ancora Bagnasco su fine vita (e famiglia).


 

Prolusione al Consiglio CEI, lunedi 28 marzo.

(…)

Per questo, cioè secondo questa chiave interpretativa, vorremmo dire una parola che inducesse l’opinione pubblica a ritenere che una legge sulle dichiarazioni anticipate di fine vita è necessaria e urgente. Si tratta infatti di porre limiti e vincoli precisi a quella “giurisprudenza creativa” che sta già introducendo autorizzazioni per comportamenti e scelte che, riguardando la vita e la morte, non possono restare affidate all’arbitrarietà di alcuno. Non si tratta di mettere in campo provvedimenti intrusivi che oggi ancora non ci sono, ma di regolare piuttosto intrusioni già sperimentate, per le quali è stato possibile interrompere il sostegno vitale del cibo e dell’acqua. Chi non comprende che il rischio di avallare anche un solo caso di abuso, poiché la vita è un bene non ripristinabile, non può non indurre tutti a molta, molta cautela? Per rispettare la quale è necessario adottare regole che siano di garanzia per persone fatalmente indifese, e la cui presa in carico potrebbe un domani – nel contesto di una società materialista e individualista −  risultare scomoda sotto il profilo delle risorse richieste. È noto come il dolore soggettivo, con le possibilità offerte dalla medicina palliativa, debba al presente spaventare di meno. Piuttosto, sono i criteri di una sana precauzione a dover suggerire pensieri non ideologici ma informati a premura e tutela, e ispirati a vera “compassione”. Questa, infatti,  non elimina la vita fragile e indifesa, ma la “com-patisce”, induce cioè a sopportarla insieme all’ammalato, si fa condivisione, sostegno, accompagnamento fino al traguardo terreno. In determinate condizioni, la paura più impertinente scaturisce dalla solitudine e dall’abbandono, mentre l’atteggiamento d’amore trova vie misteriose per farsi percepire e saper medicare. È qui, su questo versante massimamente precario e bisognoso, che una società misura se stessa. Questa mostra la sua umanità specialmente di fronte alla vita quando è troppo debole per affermare se stessa e potersi difendere; altresì quando concepisce la vita di ciascuno non solo come un bene dell’individuo, ma anche – in misura – come un bene che concorre al tesoro comune.

        Un altro pensiero vorremmo dedicarlo alla famiglia, senza lasciarci prendere dall’ansia di apparire troppo insistenti. Crediamo di conoscere il popolo italiano: tutt’altro che prevenuto o chiuso anche nei confronti dei sacerdoti. Non si faticherà a intuire perché l’insistere ci appaia qui un dovere: non c’è di mezzo alcun tornaconto, vi è piuttosto l’interesse sommo della collettività. Alla quale – immaginiamo – dovrà pur premere che le difficoltà economiche, i problemi del lavoro e della casa, formando magari un tutt’uno con l’incertezza culturale, non diventino un ostacolo sempre più grande alla realizzazione del progetto di felicità e − ancora − di benessere che potenzialmente è ogni famiglia. Davvero è auspicabile che, fatto salvo il rispetto per la libertà personale, nessuno nell’ambito pubblico provveda a decisioni che mettano in ombra l’istituto familiare, architrave portante di ogni realistico futuro.

integrale qui:

http://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/19273/Prolusione.doc

Leave a Comment