Idee e materiali per una società attiva e un lavoro di qualità: un testo di Marco Biagi.


Poche settimane  prima di essere assassinato il 19 marzo 2002 Marco Biagi ebbe modo di illustrare il famoso Libro bianco sul mercato del lavoro del Ministro del Lavoro dell’epoca, Roberto Maroni, alla Consulta per i problemi sociali e del lavoro della Conferenza Episcopale Italiana. Ne seguì un approfondito dibattito al quale Biagi rispose con la consueta lucidità e competenza.

Si può considerarlo, sotto molti aspetti, il suo testamento morale, di perdurante attualità.

Replica –

Cercherò di toccare rapidamente i punti che sono stati sottolineati e ringrazio dell’attenzione.

Io sono professore ordinario di diritto del lavoro all’università di Modena e da molti anni collaboro al Ministero del lavoro, anche con diversi ministri; in questo caso, sono consigliere del ministro del lavoro Maroni. Ho coordinato la parte scientifica del progetto di questo governo di riforma della legislazione sul mercato del lavoro e oggi sono sostanzialmente responsabile degli aspetti tecnici della proposta di legge che poi il governo ha fatto il 15 novembre che traduce, almeno in parte, il programma di questo libro bianco sul mercato del lavoro.

Ho indicato all’inizio un testo realizzato da alcuni miei colleghi, intitolato “Lavoro, ritorno al passato”, Ediesse, che costituisce la critica al libro bianco e ad alcune prime proposte operative. Quindi da parte di un accademico è obbligatorio e metodologicamente corretto che io vi dia subito l’indicazione bibliografica della critica del documento che io vi porto questa mattina in presentazione.

È raffigurato il lupo che si copre la faccia con una maschera d’agnello, ma che si toglie; e il lupo che viene raffigurato in questo libro dai miei colleghi sarei io; ma questo fa parte di un sano dibattito che finché rimane dal punto di vista di qualche immagine fa solo piacere ed è il sale della vita!

Qui non ho volutamente parlato della delega sul mercato del lavoro per questioni di tempo; però mi consentirete amabilmente di contestare che in queste deleghe si parli solo dell’articolo 18.

 Visto che, con mia sorpresa, noto una fortissima attenzione critica nei confronti di questi provvedimenti, bisogna che da parte mia ricordi ai miei cortesi interlocutori che su 47 pagine l’articolo 18 è una mezza pagina. Non voglio infierire, ma allora ve la devo spiegare tutta; qui si parla di mercato del lavoro, di servizi per l’impiego, di orario di lavoro, di part-time, di tante altre cose. Quindi io devo dire con uguale spirito di amicizia che è falso che i provvedimenti attuativi riguardino soltanto l’articolo 18, come temi, come indice degli argomenti; questo non è vero e quindi sarei molto lieto di intrattenervi su tante cose, come il riordino dei contratti a contenuto formativo, gli ammortizzatori sociali, gli incentivi all’occupazione, gli interventi dei servizi pubblici e privati per l’impiego.

          Non posso essere d’accordo che l’intervento sia nella logica sostanzialmente di abbassare tutele e demolire diritti; assolutamente no. Non sono neppure d’accordo sul fatto che le dichiarazioni di principi, su cui vi ho intrattenuto molto brevemente, siano assolutamente strumentali o, almeno io così le ho capite, contraddette poi da alcune proposte. Non credo che si tratti di demonizzare nessuno, ma il Libro bianco è in ottima compagnia con documenti comunitari che, e questo non vorrebbe dire granché, sono stati concordati a livello di governi con gli altri Stati membri, ma frutto a loro volta di studi abbastanza impegnativi di economisti e di altri scienziati sociali che non mi sembra… Faccio un esempio solo circa la perplessità che in voi hanno destato alcune proposte; vi inviterei ad una lettura.

  L’anno scorso la Oxford University Press ha pubblicato in inglese un rapporto, fatto da un gruppo insediato dall’Unione europea che si intitola Beyond employment (Oltre l’occupazione) coordinato da un mio collega dell’Università di Nantes, il quale è consigliere di Jospin. Questo rapporto è esattamente nella direzione del Libro bianco; ci si pone il problema di andare oltre l’occupazione attraverso il mercato, ci si pone il problema di affrontare tipologie lavorative che oggi sfuggono, ci si pone il problema di andare nella direzione della terziarizzazione dell’economia, con uno Statuto dei lavoratori che non tutela più nessuno; ci si propone proprio di andare oltre le tradizionali frontiere dell’intervento di tutela. Vorrei dire (mi sono segnato questo) che qui non è la questione se si tutelano o no le persone che lavorano. Io francamente non mi sono neanche mai posto il problema. Per me è un principio di affermazione etica; è fuori discussione, se si tutelano le persone sotto qualunque forma.

       La questione è come si tutelano le persone; qual è il modo più efficace, quali sono le tecniche di regolamentazione giuridica che possono consentire una migliore… Perché se io devo ammettere che la tutela, o come noi diciamo ipertutela, di alcuni si continui a tradurre nella sottotutela e nell’abbandono di tanti altri, in questo mercato del lavoro nero che continua a proliferare, allora mi consentirete di affermare: la mia etica mi impone di occuparmi di tutti, non solo di quelli che sono tutelati. Quindi io devo trovare degli strumenti che riguardino tutti, ma un po’ più nel dettaglio.
 Il Libro bianco non è il funerale della concertazione, perché francamente della concertazione non è che esiste una definizione sola; però anche nell’ultimo Consiglio europeo di Laaken, in dicembre, sindacati e imprenditori hanno fatto un documento e hanno un po’ chiarito cosa vuol dire concertazione, dialogo sociale e consultazione. Ci sono diverse tecniche.

 Concertazione, nell’accezione più consolidata, è quella che vede governo e parti sociali decidere assieme. Bene, allora il povero giurista vi osserva che questo non fa parte della Costituzione; farà anche parte di principi fondamentali, a me ignoti; io non ho mai letto, francamente, scusatemi, che la concertazione sociale sia una questione di magistero. Sarei molto lieto di sapere le indicazioni bibliografiche a riguardo. Penso che il dialogo sociale, così come è stato codificato nel trattato dell’Unione europea, sia ugualmente rispettoso e in molte circostanze dia risultati molto più efficaci della concertazione, perché fra l’altro, le parti sociali non sono elette dai cittadini, mentre il Parlamento sì, e questa non è una questione da poco. Nel nostro Paese, per le questioni del mercato del lavoro sembra quasi che il Parlamento sia diventato una comparsa, che disturba anche! Sono contrario a questa visione. Dico che governo e parti sociali fanno benissimo ad approfondire e discutere, concordare, concertare quello che volete, ma poi si va in Parlamento. Non sono d’accordo che la concertazione sostituisca il Parlamento e lo dico a voce alta. Non sono d’accordo col modello del 1998, perché l’ho visto, non funziona; blocca. Io ho vissuto la precedente legislatura; ho visto (considerato che qui siamo andati un po’ sul terreno politico) cosa è successo: ci si è bloccati, non c’è stato niente da fare; è passato il pacchetto Treu, lavoro interinale, certo cose importanti a cui ho contribuito e a cui io credo moltissimo; ma dopo la macchina si è fermata, il no è stato totale. Allora la mia scelta politica, etica e culturale è di cambiare.

      Ascolto con molto interesse gli argomenti, ma basta che gli argomenti non portino che chi è fuori è fuori e chi è dentro è dentro nel mercato del lavoro. Questo a me non va bene e quindi occorrono dei contratti individuali, sì per portare chi è fuori dentro. Perché io voglio chiedere: come fate a regolarizzarmi il rapporto di lavoro con l’assistente familiare con l’articolo 18? Non c’entra assolutamente niente. Nessuno toglie l’articolo 18 a chi ce l’ha oggi; si fa una sperimentazione per vedere se per caso qualcuno che oggi è fuori dal mercato del lavoro possa eventualmente entrarvi se sospendiamo l’articolo 18 per quattro anni. Poi, scusatemi, se bisogna fare il processo alle intenzioni e dire “bugiardo, bugiardo… perché in realtà tu lo vuoi cancellare”, questo però si può dire di qualunque opinione. Io francamente, essendo fra i tecnici che scrivono le leggi, ho scritto “sperimentare” e credo sperimentare.

      Part-time: non è un’illusione, è una grande occasione di vita, perché il part-time quando è volontario, è buon lavoro; quando è involontario è cattivo lavoro, è ricatto, certo! Quindi di quale part-time parliamo? Parliamo innanzitutto di quello scelto liberamente dalla donna che vuole allevare i figli, da chi vuole studiare, da chi ha una vita che vuole essere organizzata in questo modo. Poi, scusatemi, non facciamo dell’ideologia. Il part-time in Olanda funziona benissimo e non mi sembra che l’Olanda sia un Paese incivile. L’Olanda ha un tasso di occupazione molto più alto del nostro e quindi secondo me il part-time, in un certo modo, è uno strumento utile.

      Federalismo: non ne ho parlato solo per brevità di tempo. Sono d’accordo, i principi fondamentali sono per tutto il territorio ma il problema per noi poveri e umili giuristi è che il titolo V della Costituzione, così come riformato dalla maggioranza di centrosinistra, è una confusione totale di norme che si contraddicono e che non è facile mettere insieme. Perché purtroppo “l’appetito viene mangiando”. Le regioni di centrodestra o di centrosinistra hanno gli umori piuttosto bollenti, vogliono e non sanno più neanche loro che cosa, purtroppo…; la fretta e la politica a volte sono cattive consigliere. Fare le riforme costituzionali in questo modo, secondo me, non è stata una scelta saggia! Stiamo cercando (speriamo di dialogare un po’, ma direi che le prime avvisaglie sono buone) di interpretare questo guazzabuglio normativo che è il nuovo titolo V in modo tale che sulle politiche attive del lavoro ci sia una conferma e, se possibile, un rafforzamento delle competenze locali – regioni, province, comuni – per vedere se questo scandalo dei servizi pubblici per l’impiego si può superare. Ho usato la parola scandalo proprio in senso biblico. Per me il fatto che i servizi per l’impiego non funzionino è uno scandalo. Perché naturalmente chi è capace si trova il lavoro da solo e chi poveretto, per varie ragioni, non ha una famiglia abbiente, non ha delle amicizie o non si mette in certi circuiti, non trova lavoro. È una cosa vergognosa! Queste cose qui bisogna dirle e bisogna anche leggersi con pazienza ed umiltà tutte le proposte dei governi (lungi da me difendere quello attuale che, per molti aspetti, dovrebbe veramente cambiare “pelle”… ma ci riferiamo ai problemi del lavoro…) e vedere quanto è importante tutto quello che è stato pensato sui servizi pubblici per l’impiego.

      Liberismo selvaggio? Ma il Libro bianco parla per pagine e pagine di servizi pubblici per l’impiego. Andatevi a leggere quello che è il liberalismo selvaggio della Thatcher degli anni Novanta. Andatevi a leggere i libri bianchi degli inglesi di quei governi. Quello era liberalismo selvaggio in cui si è distrutto tutto l’impianto pubblico! Ma questo non c’è! Fra quello che fa Berlusconi e quello che fece la Thatcher c’è un po’ di differenza nel mondo del lavoro. La Thatcher fece un attacco frontale ai sindacati e dichiarò di voler tagliare loro le unghie.
Qui secondo me, c’è un discorso che chiaramente dice ai sindacati qual è la linea del Governo. Io vi posso dire che con gli amici della CISL ho ragionato molto, moltissimo, sono andato a  riunioni, tipo la vostra, in casa CISL, dove hanno dedicato delle giornate al libro bianco e non ho mai sentito tanti apprezzamenti come in casa CISL sul libro bianco.
Io sono andato anche alla CGIL, caspita, me ne sono sentite dire di tutti colori. Per carità, ci sono abituato ormai da tanti anni, però dico anche che vorrei sapere poi dove sono esattamente le cose che contraddicono la partecipazione, la responsabilità sociale delle imprese, ecc.      

                             
      Per quello che riguarda poi il management by objectives and management by regulation; questa è una terminologia che viene dalle scienze aziendali. Faccio un esempio. Abbiamo leggi sugli infortuni sul lavoro; inosservate, che danno scarsi risultati e che purtroppo non impediscono a un sacco di gente di morire sul lavoro ogni anno! Vogliamo creare non tanto delle sanzioni che assomigliano alle grida manzoniane, ma vogliamo cambiare le tecniche sanzionatorie? Vogliamo dare un premio all’imprenditore che realizzerà un ambiente sicuro? Vogliamo dargli delle convenienze? Vogliamo dire che gli diamo degli sconti sul piano contributivo e fiscale, se l’ambiente di lavoro sarà sicuro? Sono tentativi… Questo è il management by objectives: se nella tua azienda tu ti impegni a non fare realizzare infortuni sul lavoro oppure li fai decrescere del 20 per cento, ecc., io legislatore, ti premio. Questo è il senso. Ma l’interpretazione che il management by objectives avesse a che fare col profitto francamente non mi era mai neanche venuto in mente. È una cosa che è completamente estranea, è una tecnica.

       Le norme leggere o “soft laws” non c’entra nulla la sottoutela, perché rimane la legge, il contratto collettivo, tutte quelle che noi chiamiamo fonti. In aggiunta vengono previste in via sperimentale, delle tecniche regolatorie diverse, ma che non vengono da qualche villaggio africano, vengono dai Paesi anglosassoni, dove esistono i codici di comportamento e altri testi (chiamiamoli così con un linguaggio più semplice), che non hanno l’effetto della legge. Perché si usano? Perché si ritiene che in certe materie possa essere più conveniente usare delle prescrizioni non del tutto vincolanti, ma incoraggianti, premiali, ma mica sulle questioni fondamentali. Nessuno pensa di sostituire le prescrizioni contro gli infortuni sul lavoro con le norme leggere. La sperimentazione che verrà fatta è in materia di formazione. Secondo voi la legge può misurare la formazione del lavoratore? No, è uno strumento rigido, non c’entra niente. Allora si dice: quando noi facciamo dei contratti di apprendistato, come si fa a misurare la educazione che consegue il lavoratore? Non serve a questo punto fare delle leggi, delle norme giuridiche tradizionali; è possibile certificare la formazione attraverso gli enti bilaterali, cioè quelle strutture che sono state costituite dalle associazioni imprenditoriali e dai sindacati. Allora la certificazione della formazione sarà probabilmente un terreno in cui verranno sperimentate, ma pregherei veramente di non indulgere a una lettura diabolica di questo genere di pagine dove francamente si prospetta soltanto una sperimentazione di nuove tecniche.

Arbitrato Una risposta più tecnica merita il rilievo sui collegi arbitrali; molto delicata questa cosa. Il presupposto che scriviamo nel libro bianco è: oggi la giustizia ordinaria non funziona. È giustizia quella per cui il giudice ci risponde se il licenziamento è legittimo o meno fra sei-sette anni in via definitiva? ‘Giustizia ritardata, giustizia denegata’, a mio modo di vedere, che è anche quello di molti.
L’idea non è quella di sostituire, ma è di sperimentare anche lì una soluzione che veda anche l’arbitrato.
Secondo me nelle controversie di lavoro sarebbe utile sperimentare anche delle soluzioni arbitrali; poi certo quale arbitrato non è mica molto facile. C’è tutta una discussione aperta sull’arbitrato secondo equità; certo qualcuno ha gridato anche qui allo scandalo, però se noi vogliamo dare al lavoratore e al datore di lavoro che litigano una risposta entro due o tre mesi, ci sono delle circostanze secondo me dove il giudizio di equità può anche avere un senso.

      Dal lavoro al mercato. Questa è una scelta che esiste nel Libro bianco, dal rapporto al mercato, come diciamo noi. Cioè la tutela del lavoro non avviene soltanto sul singolo posto di lavoro, e quindi nell’ambito del rapporto bilaterale datore-prestatore di lavoro, ma anche e soprattutto nel mercato. Perché il lavoratore passa da un lavoro all’altro, perché la vita lavorativa è cambiata, perché i 30-35 anni nella stessa azienda non esistono più. Il lavoratore viene sempre più espulso; come facciamo a tutelare questo lavoratore che è sempre più sul mercato, cioè sulla strada, molte volte? Occorrono i servizi pubblici per l’impiego, però occorre che i privati facciano la loro parte, perché oggi quando i ragazzi vogliono trovare lavoro vanno nelle società di lavoro interinale; vogliamo? Quante resistenze, quante critiche, quanto tempo perso prima di riuscire a far passare il lavoro interinale nel 1997! Allora tutte le volte che si modernizza siamo sempre lì! Una fatica immensa, anche all’epoca, gli strali, le accuse più feroci, parole più pesanti contro chi voleva sperimentare il lavoro interinale… un peccato che gridava vendetta. Mi sembra che questi tre-quattro anni abbiano dimostrato che non è successo niente, ci sono tanti ragazzi, tante donne che trovano lavoro. Sottoprotetti? D’accordo, però un lavoratore interinale su tre dopo sei mesi viene assunto e allora come la mettiamo con questa diabolica e perversa tendenza di strutturare il contratto di lavoro?

Qualcuno di voi l’ha colto: il Libro bianco è figlio della passata legislatura, della prima parte, del pacchetto Treu, di quegli interventi riformisti che sono riusciti a regolarizzare il rapporto di lavoro e con tutta franchezza chi vede delle strategie diverse, secondo me, non fa una lettura obiettiva, perché gli strumenti sono certo rischiosi, il mercato è un rischio, ma vi assicuro (ci possono essere tante fonti bibliografiche che vi potrei citare che vi potrebbero convincere) che il Libro bianco non è nulla di originale in questo, ma riflette una tendenza che è propria anche proprio della migliore sinistra, quella che ragiona e quella che non si chiude gli occhi.
     
Consulta dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro,
Roma, 25 gennaio 2002
     
      (testo trascritto dalla registrazione)

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