Ripensare il multiculturalismo: Il discorso di David Cameron alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Silvia Angeletti


Ripensare il multiculturalismo: Il discorso di David Cameron alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco

Silvia Angeletti

Dopo le parole del Cancelliere tedesco Merkel, secondo la quale è arrivato il momento di riconoscere che il multiculturalismo, come risposta alla domanda di integrazione culturale, è fallito, anche David Cameron torna sulla questione, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Il discorso del leader britannico si concentra sul problema della lotta al terrorismo internazionale ma proprio da qui – dalla necessità di trovare strategie contro il terrorismo che affianchino l’intervento miliare – prende il via una riflessione più ampia, che coinvolge i temi dell’identità e dell’integrazione nell’orizzonte di un modello politico democratico e liberale.

Affermando senza mezzi termini che l’abusata equazione Islam = terrorismo è errata, Cameron pone un primo punto fermo in un dibattito troppo spesso confuso e animato da stereotipi. L’Islam è una religione largamente e pacificamente praticata, laddove il terrorismo è figlio di una visione falsata dell’Islam stesso, intrisa di ideologia e di politica, proiettata verso la costruzione di una società interamente “islamizzata”, ostile ai valori liberali ed alla democrazia occidentale. Dunque l’estremismo radicale islamico è il problema, non l’Islam o tantomeno una presunta irriducibile antinomia tra Islam e democrazia. Prendendo le distanze da una impropria visione del problema, capace solo di alimentare l’Islamofobia,  Cameron si pone con decisione nel solco già tracciato dai più importanti organi internazionali a tutela dei diritti umani. Negli ultimi anni, infatti – e con una forte accelerazione dopo gli attacchi dell’11 settembre – la necessità di combattere ogni forma di discriminazione e di labelling degli individui su base etnica, religiosa o razziale, ha dato il via ad una campagna di sensibilizzazione promossa dall’ONU e dal Consiglio d’Europa e rivolta agli Stati come alla società civile.

Spostando l’attenzione sulla individuazione delle cause del terrorismo di matrice islamica radicale, Cameron sembra voler ridurre il peso delle ragioni più comunemente citate: la politica estera dei Paesi occidentali, la povertà, la mancanza di democrazia in molti Paesi del Medio Oriente. Senza dimenticare la necessità di fronteggiare queste cause, che pure esistono, la tesi del leader britannico è che esse da sole non bastino a spiegare il fenomeno: l’estremismo ideologico al cui interno matura il terrorismo ha a che fare, in ultima analisi, con un problema di identità.

È proprio partendo dalla questione dell’identità che il discorso di Cameron giunge al cuore del complesso tema dell’integrazione culturale e lo fa affermando che il modello multiculturale adottato in Gran Bretagna è stato, sostanzialmente, un errore. Basato essenzialmente sull’idea dell’uguaglianza di tutte le culture, il modello multiculturale risponde alla domanda di integrazione delle comunità immigrate (o comunque di minoranza) assumendo, in sintesi, come unico criterio vincolante il rispetto delle regole comuni a tutela dell’ordine pubblico e lasciando poi a ciascuna comunità la possibilità di conservare proprie tradizioni culturali e religiose e propri codici comportamentali.

L’esperienza britannica, secondo Cameron, dimostra tuttavia che l’adozione di questo modello permette la convivenza di culture anche molto distanti tra loro e soprattutto lontane dai valori comuni della società, finendo per alimentare comunità separate e per allentare il tessuto sociale, smarrendo il senso di una identità collettiva alla quale ciascuno senta di voler appartenere. Tra i punti deboli di questo modello, il leader britannico pone – pur senza espressamente definirlo – l’uso delle cultural defenses, in virtù delle quali, quando comportamenti che la società considera antisociali (o addirittura antigiuridici) sono giustificati da ragioni culturali o religiose, i primi sono permessi. Questo tema non è certo nuovo nel dibattito pubblico inglese (e non solo). Qualche tempo prima, con parole acute e meditate, che hanno giustamente destato molto interesse, l’Arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, era intervenuto sulla questione del rapporto tra il diritto statale britannico e i diritti religiosi, riflettendo intorno alla possibilità di individuare settori del diritto e strumenti dell’ordinamento attraverso i quali tener conto delle specificità religiose, nell’ottica più ampia di un riconoscimento del pluralismo giuridico e delle multiple affiliations individuali e comunitarie.

Rispetto al discorso di Williams, Cameron si muove su binari in certa misura diversi ma forse non necessariamente antitetici, tenendo presente che l’oggetto principale del discorso di quest’ultimo parte dalla lotta al terrorismo e affronta situazioni che si situano ai margini della convivenza civile. In quest’ottica va letta, probabilmente, l’affermazione secondo cui l’atteggiamento della società e delle istituzioni ha provocato un disorientamento, in particolare nelle nuove generazioni, in bilico tra la cultura di origine e quella del Paese in cui vivono. Mossi dalla ricerca di una identità forte, alcuni di loro vengono attratti da posizioni estremiste, sostenuti in questo anche da leader religiosi che li spingono a radicalizzare il loro senso di appartenenza religiosa.

Per evitare che i “cattivi maestri”- in questo caso gli estremisti non violenti – siano in grado di fomentare derive terroristiche, occorre optare per politiche selettive di dialogo istituzionale, che accettino come interlocutori solo quei gruppi e quelle organizzazioni che rimangono estranee ad ogni estremismo e che dimostrano di rispettare i valori essenziali della democrazia e dello Stato di diritto. Al contrario, organizzazioni che in qualche modo favoriscono forme di segregazione non devono ricevere fondi dallo Stato né devono poter fare adepti nelle Università o nelle prigioni.

La scelta verso politiche istituzionali di dialogo “selettivo” di cui parla Cameron non appare molto distante dalle esperienze condotte in altri Paesi europei, basti pensare agli organi consultivi sulla presenza e l’integrazione islamica introdotti in Francia da Sarkozy quando era Ministro dell’Interno e sperimentati, con alterne vicende, anche in Italia. In un’ottica essenzialmente securitaria, l’idea di fondo di queste consulte ministeriali, alle quali partecipano esponenti delle principali realtà islamiche presenti sul territorio, è quella di procedere ad un isolamento delle componenti più estremiste, invitando al confronto solo i gruppi socialmente più integrati.  

Ma in base a quali criteri fondamentali si misurerebbe il grado di tale integrazione? La risposta di Cameron ne evidenzia alcuni: il rispetto dei diritti umani fondamentali (senza discriminazione per le donne o per credenti di diverse fedi), della democrazia, dell’eguaglianza di fronte alla legge, l’avvio di un percorso di integrazione. I “pilastri” che vengono menzionati aiutano a comprendere a che tipo di modello di integrazione il leader britannico sembra guardare. Tanto più in quanto la sua riflessione prosegue sul filo della definizione di una società “autenticamente liberale”.

E’ una società passivamente tollerante, egli dice, quella che, mostrandosi neutrale rispetto ai valori, accetta ogni tipo di comportamento fintanto che siano rispettate le leggi. Una società autenticamente liberale, al contrario, è coesa, crede in alcuni valori irrinunciabili e li promuove, chiedendone la condivisione a quanti intendono farne parte. Una vera coesione sociale, in definitiva, passa attraverso un sentimento di identità nazionale, che si affianca all’identità religiosa di ciascun cittadino.

L’enfasi sulla compresenza di identità molteplici in ognuno di noi si nutre di un fecondo dibattito, del quale uno degli interpreti più autorevoli e citati è certamente Amartya Sen, per il quale la consapevolezza che ciascuno di noi sia parte di relazioni molteplici (definite in base alla cittadinanza, al lavoro, alla fede religiosa, agli interessi culturali, alla lingua, all’origine etnica e così via) che vanno a comporre una multiforme identità, è forse l’antidoto più efficace contro ogni forma di radicalismo politico, religioso, o etnico che sia.

Con il proposito di rafforzare la coesione sociale, Cameron sembra voler fare leva sulla identità nazionale. In questo senso, il suo discorso appare a prima vista oscillare tra due modelli di integrazione culturale che, usando le categorie proposte da Habermas, potremmo definire un modello di assimilazione “debole” e un modello di assimilazione “forte”.

È noto che, nell’ambito degli studi sull’integrazione culturale, tra i diversi  modelli messi in campo, le principali differenze ruotano intorno alla scelta tra il privilegiare l’identità (dunque la differenza) o l’uguaglianza dei diritti (e quindi l’universalità). Volendo assumere come punto di riferimento il pensiero di Habermas, se il multiculturalismo sembra partire dalla affermazione dell’identità e della uguaglianza di tutte le culture, un certo grado di assimilazione è invece debitore dell’affermazione dell’universalità di alcuni diritti fondamentali, che la comunità etico – politica riconosce e dei quali chiede il rispetto a tutti i consociati (senza dimenticare che esiste, se vogliamo, una terza prospettiva, c.d. dell’intercultura).

Quando l’assimilazione giunge ad un grado “forte” o, in altri termini, quando essa richiede all’immigrato una disponibilità all’acculturazione, ad accogliere e far propri costumi, abitudini, mentalità della cultura ospite, si spinge –per usare le parole di Habermas – fino al livello dell’integrazione etico – culturale, che incide sull’identità originaria degli immigrati.

Non sembra sia questo il modello al quale tende ad ispirarsi Cameron. Dalle sue parole emerge piuttosto una preferenza verso il modello “debole” di assimilazione. Richiamando i valori di fondo della democrazia liberale, sui quali basare il dialogo con le comunità straniere e il loro percorso di integrazione per scongiurare derive estremistiche, il leader britannico cita, come abbiamo visto, il rispetto per la democrazia, per i diritti fondamentali, per lo Stato di diritto. Questi valori possono facilmente essere ricondotti a quei principi costituzionali la cui approvazione, secondo Habermas, definisce una forma di socializzazione politica, la quale rappresenta l’unico grado di assimilazione cui può giungere un moderno Stato democratico liberale. Una comunità etico – politica, con l’aiuto di tutte le sue componenti (e quindi in un processo soggetto alle trasformazioni dovute ai cambiamenti della composizione culturale della cittadinanza), offre di se stessa una interpretazione che si rispecchia in alcuni valori fondamentali; quei valori sono tradotti nei principi costituzionali e vanno letti nell’orizzonte interpretativo che ne è a fondamento.

Il processo di traduzione politica dei valori in principi fondamentali dell’ordinamento, la sua legittimazione democratica e la sua capacità di evoluzione dinamica nel lungo periodo, giustificano la richiesta di una socializzazione di quegli stessi principi a tutti i consociati. In altri termini, spiega Habermas, solo in questo senso uno Stato democratico di diritto può “salvaguardare l’identità della comunità, che va certo difesa anche nei confronti dell’immigrazione in quanto questa identità si lega ai principi costituzionali ancorati nella cultura politica e non agli orientamenti etici di una particolare forma di vita culturale prevalente nel paese”.

È possibile che le parole di Cameron siano forse un invito alla Gran Bretagna ad abbandonare il multiculturalismo per guardare con interesse al modello di integrazione francese (tradizionalmente assimilazionista), anch’esso non scevro, tuttavia, da difetti e debolezze che le recenti rivolte delle banlieuses stanno a dimostrare. Ma è altrettanto ragionevole supporre che questo interessante discorso (così come gli interventi dell’Arcivescovo Williams o le parole di Angela Merkel), testimoni il tentativo di trovare un nuovo modello, capace di rispondere, restando in una prospettiva democratica e liberale, alle sfide attuali dell’integrazione culturale.

1 Comment

  1. Massimiliano Bardani ha detto:

    Il discorso di Cameron é interessante, ma di per sé riguarda soprattutto il mondo anglosassone, che ha fatto esperienza del modello multiculturale, in versioni più (Canada) o meno (UK) forti. In Italia non c’é mai stata un’effettiva adozione di tale modello, a dirla tutta non mi pare che l’Italia abbia adottato un qualsivoglia modello di integrazione…e non è detto che alla lunga questa via non sia vincente…
    Il ragionamento di Cameron, tuttavia, mi pare utile a ri-aprire una riflessione sul tema della laicità, perché di fatto in Italia la differenza identitaria delle comunità si costruisce quasi esclusivamente sul terreno religioso. Di più: l’unica identità davvero forte, dopo la sparizione dei partiti di massa, attorno alla quale si costruiscono comunità interne a quella nazionale, é quella religiosa.
    E’ a mio avviso significativo, sotto tale profilo, il rapporto fra organizzazione/ordinamento e costruzione dell’identità. E’ da verificare se l’esistenza di comunità identitarie, denotate sul piano religioso, non sia l’effetto, ma la causa del rafforzamento di identità religiose forti. Ovvero non é l’identità religiosa che produce organizzazioni comunitarie forti, ma, al contrario, é il sistema di relazioni Stato/confessioni religiose, che richiede l’esistenza di organizzazioni dotate di certe caratteristiche, a produrre un sistema di comunità costruite identitariamente intorno al credo religioso.
    Sotto questo profilo, utilizzando le riflessioni di Cameron dal punto di vista del multiculturalismo religioso in salsa italiana, sarebbe auspicabile il superamento di un modello di relazioni stato/confessioni costruito sulla convivenza di comunità identitariamente distinte, per giungere ad un sistema regolato da una legge generale sulla libertà religiosa, cemento di un’identità, debole ma condivisa, tanto più se aperta non solo alle confessioni religiose stricto sensu.

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