Ancora su Scoppola e Ruini


Stefano Ceccanti ha già recensito qualche giorno fa il libro di Giovagnoli “Chiesa e democrazia”, dedicato a Pietro Scoppola. Io torno su un punto del libro, la Chiesa italiana dopo Loreto 1985. La metto così: le differenze tra Scoppola e Ruini, nei giudizi e nei comportamenti a partire dal 1985, sono differenze di sistema? O piuttosto differenze dentro uno stesso sistema? In altri termini il ruinismo fa arretrare la Chiesa italiana, la porta in un limbo quasi preconciliare, o costituisce una variante dell’attuazione del Concilio, interna al cattolicesimo liberale tanto quanto quella di Scoppola?

A me sembra che anche il libro di Giovagnoli, attraverso il confronto con il pensiero e l’azione politica e culturale di Scoppola, confermi l’interpretazione più volte discussa sul Landino: il ruinismo è una variante interna all’attuazione del Concilio, non un arresto del cammino conciliare. Con luci e ombre, certo, forse più ombre che luci, ma dentro il solco del Concilio.

Ruini e Scoppola si muovono entrambi come tra due estremi. Da un lato il cattolicesimo del dissenso e, per certi versi, il filone continuista del cattolicesimo democratico, quello ad esempio del libro di Sorge “La traversata”. Dall’altro l’intransigentismo cattolico, certamente minoritario, e l’insieme delle forme di clerico-moderatismo, tutt’altro che minoritario e anzi in alcune fasi “ideologicamente” egemone. Al centro il grande flusso del cattolicesimo liberale, con le sue varianti, tra le quali quella democratica, varianti per così dire fisiologiche, generate da diverse interpretazioni di fase e non dall’intenzione di rimettere in discussione l’attuazione del Concilio.

In questa posizione centrale ritroviamo i punti di contatto tra Scoppola e Ruini. La comune preoccupazione per la qualità e l’intensità delle trasformazioni dei valori e degli atteggiamenti nella società italiana. La convinzione di essere entrati in una nuova stagione culturale, diversa da quella conciliare e del primo post concilio, una stagione nella quale occorre dunque non ripetere i vecchi schemi, difendendo qualcosa che le trasformazioni sociali hanno corroso, ma metterne a punto di nuovi capaci di rispondere alle nuove sfide. Pensiamo ad esempio all’esaurimento dello schema destra-sinistra dentro il quale si era consolidata la tradizione cattolico democratica in Italia. E poi ancora la preoccupazione per una lettura della libertà, della coscienza, della soggettività come deriva soggettivistica. La necessità di rispondere con una strategia di carattere culturale, prima ancora che con un disegno di diplomazia politica, alle sfide del cattolicesimo italiano, necessità alla quale Scoppola giunse ben prima di Ruini. Il rifiuto di ogni ripiegamento minoritarista del cattolicesimo italiano.

Accanto ai punti di convergenza emergono però anche quelli di chiara divergenza, le varianti appunto. Scoppola intuisce per tempo l’esaurirsi della formula dell’unità politica dei cattolici, pur continuando a respingere l’idea di una presenza pubblica del cattolicesimo dispersa, marginale e quindi inefficace. Ruini insiste invece sull’unità politica, la difende in via preventiva contrastando il disegno di riforma della democrazia italiana in senso competitivo e poi nella prima stagione del maggioritario. Scoppola matura una lettura della storia politico istituzionale del paese che lo porta a mettere a fuoco con lucidità l’esaurimento della “Repubblica dei partiti” e la necessità di guardare a modelli istituzionali nei quali i partiti tornino ad essere strumento per una democrazia “immediata”. Ruini non riesce ad uscire da quel modello istituzionale, pur cogliendone i limiti. Ad un certo punto  ne prende le distanze per una sorta di stato di necessità, per giungere poi, molto più tardi, a riconoscere il valore del bipolarismo e della democrazia maggioritaria anche per il cattolicesimo italiano. Scoppola coglie il pericolo di un indebolimento del ruolo del laicato, soprattutto nelle sue forme associative organizzate, e lo legge come anticamera di una stagione clerico-moderata. Ruini trascura il ruolo del laicato associato, finisce per considerarlo di impaccio al suo disegno di una nuova e più ambiziosa fase della Chiesa italiana dopo il 1985, fino a far coincidere sostanzialmente il ruolo pubblico della Chiesa e del cattolicesimo italiano con il ruolo pubblico della Conferenza episcopale, come dirà quasi letteralmente nella sua prima prolusione del 1991.

Come dunque non è possibile utilizzare l’etichetta di cattolico progressista per Scoppola non sembra appropriato parlare di Ruini come di un restauratore. Al contrario Ruini risponde alle difficoltà del cattolicesimo italiano tentando vie nuove. Ma ad uno degli elementi cruciali di queste difficoltà, l’afasia del laicato organizzato, finisce con il rispondere con strumenti prevalentemente mediatici, efficaci nel breve periodo ma strutturalmente effimeri. E non scongiura affatto quel rischio di deriva clerico-moderata della Chiesa e del cattolicesimo italiano che Scoppola aveva lucidamente individuato. La vicenda del testamento biologico lo dimostra.

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