Un testimone di speranza


Partecipo qui  una relazione richiestami dall’Azione Cattolica lucana in occasione dell’anniversario della morte di Vittorio Bachelet e pronunciata ieri. 

Vittorio Bachelet  testimone di speranza,  nella vita e nella morte

                    1. “Usciamo a pescare”

          In un articolo apparso sull’Osservatore Romano di domenica 12 gennaio 1947, e così intitolato, il ventunenne Vittorio Bachelet scriveva: “Forse troppo spesso i cattolici, certi cattolici almeno, dimenticano che il comando divino ‘andate e predicate a tutte le genti’, è rivolto non solo a pochi eletti, ma, in un significato particolare, a tutti i fedeli (…). Si ha a volte una dolorosa sensazione nel vedere infiniti uomini di parte affaticarsi per cercare proseliti della loro dottrina politica, e nel constatare che non altrettanti e soprattutto non così attivi cattolici si preoccupano di diffondere la parola di Dio: e sì che, mentre i politici non hanno che la loro forza, essi hanno a loro disposizione l’aiuto di Dio. Quando Gesù disse agli apostoli ‘vi farò pescatori di uomini’ essi compresero e gettarono le reti come insegnava il Signore, e fecero la pesca miracolosa in ogni parte del mondo. Noi dovremmo imparare a pescare, senza contentarci di ammirare la pesca degli altri”.

         Su Vittorio Bachelet tanto è stato scritto e detto – da quando, esattamente 31 anni fa, la sua vita terrena fu stroncata dalle brigate rosse – soprattutto con riferimento al suo impegno di laico impegnato in posizioni di responsabilità nella chiesa, in università e nella vita civile ed istituzionale, e tuttavia ritengo che l’unità che egli seppe fare nella sua esistenza fra tutte le suddette dimensioni (non ultime, di marito e padre di famiglia), fu a partire dal proprio essere “semplicemente” credente, e costituì la sua prima e radicale testimonianza, espressa nella capacità di fare incontrare vita e Vangelo.

         E’ da qui che scaturisce valore per ogni più piccolo atto “venendo fatto di pensare – continua il giovane Bachelet nell’articolo citato – come quando a pescare usciva ognuno con la sua barca, ad una azione individuale, senza etichette e senza sigle, in cui ognuno dia, anche nell’ambito che sembra più umile e all’apparenza senza rilievo, ciò che egli è capace di dare”.

         Fin dalla giovanile militanza nell’Azione cattolica, nella Fuci, poi nei Laureati cattolici, Bachelet approfondì dunque con rigore e passione la ricerca della propria vocazione e dell’unità con se stesso, a partire dalla formazione personale e spirituale, e poi culturale ed intellettuale, che lo condusse allo studio del diritto ed alla cattedra universitaria, nonché al servizio ecclesiale, con la scelta dell’impegno laicale nella Chiesa attraverso l’Azione cattolica, e, più tardi, alla disponibilità a spendersi nelle Istituzioni.

         Tutti ambiti nei quali la consapevolezza della dimensione “verticale” della vita lo portò a porre a fondamento delle proprie scelte una cura costante e discreta della propria spiritualità, la continua tensione ad un coerente rigore morale e un costante riferimento al valore della competenza, come componenti essenziali dell’impegno del credente nel mondo.

         E nella perdurante convinzione che la pesca che ha organizzato il Signore non è un ingranaggio burocratico, ma (è sempre lui ad esprimersi) “è, nei suoi organi principali o ausiliari, la vita di un corpo vivente, da cui ogni membro, ogni cellula attinge vitalità, ed a cui ogni cellula può dare una vitalità maggiore: solo che accetti e sia capace di diffondere intorno a sé la pienezza dell’amore”.

             2. Il servizio è la gioia

             “L’Azione Cattolica vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini. Essa vorrebbe essere un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; e insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale e della convivenza civile”. Così Vittorio Bachelet in una dichiarazione del giugno 1964, al momento di assumere la Presidenza dell’ACI.

         All’insegna di questo intento, ovvero del diritto-dovere dei laici di partecipare alla vita della chiesa – ed assieme all’unitarietà dell’associazione come segno distintivo della vocazione di questa alla comunione ecclesiale, nonché alla democraticità interna –  Egli avrebbe portato a compimento il processo innovativo dell’AC, ufficialmente sanzionato con l’approvazione e il varo del nuovo Statuto unitario nel 1969 e con la “scelta religiosa”.

         Da dove nasceva questa scelta? Certamente dal Concilio e dalle prospettive essenzialmente religiose e pastorali assunte dalla Chiesa con Papa Giovanni XXIII e Paolo VI di fronte alla modernità, ma affondava anche robuste radici nella personale sensibilità e religiosità di Bachelet, che già da tempo si muoveva e viveva in una prospettiva fortemente “religiosa”, come abbiamo già visto, cercando nel colloquio con Dio la pienezza della sua umanità e l’orientamento del suo essere.

         E la preoccupazione di fondo – a rileggere i suoi scritti e discorsi associativi – fu proprio quella di orientare religiosamente l’associazione, non tanto “in polemica” con quanti, al suo interno, magari restavano legati a precedenti schemi d’impegno, quanto nella convinzione – attestata in un suo articolo sulla rivista dell’AC “Iniziativa” pochi mesi dopo la sua nomina a vicepresidente nel ’59 – del primato di Maria rispetto a Marta.

Non a caso, additando l’ esempio di Luigi Sturzo, Bachelet avrebbe scritto che “fu prima di tutto un prete. Un santo prete”, o quello dello stesso Alcide De Gasperi,  che “fu un maestro non solo di arte politica ma soprattutto dello spirito, di coerenza ideale e di rigore morale”.

         Nello sforzo di rendere l’Azione Cattolica sempre più profondamente aderente alla sua missione ed alle esigenze del tempo, pertanto, Bachelet vide chiara davanti a sé emergere l’esigenza primaria di ritrovare genuinamente i valori e le verità essenziali del cristianesimo: questa “evangelizzazione” che sarebbe dovuta diventare il compito fondamentale dell’AC non significava certo disinteresse per i problemi concreti della società umana, ma sforzo e ricerca di comprenderli ed aiutarne la soluzione con un desiderio essenziale di animazione cristiana.

         All’Azione Cattolica bisognava restituire tutto intero il compito educativo e formativo dell’ “essere” uomini e coscienze cristianamente temprate a “difendere e propagare gli essenziali valori religiosi ed umani del vivere civile”,  nonché “di alimentare di idee e prospettive generosamente cristiane tutto l’ampio schieramento del mondo cattolico militante”.

         Dunque ben al di là di interpretazioni strumentalizzanti o riduttive della “scelta religiosa”, per Vittorio Bachelet non era possibile comprenderla se non in rapporto a un’altra e ben più ampia scelta operata da tutta la Chiesa (e quindi anche dall’AC) negli anni del Concilio e dell’immediato post-Concilio: quella di dare una risposta positiva e valida ai problemi posti dalle trasformazioni allora in atto (siamo in pieni anni ’60), facendo riferimento  alla centralità della liturgia, della preghiera e della cultura come semi per cambiare il mondo” o, come lui ribadirà, “per conservare quello che c’era di valido dell’antica civiltà e innestarlo come seme di speranza nella nuova”.

         E non era casuale il riferimento ricorrente alla figura di San Benedetto ed al monachesimo, ed al suo coevo momento di analogo trapasso culturale, di cui peraltro sentiamo oggi parlare l’attuale Pontefice allorchè, in un discorso a Parigi nel settembre 2008, così ne descrive efficacemente la vita: “Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale:  dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum“.

         Anche queste parole potrebbero valere a rendere – ancor’ ora – il senso di una “scelta religiosa”, compiuta – allora – nella lucida consapevolezza che la crisi dei rapporti fra Chiesa e società traeva origine e si sarebbe sviluppata sempre più come crisi della fede e che solo mettendo in primo piano l’attenzione alle persone ed alla loro libertà di decisione, si poteva dare una possibilità di recuperarli positivamente.

Senza per questo far dismettere  al Vangelo la sua carica di perenne contestazione dei costumi di vita dominanti, anche al costo della riduzione dei valori e delle espressioni stesse della comunità cristiana a quella che, con espressione cruda ma efficace, si è soliti indicare come minoranza, e minoranza, a sua volta, contestata.

         E se Bachelet, nella sua profetica e sapienziale intelligenza era solito affermare che il suo tempo  “non (era) né meno ricco di generosità, di bontà, di senso religioso, di santità, persino, di quanto non lo fossero altri tempi passati (…), nè meno povero degli altri per le infedeltà, le immoralità nella vita privata e pubblica, in quella personale e amministrativa, la irreligiosità ed anzi la lotta alla religione e a Dio stesso”,  fu grazie a tale approccio, di equilibrio e sapienza, che Egli potè portare negli anni alla guida dell’AC un contributo tanto significativo alla costruzione della comunità umana del proprio tempo.

         All’insegna di un rinnovamento che, prima ancora di strutture, settori, sussidi e cammini “interni”, e non di rado anche un po’ autoreferenziali, Egli vedeva innanzitutto spirituale.

         E laddove l’AC era chiamata a farsene scuola “specializzata”, per educare ragazzi, giovani, adulti, ad essere “persone nuove” ed a servire “con prontezza, generosità, coraggio apostolico, fedeltà, gradualità, umiltà di spirito e soprattutto responsabilità” la Chiesa, in unione e sotto la guida di coloro, i pastori, che lo Spirito ha preposto a reggere, nonchè una comunità degli uomini in cui ci siano “meno poveri, meno oppressi, meno gente che ha fame”.

         Tanto era consapevole Bachelet del nesso fra quella che, con termine oggi in voga, si suole appellare “emergenza educativa”, e attitudine al bene comune, nel senso di una partecipazione responsabile alla comunità civile e politica, da sottolineare – in un intervento alla Settimana sociale dei cattolici italiani del 1964 – come la formazione ricevuta in famiglia, nella Chiesa, nella scuola, nell’associazionismo, vi contribuisse efficacemente.

         Non mancando di far notare altresì che al bene comune ci si educa, anche dopo l’orientamento fondamentale del periodo di formazione giovanile, attraverso la concreta attenzione del cittadino adulto ai problemi della comunità politica, sia attraverso l’esercizio responsabile dei propri diritti civili e l’adempimento dei doveri nonché – testualmente – “attraverso, specialmente nei moderni sistemi democratici, e sia pure in forme e intensità d’impegno diverse nei molteplici ‘corpi intermedi’ nei quali si articola la società pluralista, la partecipazione attiva alle istituzioni politiche (…) di modo che non sarebbe accettabile la tesi di chi la volesse riservare solo per le ipotesi di popoli o di gruppi di cittadini di raffinata maturità culturale e civile”.

         Riscoprendo che se in un sogno la vita può sembrare gioia, salvo al risveglio scoprire che non è altro che servizio, solo servendo si riscopre la vera gioia.

             3. Bachelet giurista della P.A.

                Questa ispirazione originaria, ed apertura alla responsabilità intesa non come acquisizione di visibilità personale, ma come capacità di farsi carico del proprio tempo, aveva già largamente caratterizzato gli anni precedenti della vita di Vittorio Bachelet nella sua professione universitaria di giurista, e, forte dell’intenso servizio nel frattempo reso alla comunità civile attraverso l’impegno ecclesiale, avrebbe successivamente segnato la sua breve ma intensa esperienza ai vertici delle istituzioni – nella funzione tanto delicata e strategica di Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura – tanto da delineare, nel complesso, una vera e propria “lezione politica indiretta”.

         Di certo non è possibile, in questa sede, dar conto della vasta produzione scientifica del Nostro, che si caratterizza fondamentalmente per una forma pratica, riflessiva e costruttiva – tanto lontana dalle astrazioni ancorchè non evasiva dai principi – preoccupata per i problemi del suo tempo, in anni in cui, dopo il secondo conflitto mondiale, l’Italia si era data una nuova Costituzione e si era incamminata nella costruzione di un nuovo regime politico e di nuovi assetti sociali e civili.

         Si trattava fondamentalmente di compiere un’operazione, concettuale prima che pratica, di rivisitazione di istituti giuridici e forme organizzative dello Stato e delle pubbliche amministrazioni ereditati dal vecchio ordinamento liberale, e su cui si era innestata l’ingegneria istituzionale del fascismo – con l’introduzione da parte di quest’ultimo anche di forme nuove e originali di intervento pubblico soprattutto in campo economico – alla luce del nuovo principio democratico e pluralista, vera novità del regime costituzionale inaugurato nel 1948.

         Nell’opera scientifica di costituzionalizzazione della P.A, pertanto, si avverte forte in Bachelet una preoccupazione: in primo luogo, quella di battere in breccia tutto un apparato teorico che, forte di concezioni tendenzialmente oligarchiche quando non propriamente autoritarie, “chiudevano” l’amministrazione in una sorta di zona franca, con il rischio che in essa potesse risultare sospesa la vigenza della legge stessa; e ad un tempo, di legare definitivamente l’assetto dei pubblici poteri alle mutate condizioni di regime che trovavano nella sovranità popolare e nella comunità nazionale la fonte di legittimazione.

         Dove dunque le amministrazioni pubbliche, sottoposte al controllo degli organi rappresentativi della comunità (allora soprattutto il Parlamento, in sèguito le assemblee elettive a tutti i livelli) ed alla funzione di indirizzo e coordinamento non gerarchico ma “politico” del Governo, si configurassero tuttavia non solamente come mere esecutrici delle leggi e dei loro comandi, ma, secondo il disegno costituzionale, come garanti ed al servizio concreto – ed imparziale – degli interessi collettivi e diffusi nella società.

         E in questo senso, è interessante notare come Bachelet, anche negli studi dedicati all’esegesi degli istituti e delle tecnicalità più complesse del diritto amministrativo, non perdesse mai di vista questo compito essenziale e ragione di onore, ma non di astratte entità e di impersonali strutture dei pubblici poteri, quanto di ogni pubblico dipendente e titolare di pubblico ufficio.

         Dunque, al centro della riflessione ritroviamo, non a caso, la persona del funzionario – a prescindere dalla sua collocazione gerarchica – e del suo ufficio, sia nel senso di “munus”  (come cura dell’interesse altrui) sia – si potrebbe dire richiamando Max Weber – come professione e vocazione, nel nuovo quadro costituzionale e di “apertura” alla partecipazione nel sistema delle pp.aa. degli interessi sociali, individuali ed organizzati.

         Rivelandosi anche in questo tutta la modernità e la profezia dell’intelligenza di Bachelet, basti pensare ad istituti che si sarebbero sempre più affermati nell’ordinamento: la partecipazione dei privati al procedimento amministrativo; la presenza di rappresentanti di categorie in infiniti collegi; le rappresentanze di genitori, studenti e docenti nella scuola, o di quelle  sindacali negli istituti previdenziali; più di recente, l’introduzione di metodi di valutazione delle prestazioni erogate che chiamano ad esprimersi gli stessi destinatari delle medesime, secondo le moderne tecniche di customer satisfaction (= soddisfazione del cliente) .

         Cosicchè, ed attraverso non il richiamo moralistico, ma la stessa ricostruzione giuridica, al pubblico funzionario il Nostro attribuisce una funzione di servizio, esercitata non dal piedistallo di un “potere”, ma con l’autorità necessaria – unite a doti d’iniziativa, intelligenza, flessibilità e persino sensibilità in senso lato “politica” (non di parte) – ad accogliere, interpretare e soddisfare le nuove domande emergenti dalla società e dai cittadini, in quanto tali o come utenti.

         In questo senso si spiega anche la sua preoccupazione per la buona formazione dei pubblici dipendenti: da rendere attenta al profilo giuridico, ma altresì integrata da quello economico-manageriale e – scriverà – “anche politica” (nel senso si tiene qui a ribadire ovviamente di cultura politica) – che li metta in grado di coniugare la doverosa “imparzialità” in termini di equità, di giustizia e di scrupolosa applicazione della legge, con la capacità di esatta ed umana comprensione delle situazioni. E che, lungi dal frapporre inerzie, quando non veri e propri ostruzionismi, al rapido ed efficiente svolgimento dell’indirizzo politico, o viceversa integrandone le frequenti carenze, consenta loro di raggiungere con efficacia e rapidità gli obiettivi di benessere sociale.

         In ciò consistendo, scriverà, “l’ avventura che oggi (ma tuttora! n.d.a.) costituisce l’esercizio di una funzione amministrativa”.

     * * *

        e Presidente del CSM 

Anche quando fu chiamato molti anni dopo nel 1976, nel pieno degli anni di piombo, alla Vice-Presidenza del CSM, in un momento di particolari tensioni anche all’interno dell’ordine giudiziario, ed altresì consapevole dei rischi estremi che avrebbe corso in virtù dell’incarico ricoperto, Vittorio Bachelet si espresse, a proposito delle cause del malessere e delle disfunzioni della giustizia, sottolineando – qui analogamente a come abbiamo visto da lui tener ben fermo a proposito di tutto il complesso dei pubblici poteri – l’urgente necessità “dell’adeguamento (anche) dell’ordine giudiziario, ai principi costituzionali ed alle esigenze della società”.

         Nella perdurante convinzione – che avrebbe ribadito due anni più tardi, in sede di commemorazione dell’amico Aldo Moro sempre al CSM, e dell’ opera di Ministro della Giustizia svolta dal leader democristiano dal 1955 al 1957 – della “chiara difesa della indipendenza della Magistratura” non disgiunta dalla necessità “che essa non divenisse nello Stato e nella società, un corpo separato”.

         Tanto più significativo si rivelava un intento di tal genere quanto più se suffragato, al di là della facile retorica, dalla consapevolezza, ben presente in Bachelet, che la Costituzione non costituisse un punto di arrivo del tutto acquisito, ma semmai da continuare ad attuare e svolgere, nella libera dialettica della vita democratica.

         E tanto più credibile, quel coraggioso disegno di attuazione costituzionale, e dunque di azione riformatrice, se si pensa all’ assalto portato all’epoca dalla lotta armata alle istituzioni, essendo altrettanto chiaro a Bachelet come il principale obiettivo di questa fosse la distruzione della democrazia, dato che per le sue proprie caratteristiche – sono sue parole – “l’alternativa democratica costituisce una continua smentita della violenza politica”  .

         Non a caso, a cadere sotto i colpi dei terroristi sono stati in assoluta e trasversale prevalenza, e sino a tempi recenti, gli esponenti di quella sorta di “cuscinetto riformatore” così definito dal Nostro per indicare coloro che, in nome di strati popolari che la democrazia hanno conquistato a caro prezzo, hanno inteso, proprio come Lui, consolidarla con la necessaria mediazione e gradualità, e così renderla effettiva.

         Nel presiedere le sedute del Consiglio, Bachelet, oltre a dimostrare spiccate doti di dialogo, e andando ben oltre le divisioni ideologiche con serenità e moderazione, si trovò di frequente ad affrontare tutte le questioni che, negli anni a venire, sarebbero arrivate al pettine, e nella maniera tanto incandescente e drammatica che conosciamo, riguardanti l’amministrazione della giustizia nel nostro Paese.

         Tuttavia, se il tema del rapporto autorità-libertà continuò sempre ad essere ben presente, a maggior ragione adesso che si trovava ad affrontare le problematiche dello svolgimento della giurisdizione, non da ultimo in campo penale, prevalente fu in lui – come imponeva il ruolo del Consiglio e mai consentendo di debordare da esso – l’attenzione ai concreti meccanismi, e ai relativi rimedi in termini di revisione e razionalizzazione di uffici, procedure e risorse, strumentali e umane, atte a rendere più spedito, agile ed efficiente al servizio del cittadino il corso “ordinario” della giustizia, anche quando questo veniva contestualmente chiamato a far fronte, in termini ordinamentali, ad esigenze “straordinarie” dall’emergenza terroristica.

         Quanto al tema dell’imparzialità del giudice e dell’indipendenza  dell’ ordine, più che del potere giudiziario, esso si presentava a Bachelet un po’ negli stessi termini delle indicazioni che scaturivano in generale dai suoi studi di diritto pubblico: si trattava in ogni caso, unitamente al necessario rigore nel perseguimento di tutte le forme di illegalità, di assicurare alla persona-cittadino un principio fondamentale e liberale di garanzia, attentati al quale potevano (e possono) venire – e Bachelet non se lo nascondeva – dalla politicizzazione di settori circoscritti ancorchè influenti della magistratura.

        Ma qui egli era cauto e non cedette mai all’emotività.

         “Il discorso sui rapporti fra magistratura e politica non può essere liquidato – rispose in un’intervista – in poche battute. Ma vorrei dire che sono convinto che la stragrande maggioranza dei giudici italiani opera per un’imparziale applicazione della legge e non accetta di sovrapporre alla coscienza e alla logica giuridica criteri politici”.

         A ben vedere – secondo il suo tipico approccio concreto e pragmatico – il problema sovente risiedeva prima ancora che nell’orientamento individuale del magistrato “nell’amplissima discrezionalità interpretativa a questi consentita (sono sempre parole del Nostro) da una disorganica e contraddittoria proliferazione legislativa, o peggio da una tendenza a demandare alla sede giudiziaria la soluzione di conflitti non risolti a livello politico”.

         Laddove nel vuoto normativo finisce per esercitarsi la giurisprudenza c.d. “creativa” di singole Corti, problema diffuso in tanti settori, al di là di quello esclusivamente penale, e acutizzatosi progressivamente in maniera particolare, se pensiamo a quelle che oggi sono certe problematiche del tutto inedite, ad esempio in campo bioetico.

         Dunque ancora una volta Bachelet, fedele al suo stile intellettuale senza boria né cascami, che mai si conformò al modello, tuttora ricorrente, del giurista formalista, e tanto meno a quello “militante”, non venne meno alla sua idea di fondo, che individuava nella libertà e nelle garanzie riconosciute dalla Costituzione l’idea fondante dello Stato democratico: un’idea che doveva conciliarsi ma mai soccombere di fronte al principio dell’autorità.

                     4. La luce del martirio

             L’esigente lezione di metodo sin qui delineata, e che sostanzialmente si tradusse nelle molteplici dimensioni – spirituale, ecclesiale, professionale e civile – della “sana laicità” di Vittorio Bachelet, nonché nella costante ricerca e promozione di valori condivisi nella prospettiva del bene comune, trovò il suo compimento, nel suo caso, nel tragico ma non disperato epilogo della morte violenta.

         A distanza di tanti anni, che per molti versi sembrano anni luce, è inutile nascondersi, fuor di retorica ma proprio col senno del poi per come “si sono messe” tante cose, come la sottrazione inflitta dalla violenza terroristica – e da quella della criminalità organizzata – delle migliori intelligenze e dei migliori talenti di classe dirigente si sia rivelata pressocchè fatale per le sorti del nostro per molti versi “scombinato” Paese.

         E non è un caso che il progetto “politico” che ha inteso lucidamente colpirli, fu, ed ha continuato sino ad anni anche più recenti, a indirizzarsi verso la presenza significativa dei cattolici, e non solo per via delle posizioni di maggiore responsabilità che essi si sono trovati a ricoprire in Italia.

         Ma anche perché, assieme e più di altri, si sono adoperati, nello svolgimento della loro duplice missione di rinnovamento civile ed ecclesiale, affinchè la loro Patria si ritrovasse e rimanesse unita all’insegna, piuttosto che di una vuota ed omologante retorica puramente identitaria, delle sue più autentiche e concrete radici, di popolo e di valori.

         Dopodichè, sappiamo bene, da cristiani, che nel disegno di Dio era stabilito che non si poteva salvare in altro modo l’uomo se non attraverso il sacrificio del Suo Figlio. E che da quel momento in poi, fu sempre ritornante e necessaria la morte dell’Innocente, come atto definitivo della sua missione “per giustificare l’uomo”, scuoterne il cuore e la coscienza e costituire l’argomento definitivo in quello scontro tra il bene e il male che si svolge, da sempre, lungo la storia del mondo e dei popoli.

         In questo senso, la morte di Vittorio Bachelet, come di tanti altri, costituì un insuperabile segno di contraddizione, confinando inesorabilmente coloro che hanno seminato il terrore dalla parte perdente.

         Occorre dunque accettare il rischio di misurarci sempre con la possibilità – sulla scorta dei veri apostoli, dei martiri e dei confessori – della testimonianza nel sacrificio, sapendo che “chi non ama rimane nella morte”.

         La testimonianza di Vittorio Bachelet, nella vita e nella morte, rimane – rimanga – davanti a noi come esempio luminoso a cui guardare, per ri-condurre al largo le nostre esistenze e, ancora oggi, quella del nostro Paese.

Potenza, Palazzo di Città 11.2.2011

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