David Milliband: dopo la Terza Via ci può essere la quarta, non un ritorno alla seconda


qui c’è l’integrale del testo in inglese alla London School

http://www2.lse.ac.uk/publicEvents/pdf/20110308%20David%20Miliband%20transcript.pdf

qui c’è la sintesi di oggi su “Europa”

Perché la sinistra perde in Europa

di David Milliband
La sinistra in Europa sta continuando a subire sconfitte elettorali di una gravità senza precedenti perché ha perso il controllo dell’agenda politica rispetto a una destra nuovamente flessibile; ma sta anche perdendo gli argomenti chiave su come nutrire i valori nel villaggio globale di oggi, sempre più interconnesso e competitivo, poiché non ha saputo rispondere ai cambiamenti che hanno investito l’economia e la società. Per rimettere le cose a posto è necessario far fronte al suo deficit di idee e organizzazione.
Nel periodo tra le due guerre la sinistra riformista sembrava aver raggiunto il suo apice. Guidando la lotta contro l’estrema destra in Italia e in Spagna. Prendendo il potere in Gran Bretagna, Germania e Svezia.
«L’immagine ottimista della socialdemocrazia riformista»: questa era l’Europa prima delle tragedie della fine degli anni ’30 e dell’inizio dei ’40. Dava forza alle grandi lotte e alle grandi vittorie del dopoguerra.
Otteneva la creazione delle più civilizzate ed egualitarie società nel mondo, basate su diritti individuali e servizi comuni.
E la domanda cui io voglio rispondere oggi è se è finita qui. Se le società eque della piena occupazione create nel dopoguerra siano davvero il massimo che la politica ci può offrire. Perché oggi non è certo una mattina radiosa per la socialdemocrazia europea. Anzi, decisamente il contrario.
Dopo un decennio di straordinari successi senza precedenti negli anni ’90, sotto l’etichetta che in Gran Bretagna prese il nome di New Labour, la socialdemocrazia riformista sembra essere stata messa sotto scacco dal cosiddetto conservatorismo compassionevole; e la domanda è se si tratti di uno scacco matto. La destra sembra cercare di emulare le strategie elettorali della sinistra negli anni ’90, e la sinistra nell’ultimo decennio non è stata capace di decidere se continuare ad usarle o dismetterle definitivamente, quando invece la chiave è ripartire da lì. Per questo sta perdendo nuovamente le elezioni su vasta scala.
Guardiamo ai fatti. Le elezioni politiche in Gran Bretagna nel 2010: il secondo peggiore risultato dopo il 1918. In Svezia, sempre nel 2010: il peggiore risultato dal 1911. Germania, 2009: il peggiore risultato dalla fondazione della repubblica federale, con la più grande perdita di consensi mai registrata da alcun partito nella storia del paese. Olanda, 2009: un traumatico passaggio da alleato minore della coalizione a partito di opposizione. Italia: un’altalena dentro e fuori dal governo, con divisioni politiche e personali che impediscono di opporsi a Berlusconi.
Questi sei paesi, che possono ragionevolmente rivendicare di rappresentare il cuore storico della socialdemocrazia europea, paesi che hanno dato i natali ad eroi quali Bevan, Gramsci, Brandt, Mitterand, Palme, i luoghi dove lo stesso concetto di riformismo è stato creato, sono ora tutti governati dal centro destra. E sapete quando questo è successo l’ultima volta? L’ho chiesto alla biblioteca della camera. La risposta: dalla prima guerra mondiale non c’è mai stato un analogo periodo di dominazione da parte della destra.
Sicuramente si può far finta di non vedere. Si può dire che Spagna, Portogallo e Grecia hanno tutte un governo di centro-sinistra. Ed è vero. Si può dire che Barack Obama e Manmohan Singh ci indicano la strada. Si può dire che i leader sono meno popolari dei loro partiti. Ma i leader sono l’immagine dei loro partiti.
Che fine hanno fatto gli elettori? I partiti di sinistra perdono stando al governo e stando all’opposizione; perdono nei sistemi maggioritari e nei sistemi proporzionali e si frammentano proprio quando la destra è capace di unirsi. Io non credo che questo sia un incidente o uno scherzo cosmico del destino. Ci sono ragioni reali che devono essere comprese. C’è un solo punto da cui si può partire: dove sono finiti gli elettori? La mia risposta è che se guardiamo ai sei paesi in questione ci sono tre gruppi di elettori che noi, nel centro sinistra, stiamo perdendo. Tutti e tre questi gruppi hanno un’appartenenza di classe e un insieme di valori che ritengono siano stati traditi dal centro sinistra. I partiti di centrosinistra stanno perdendo i voti della working class a vantaggio della destra estrema e dell’estrema sinistra.
Ci sono due ragioni connesse, nelle quali interessi e cultura si intrecciano. Questi elettori ritengono che l’immigrazione sia un problema enorme, rispetto al quale il centro sinistra è sospetto, se va bene, e colpevole se va male. E queste persone vedono che il loro lavoro è il primo ad andarsene con la new economy. I partiti di centrosinistra stanno perdendo i ceti medi, gli elettori mobili, spesso giovani genitori, in parte a causa di coalizioni con la sinistra e i Verdi. La prima ragione sono le tasse e la spesa pubblica. Questi elettori hanno un buono stile di vita e non lo vogliono perdere. Sicuramente non sono disposti a cederne una parte per un sistema di welfare più generoso.
I partiti di centrosinistra stanno infine perdendo un altro gruppo di elettori, anch’essi spesso ceto medio, ma anche giovani votanti, che i compromessi del potere allontanano dalla solita politica, questi non vogliono avere a che fare con la destra, ma vogliono una alternativa diversa dai partiti dell’establishment. I voti per i Verdi e i Libdem in Gran Bretagna sono ne sono un esempio.
Cosa li ha fatti andar via? Se questa è l’aritmetica elettorale, la seconda questione è: perché se ne sono andati? Negli anni novanta in tutta Europa, partiti di centrosinistra riformati hanno costruito una narrazione che raccontava di mercati del lavoro equi ma flessibili, di investimenti sociali nel settore dell’istruzione, di rinnovamento del welfare e di forte internazionalismo. Le politiche riformiste dei socialdemocratici hanno dominato il periodo successivo alla fine della guerra fredda. Che cosa è cambiato? Dobbiamo guardare all’economia, alla politica e alle idee.
La politica in Europa non è governata dall’economia, ma è definita da essa. E davanti a una competizione globale severa, la diminuzione della crescita e la distribuzione dei suoi guadagni ha delle conseguenze. La politica ha preso una sfumatura più dura – sul welfare e gli stipendi, sulle tasse e la spesa, sull’immigrazione – a vantaggio della destra. E l’aumento dei deficit pubblici, il sintomo delle politiche di espansione come antidoto al crollo, ha offerto un nuove e semplice fondamento alle politiche di centro destra.
E comunque sarebbe folle non riconoscere un secondo e decisivo fattore nelle recenti sconfitte del centro sinistra: la “disintossicazione” elettorale della destra. Dopo le successive sconfitte inferte da Clinton, Blair, Persson, Kok, Prodi, Schröder, la destra si è ricostruita.
George Bush II ha mostrato come vincere – be’, diciamo vincere – nel 2000. Ha fatto campagna elettorale come un conservatore compassionevole. Ha corso contro l’establishment repubblicano della costa est, ha promosso politiche educative e anche una riforma dell’immigrazione in senso progressista. In Europa i partiti della destra hanno realizzato che erano stati spinti fuori dal centro della politica e hanno risposto. I partiti di centro destra, che sembravano antidiluviani nell’approccio alle politiche sociali, hanno saputo abbracciare una nuova visione di pari opportunità per gli omosessuali e le donne. Dove sembravano legati a doppio filo coi ricchi, hanno improvvisamente fatto propria la retorica contro la faccia inaccettabile del capitalismo.
In altre parole, hanno “triangolato” indietro contro la sinistra riformata. E la sinistra è stata indecisa se prendere il cambiamento della destra come un complimento o come la prova che era sbagliato quello che essa stessa aveva fatto negli anni ’90.
La pressione dei cambiamenti Fin dal 1920, ci sono state tre costanti in ogni programma socialdemocratico vincente: più protezione contro i pericoli della vita, più potere sulla tua stessa vita, e comunità più coese in cui vivere la tua vita. Tutte e tre queste promesse sono state messe a dura prova nell’ultimo decennio, sotto la pressione del cambiamento economico e sociale.
Primo, l’argomento su come proteggere le persone dai rischi associati alla globalizzazione dell’economia. L’argomento della sinistra riformista negli anni ’90 era quello, in una frase di Lionel Jospin, di controllare la globalizzazione, non combatterla. Centrale per questo era uno stato sociale attivo. Il vecchio welfare offriva una rete di protezione residuale, il nuovo welfare basato sull’educazione e la formazione offriva un trampolino.
Ma la scala mobile in discesa che rende la gente timorosa per il futuro economico dei propri figli è stata più forte delle misure per promuovere la mobilità sociale. Alla fine il welfare ha finito per essere considerato non abbastanza rigido da coloro che vedono pigrizia in chi riceve i benefit, e non abbastanza potente da coloro che i benefit li ricevono.
Il secondo tema riguarda come dare alla gente maggiore controllo sulla propria vita. Storicamente era il mercato a trattare la gente come beni da poter essere venduti e comprati, e che faceva sentire le persone indifese e abbandonate. Il ruolo dello stato era di dare potere alle persone, prima di tutto attraverso il voto, poi attraverso i diritti, infine con i servizi. Ma l’argomento ora è stato rigirato. Il successo dei socialdemocratici nel promuovere un più ampio ruolo del governo significa che ciò che prima la gente pensava del mercato (che fosse «un buon servo ma non un buon padrone ») ora lo pensa del governo. Questa è la mia spiegazione del perché un fallimento del mercato come la crisi delle banche diventa un fallimento delle politiche di regolamentazione del governo.
L’associazione della sinistra allo stato è diventata un bastone con il quale viene picchiata, e l’espansione del ruolo del governo per rispondere ai bisogni della gente lo ha reso più vulnerabile di fronte alle accuse di essere un orco potente e non una leggera linea di difesa.
C’è poi, terzo elemento, l’argomento su come creare un moderno senso di appartenenza. Questo non riguarda solo l’immigrazione, o solo gli elettori più poveri. Ma riguarda, fatto significativo, entrambi.
La destra ha poche risposte sull’immigrazione, come il governo britannico sta dimostrando facendo promesse che non possono essere mantenute. Ma la sinistra è tormentata tra l’impegno per i diritti umani individuali per tutti indipendentemente dalla nazionalità e il riconoscimento che le comunità dipendono da radici profonde e di lunga durata.
Se sappiamo quali elettori abbiamo perso, e abbiamo qualche idea sul perché li abbiamo persi, qual è la prossima mossa? Una soluzione proposta è che solo uscendo dal cul de sac della Terza via il centrosinistra può trovare vie per avanzare. È certamente vero che i governi di centrosinistra degli anni Novanta sono stati bravi a far sì che i più poveri beneficiassero dell’espansione economica, non altrettanti bravi a capire come incoraggiare quell’espansione. Erano bravi a chiedere responsabilità ai beneficiari del welfare, non altrettanto bravi a esigere responsabilità da chi sta in cima alla società. Bravi nella retorica delle riforme del settore pubblico, non bravi abbastanza a determinare come sia la pianificazione sia i mercati sono necessari per un settore pubblico efficiente. Ed erano bravi a costruire macchine elettorali, non altrettanto bravi a costruire movimenti di cambiamento sociale.
Ma la mia visione strategica è essenzialmente l’opposto. Il revisionismo implicito nel rinnovamento dei partiti della sinistra negli anni Novanta era essenziale per renderli di nuovo attraenti. E furono proprio queste dottrine a fare tornare vivi questi partiti, che negli anni settanta e ottanta si erano abituati a perdere le elezioni. Gli aspetti positivi della politica progressista degli anni novanta – un certo radicalismo in fatto di dottrina, un nuovo pensiero sulle riforme nazionali e internazionali, un certo occhio e un certo orecchio per il cambiamento sociale e tecnologico, un impegno decisivo per i bisogni della gente su questioni difficili come la criminalità e la sicurezza, prontezza nel perseguire la giustizia sociale in nuovi modi, un forte senso di responsabilità internazionale e risultati che hanno reso più equi e meglio preparati per la modernità i paesi che hanno governato – sono la base di una nuova vittoria.
Post New Labour, non pre In altre parole, solo il marchio “post New Labour” di una socialdemocrazia europea, costruita sul successo, e non un atteggiamento “pre New Labour”, può affrontare le debolezze che ancora esistono. Come costruire una economia morale. La nostra visione non riguarda solo quanto denaro produrre, ma anche come viene prodotto.
Noi non siamo degli apologeti della globalizzazione. Noi siamo dei riformatori. Quando partiti di centrosinistra sono capaci di fare campagna elettorale come riformatori del settore privato, in nome dell’efficienza e non solo dell’equità, allora possono vincere. Quando agiscono così, e fanno del governo un alleato nella creazione della ricchezza e un baluardo contro gli abusi di potere societari, capovolgono l’avversione della destra nei confronti del governo. Come costruire una comunità rispettabile.
La nostra visione non è limitata allo stato e al mercato. Non creiamo persone virtuose attraverso metodi burocratici. Non mostreremo i difetti della Big Society attraverso un governo più invasivo, ma attraverso una migliore ricetta per la Good Society.
Come rendere sostenibile la globalizzazione. Quelli di centrosinistra non possono permettersi di far la figura dei fessi. Ma noi europei siamo stati i pionieri di un modo diverso da quello di americani e cinesi di condividere la sovranità nel mondo moderno. È quella che chiamo «sovranità responsabile». Sì, lo stato nazione è il fondamento della legittimità e dell’identità. Ma l’affermazione della sovranità nazionale non è abbastanza in un mondo interdipendente, in cui ogni problema di salute, criminalità, economia e sicurezza ha una dimensione internazionale oltreché nazionale.
Dobbiamo farlo in modi diversi. E questo dovrebbe spingerci a non lasciarci deprimere.
Perché sebbene la destra abbia occupato il terreno della competenza economica, è tutto fuorché chiaro se abbia una risposta alla fondamentale questione di come l’Europa possa trovare la sua strada nel mondo. Sebbene abbiano colonizzato la politica della comunità, sono spaccati tra liberali e libertari.
Hanno neutralizzato la sinistra con il loro conservatorismo compassionevole, ma sono divisi sul rapporto tra preoccupazione sociale e austerità. C’è dunque molto per cui combattere. E molto per cui valga la pena farlo. Perdere le elezioni è un danno per le persone che rappresentiamo, i paesi che abitiamo e – direi – anche per il mondo in cui viviamo. Soprattutto, non è inevitabile. È questa la vera lezione dell’ultimo decennio.

L’autore è ex ministro degli esteri britannico e membro di spicco del Labour. Il discorso di cui pubblichiamo lunghi stralci è stato pronunciato l’8 marzo a una conferenza presso la London School of Economics (traduzione di lazzaro pietragnoli)

David Miliband

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