Intervento militare in Libia, Chiesa, opinione pubblica


È possibile osservare giudizi diversi intorno all’impegno militare in Libia cui la Marina e l’Aviazione italiane stanno partecipando nel quadro della risoluzione n. 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questo anche all’interno della comunità ecclesiale. Sarebbe preoccupante il contrario.

Tuttavia, ad una ricognizione generale, sembrano passati non 30 bensì 300 anni dal 1980/1981. Allora, all’aprirsi della difficile crisi nelle relazioni tra democrazie occidentali e blocco sovietico, la crisi degli euromissili, il pacifismo cattolico si manifestò con veemenza assumendo un ruolo da protagonista non solo nella Chiesa, ma anche nella più vasta opinione pubblica italiana.

Niente del genere sta avvenendo in questi giorni, anche se, a differenza di allora, la azione militare non è minacciata, ma agita.

È ragionevole dunque chiedersi: cosa è successo nel frattempo?

È successo che un patrimonio di pochi (cattolici) e divenuto patrimonio di molti (cattolici).

La grande tradizione del cattolicesimo liberale non aveva mai chiuso gli occhi di fronte alla necessità di garantire anche militarmente la sicurezza locale e internazionale. L’appello di Sturzo «ai liberi e forti» cominciava con il sostegno alla politica estera del presidente americanoWilson, campione dell’interventismo democratico, De Gasperi avrebbe voluto che l’Europa unita (ma non in forma di Stato) nascesse non solo dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio bensì anche dalla Comunità Europea di Difesa, per arrivare all’interventismo democratico di Beniamino Andreatta. Ben sappiamo però che questo filone incontrò non poche difficoltà persino dentro la Dc la cui politica estera venne a lungo controllata da Giulio Andreotti.

In questi ultimi trent’anni, fra l’altro, si è sviluppato un insegnamento magisteriale che pare aver lasciato il segno. Pensiamo al coraggio con cui durante la prima crisi del Golfo Giovanni Paolo II ricorda ai credenti che la Chiesa non è pacifista ma pacificatrice. Pensiamo al coraggio che il presidente della CEI di allora, il cardinal Ruini, ebbe nel pronunziare la omelia per le esequie dei caduti di Nassirija, le cui parole disorientarono un ceto politico frastornato, ma seppero interpretare e confortare un ben più amturo sentimento dell’opinione pubblica. Pensiamo infine alle parole chiare pronunziate in questi giorni dall’attuale presidente della CEI, cardinale Angelo Bagnasco.

La forza di questo insegnamento risiede in tanti fattori, tra cui la coraggiosa tempestività ed il forte radicamento nel magistero del Concilio e di Paolo VI (di cui non possiamo dimenticare le parole a sostegno della lotta per la giustizia affidate alla Populorum progressio ed alla Octogesima adveniens).

Il nodo di questo insegnamento risiede nella precisa individuazione dello specifico, limitato e responsabile contributo da parte delle istituzioni politiche al bene comune. Alla politica è riconosciuto il compito di curare e se serve ripristinare l’ordine pubblico. Ciò tra l’altro può richiedere la promulgazione di leggi (da non confondersi con i diritti, che la politica non può né inventare né abolire) il funzionamento delle quali richiede una credibile minaccia ed eventualmente la efficace erogazione di sanzioni attraverso un ricorso responsabile, proporzionato, efficace e mai illimitato alla forza fisica legittima. In circa un decennio, da alcuni interventi di Pio XII alla redazione del decreto conciliare sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae (al quale Benedetto XVI da anni dedica una speciale attenzione), si riattualizzò la tradizionale teologia della legge positiva e del potere politico che dell’una e dell’altro sanciva competenze e limiti.

Si è trattato di un contributo prezioso da parte della Chiesa all’etica civile del paese. Nell’era degli Stati, quella ormai conclusa, un confine territoriale e dei simboli apparentemente consentivano di distinguere facilmente la azione di polizia (all’interno dei confini) dalla guerra (all’esterno dei confini), anche se la sostanza dell’una e dell’altra restava una forza fisica almeno presuntamente legittima. Questa chiarezza legata ai simboli e confini ha avuto non pochi meriti, ma ha anche inibito una azione di polizia internazionale e consentito abusi interni a coloro che controllavano una politica autoassolutizzatasi in forma di Stato.

La fine dell’èra della sovranità assoluta degli stati ci mette di fronte problemi urgenti e complessi, ma nello stesso tempo ci libera da veli ipocriti. Alle istituzioni politiche va chiesto di garantire l’ordine pubblico a livello locale e globale ed alle stesse istituzioni va imposto di non superare determinati limiti tanto a livello globale quanto a livello locale. Questa svolta ci libera da moralismi più collusi che angelici e ci fa porre le domande giuste: con quale base legale? Con quale obiettivo? Con quali mezzi? Entro quali limiti?

(da “il Riformista” del 29.3.2011)

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