Son tornate le Madonne Pellegrine…(e chi può ri-batta un colpo)


 

BUCO NERO ANTROPOLOGICO
DI RODOTA` E GLI ALTRI

Edoardo Patriarca

http://www.piuvoce.net/newsite/sussurriegrida.php?id=653

Dispotismo etico, principio di autorità contro principio di libertà, diritto all’autodeterminazione e a governare liberamente la propria vita, politica padrona delle persone e corpi riconsegnati al potere medico: sono alcuni dei passaggi che percorrono l’ultimo articolo di Stefano Rodotà riguardo le Dichiarazioni anticipate di fine vita, impropriamente chiamate testamento biologico. Non oso competere con argomentazioni giuridiche o di diritto costituzionale. Non ne sarei all’altezza. E poi altri, giuristi e costituzionalisti, lo hanno già fatto con argomentazioni più che convincenti.  Penso sia più utile dare voce all’esperienza delle famiglie, alla vita concreta, e a quel “diritto” non codificato dalle leggi che ha dato anima e cuore alla nostra Carta.  

E’ proprio vero che il principio di libertà si contrappone a quello di autorità? O non è invece vero che i due principi si sorreggono vicendevolmente? Siamo certi che il principio di libertà – tra l’altro carissimo ai cristiani ed elemento costitutivo della loro fede – significa decidere tutto in proprio, persino della vita? La buona libertà non va coniugata con il principio di responsabilità? Una connessione cara ai nostri costituenti che parlano sì di persone, ma ricordano la famiglia e i “corpi intermedi” dentro i quali la persona trova se stessa. Non siamo soli, ci vogliamo bene, ci sta a cuore la vita degli altri e la vita dei nostri cari, non in astratto ma nella concretezza operosa della vita quotidiana.

Ma mi impressiona il cortocircuito antropologico in cui vivono i cultori dell’autodeterminazione: no al potere medico per le Dat, sì al potere medico per la gestione della fecondazione assistita, accresciuto dopo le sentenze contro la legge 40; sì al diritto-desiderio della maternità e, al contempo, sì all’aborto-esercizio-di-libertà; sì al diritto a togliersi la vita, no al diritto alla vita dell’embrione, o del “concepito” come ci piaceva dire qualche decennio fa. Per i cultori dell’individualismo nichilista la persona è sola con la propria libertà, non ha amici, non ha famiglia, non ha bisogno di rendere conto ad alcuno.  E’ questa cultura, cosiddetta progressista, che ha ridotto le professioni a servizio della vita a meri erogatori di servizi: gli insegnanti trasformati in impiegati, i medici a funzionari della salute, i genitori ad assistenti sociali. Tutti sotto contratto (per costoro anche il matrimonio è un contratto): il principio del dono e della gratuità, il principio di fraternità che abilita le competenze in umanità presenti in ciascuno di noi, sono espunti e ritenuti irrilevanti.  Un vero “buco nero” antropologico alimentato da una élite tutelata e piena di privilegi.

Sono sincero: a me non piacciono le agende etiche, una dizione inquietante se fatta dalla politica.  Mi piacciono le agende positive e concrete che aiutano a risolvere i problemi della vita affaticata.  Rodotà si misuri su questo: provi a farsi attento a questo cattolicesimo oscurantista che anima solidarietà e giustizia sociale, al volontariato che aiuta le donne a non abortire o che è sulla strada a salvare i corpi delle prostitute. Pensi alle tante istituzioni di ispirazione cristiana impegnate nella difesa dei diritti dei migranti, ai volontari e agli enti impegnati nel dopo di noi.  Sono tutte opere animate dalla medesima antropologia personalista e comunitaria: tutela della vita, diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà, autonomia e libertà responsabile, solidarietà e sussidiarietà, e ricerca del bene comune. E’ certo che questa antropologia non contempla i principi dell’abbandono e dell’irresponsabilità verso la vita degli altri, il piano inclinato sul quale mi pare  si siano  avviati i cultori dell’autodeterminazione senza se e senza ma.

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