Giorgio Tonini in aula ieri sulla Libia


PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signor Presidente, signori Ministri, colleghi senatori, di fronte ad una prova così impegnativa e rischiosa come quella che stiamo vivendo è richiesto a tutti chiarezza di linea politica, determinazione nel perseguirla, moderazione nell’uso della forza, legittima e necessaria, e responsabilità tra le forze politiche.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,04)

(Segue TONINI). Signor Presidente, abbiamo colto nelle parole dei Ministri un’attenzione impegnata e unitaria in questa direzione; l’avevamo sentita anche nella Commissione, ed è stata una delle ragioni che ci hanno portato a condividere un testo assieme. Signori Ministri, dobbiamo però dirvi – ci duole farlo – che questa chiarezza, questa determinazione e questa responsabilità non l’abbiamo potuta cogliere nell’incredibile diserzione dal voto da parte di una forza di Governo determinante per la maggioranza; non l’abbiamo colta nel rifiuto incomprensibile del Presidente del Consiglio a venire qui oggi, analogamente a quanto fatto da tutti i leader di tutti i Paesi del mondo e in tutti i Parlamenti impegnati in questa vicenda, a spiegare al Parlamento e al Paese le ragioni dell’impegno del Governo. (Applausi dal Gruppo PD). Devo dire che non l’abbiamo trovata nel metodo, nel deludente testo e nel contenuto della risoluzione proposta dalla maggioranza.

Signor Presidente, noi abbiamo cercato di fare la nostra parte. Venerdì scorso, con il nostro voto determinante, il Parlamento ha impegnato il Governo ad adottare ogni iniziativa necessaria per assicurare che l’Italia partecipi attivamente alla piena attuazione della risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011, ai fini della protezione dei civili e delle aree popolate sotto attacco in Libia, ivi compresa la concessione in uso di basi sul territorio nazionale. Abbiamo votato questo dispositivo in Commissione non senza preoccupazione, perché decidere l’uso, sia pur limitato e legittimo, della forza, è sempre difficile, ma lo abbiamo fatto con piena e serena convinzione. Sappiamo infatti di aver preso una decisione coerente con l’articolo 11 della nostra Costituzione, che ripudia la guerra se non per legittima difesa, ma rifiuta anche qualunque concezione neutralista o isolazionista, in favore di un impegno attivo per la creazione di un ordine mondiale giusto e pacifico.

Sulla base dell’articolo 11 della Costituzione, come il Presidente della Repubblica ha ripetutamente ricordato, l’Italia non può restare indifferente rispetto alla qualità dell’ordine mondiale in termini di pace e di giustizia. Al contrario, l’Italia deve intervenire, e deve farlo attivamente, nel contesto internazionale, con il duplice vincolo stabilito dal fine, che deve essere la promozione della giustizia e della pace, e dal mezzo, che deve essere quello della legalità e del diritto internazionale come affermati attraverso la limitazione della sovranità dei singoli Stati e la promozione degli organismi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite.

La costruzione di un nuovo ordine mondiale di giustizia e di pace passa oggi più che mai per il Mediterraneo, e quindi coinvolge appieno ed in prima linea il nostro Paese. Dobbiamo guardare con speranza, e non con paura, a ciò che sta accadendo nel mondo arabo-islamico, che è attraversato – è del tutto evidente – da tensioni non prive di rischi, ma cariche di straordinaria opportunità di sviluppo e di progresso. È nel nostro interesse nazionale aprire la possibilità di una nuova centralità del Mediterraneo attraverso una nuova stabilità, affidata non più a regimi autocratici, ma a risposte affidabili alla domanda di libertà e di democrazia dei popoli arabo-islamici. Anzi, l’unico modo per difendere e promuovere l’interesse nazionale è quello di ancorarlo ad una visione lungimirante di politica estera, che investa sulle energie di cambiamento anziché sulla conservazione di un ormai indifendibile status quo. (Applausi dal Gruppo PD). Il nostro Governo, lo abbiamo detto più volte, a lungo si è attardato nell’illusione di poter difendere questo status quo, e noi abbiamo fatto il nostro dovere di opposizione, incalzando il Governo ad assumere una posizione più coraggiosa.

Chi ha compreso meglio e per primo cosa si poteva muovere nel mondo arabo-islamico è stato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il famoso discorso all’Università del Cairo del 4 giugno 2009. Mentre noi ricevevamo con tutti i salamelecchi del caso Gheddafi, il Presidente nero dal nome arabo, immagine vivente di una globalizzazione inclusiva e plurale, affermava la compatibilità tra Islam e democrazia, si schierava dalla parte dei popoli che si battono per il valore universale della libertà e dei diritti umani e, al tempo stesso, ripristinava il rispetto della sovranità altrui e l’opzione preferenziale per il multilateralismo, entrambi violati da Bush con l’intervento in Iraq. La dottrina del Cairo non ha evitato alla Casa Bianca esitazioni ed incertezze dinanzi al precipitare degli eventi, imprevedibile per tutti, almeno nei modi e nei tempi; tuttavia, ha consentito ed offerto un nuovo paradigma per affrontare un passaggio storico così difficile e così impegnativo come quello che riguarda il Mediterraneo.

La crisi libica e l’arroccamento di Gheddafi hanno malamente complicato la situazione. Le violenze e le atrocità che Gheddafi ha commesso contro il suo popolo gli sono valse la condanna unanime della comunità internazionale, con la risoluzione n. 1970, e l’autorizzazione all’uso della forza per imporre il cessate il fuoco e proteggere le popolazioni civili, con la risoluzione n. 1973. Ora il multilateralismo deve dimostrarsi efficace sul difficile, insidioso terreno libico, costringendo Gheddafi a mollare la presa e consentendo al popolo libico di trovare la sua via verso la libertà.

Noi dobbiamo essere dalla parte di questo popolo, offrire a questo popolo la sponda della legalità internazionale e dell’uso misurato e responsabile della forza. Abbiamo davanti a noi una sfida grande, signor Presidente. Cerchiamo tutti di esserne all’altezza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Serra e Pardi).

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