioni, che la concezione della politica del dossettismo non ha mai significato “palingenesi assoluta” ma perseguimento del bene comune e della giustizia sostanziale, anche tramite il ruolo dello Stato, nel rispetto di valori ritenuti intangibili, tra cui anzitutto i diritti fondamentali della persona (su cui merita di essere ricordato, tra i diversi scritti e contributi, l’intervento di Dossetti in Assemblea Costituente del 9 settembre 1946, in cui si parla di “precedenza sostanziale della persona rispetto allo Stato” e la relazione presentata al Convegno dell’associazione “Civitas” del 1 novembre 1946).

Leave a Comment