Polito-Dahrendorf d’annata – “In dubio, pro vita.”


Il Riformista – 27 Febbraio 2009 – di Antonio Polito
La legge in Parlamento
I MIEI DUBBI SUL TESTAMENTO BIOLOGICO
Questo articolo non piacerà a molti lettori. Però lo devo scrivere lo stesso. La sostanza è che non vorrei stare nei panni dei residui spiriti liberi che siedono in Parlamento senza vincolo di mandato, quando dovranno votare la legge sul testamento biologico. Perché la loro scelta sarà difficilissima, qualsiasi siano le convizioni morali o religiose che li animano. Provo a ragionare da un punto di vista laico e liberale, cioè a valutare che cosa sia meglio per la comunità, e non che cosa corrisponda di più ai miei convincimenti personali. Di punti di vista liberali, in questa materia, ce ne sono almeno tre, e ognuno porta in una diversa direzione. C`è il punto di vista liberale espresso da Angelo Panebianco: la morte è un affare privato, la democrazia non è attrezzata per decidere per via legislativa su ogni aspetto della mia vita privata, lasciate libera quella zona grigia, garantite un diritto all`ipocrisia. Dunque non legiferate. C`è poi il punto di vista liberale dei radicali: la libertà individuale o è totale o non è, posso disporre di me stesso in ogni momento della mia vita, e dunque pretendo che una legge dello Stato garantisca questo mio diritto da chi provi a negarmelo. Ma c`è poi un terzo punto di vista liberale, che mi espresse qualche anno fa Lord Ralf Dahrendorf in un libro-intervista che pubblicammo per Laterza, e che era proprio dedicato ai nuovi e inediti problemi che la democrazia si trova a gestire alle prese con la modernità. Parlavamo della legge sull`eutanasia da poco varata in Olanda, e Dahrendorf se ne dimostrò molto preoccupato: «Appena approvata quella legge pur così prudente – diceva – immediatamente qualcuno ha proposto la distribuzione di una “pillola del suicidio” che consenta al malato di decidere da sé quando ritiene che la sua vita sia finita». Ecco che cosa succede, diceva Dahrendorf: «Ci si accorda su una norma restrittiva, e subito c`è una spinta ad allargarne le maglie e sorge la possibilità tecnica per farlo. Bisogna stare molto attenti. E tenere in considerazione un sentimento molto profondo e radicato nell`opinione pubblica, la quale non ritiene che tutto ciò che è possibile sia pure lecito. In materie etiche a mio parere dobbiamo fissare dei confini, individuare aree in cui anche una piccola ma significativa minoranza non può essere sopraffatta dalla legge della maggioranza. Anche se rappresenta solo il dieci per cento dell`opinione pubblica». Stupito della sua risposta, gli domandai: «Dovremmo dunque tener in conto l`opposizione etica di una minoranza anche nei confronti della libertà di un singolo uomo di decidere fino a che punto la sua vita è degna di essere chiamata tale?». La risposta fu: «Sì, dovremmo. Perché è legittima la preoccupazione che una volta consentita una scelta individuale, non si riesca più a controllarne le conseguenze collettive». Con Dahrendorf , abbiamo dunque un punto di vista liberale che si preoccupa della libertà di tutti, della libertà collettiva. Sa che bisogna legiferare, perché altrimenti il conflitto si scarica sulle singole persone, nella maniera drammatica e talvolta volgare che abbiamo visto all`opera nel caso di Eluana Englaro. Ma aggiunge che per legiferare non basta affatto ispirarsi al principio della libertà individuale. Perché può entrare in conflitto con la libertà di tutti. E in effetti , nelle nostre società il richiamo al pieno dominio di ognuno su se stesso, sulla propria vita e sul proprio corpo, non è sempre considerato sufficiente a fissare la norma o la prassi. Non basta dire «il corpo è mio e lo gestisco io». Per esempio: i diritti sul nostro corpo non si estendono al commercio di organi. Noi siamo liberi di fare ciò che vogliamo di noi stessi, ma non di vendere una parte di noi stessi. Allo stesso modo non saremmo liberi neanche di donare il nostro cuore, perché così rinunceremmo alla nostra vita. Quando arriva in un pronto soccorso una persona che ha ingerito un tubetto di sonniferi e si è tagliata le vene, in una manifestazione evidente e lampante di volontà di morte, nessuno si sognerebbe mai di contestare il tentativo del medico di salvargli la vita, contro la sua volontà così tragicamente espressa. Questo vale anche nel caso dell`aborto. L`aborto nel nostro Paese non è depenalizzato, nel senso che non è vero che ogni madre è libera di fare ciò che vuole di quella parte del suo corpo che è l`embrione o il feto che porta in grembo. Si può abortire solo a determinate condizioni, in un determinato periodo della gravidanza, per determinate e comprovate necessità che hanno a che fare con la salute fisica e psichica della donna. Se una donna lo facesse in clandestinità, occultando il fatto e il feto, la procura aprirebbe un`indagine perché la legge è stata violata. Tutto ciò per dire semplicemente questo: non è affatto vero che in una società liberale noi accettiamo che ogni individuo possa disporre a piacimento del proprio corpo. La società, attraverso la legge, indica dei limiti. Per tutti noi è accettabile. Perché il fine dello Stato è la libertà, come ha ricordato ieri Biagio De Giovanni su questo giornale, ma il fine della democrazia è regolare la libertà di ognuno in modo che non offenda o danneggi la libertà di tutti. Da qui nasce l`allarme di Dahrendorf: in materie etiche bisogna «individuare aree in cui anche una piccola ma significativa minoranza non può essere sopraffatta dalla legge della maggioranza». Questo spiega perché l`argomento: lasciate che io faccia di me quello che voglio, purché non imponga anche a voi di farlo, non è condizione sufficiente per identificare un diritto individuale alla morte. Tant`è vero che nessun gruppo politico in Parlamento – radicali esclusi propone l`introduzione dell`eutanasia nel nostro ordinamento. I radicali lo fanno in coerenza con la loro concezione della libertà individuale che abbiamo prima descritto; ma che, evidentemente, non è comune a tutti. Mi si potrebbe obiettare : appunto, qui non si parla di eutanasia, il testamento biologico non c`entra niente con l`eutanasia. Vero. Fino a un certo punto, però. La mia preoccupazione più grande, in questa materia, è proprio di ridurre i rischi di scivolare dal testamento biologico all`eutanasia, lungo quella deriva che paventava Dahrendorf. Più si banalizza la morte, più la si considera una scelta invece che un evento, e più si corre questo rischio. La malattia è una condizione che per definizione riguarda soggetti deboli. Spesso anziani, persone non autosufficienti, talvolta sole. Il testamento biologico è inteso come un`espressione di volontà personale. Ma ai soggetti più deboli può accadere che questa volontà sia inevitabilmente espressa con l`aiuto di un parente, di una badante, di un conoscente: e non sempre abbiamo al fianco, al culmine della nostra vita, la persona che ci ama di più e più disinteressatamente. C`è il rischio – un caso su mille, ma anche quello conta che la valutazione sia fatta sulla base di un calcolo costi-benefici. È questa una delle ragioni perché neanche nel testamento vero e proprio abbiamo la libertà di disporre completamente dei nostri beni, riservandone la legge una cospicua parte ai discendenti. Ciò non è sufficiente a farci concludere che l`espressione di volontà non serva, o che non ce ne si possa fidare (in particolare ritengo importante e utile l`indicazione di un fiduciario). Ma è sufficiente per farci essere estremamente cauti, per rispettare un principio di prudenza e precauzione, nell`indicare precisamente quali sono i trattamenti che col testamento biologico si possono rifiutare e che cosa è esattamente l`accanimento terapeutico. Il caso di Eluana è stato eccezionale e assolutamente sui generis. Su questo giornale ho protestato con veemenza contro il tentativo del premier di risolverlo per decreto annullando così decisioni legittime e ormai inappellabili della magistratura. Ho difeso la decisione del Capo dello Stato di non firmare quel decreto. Però ora si tratta di una legge, che il Parlamento ha la sovranità per fare. Purché sia ponderata, ben meditata, accorta. Non tutti i casi sono come quello di Eluana e ogni caso è una storia a sé. Teniamo le maglie strette, se non vogliamo che ci scappi qualche vita ancora degna di essere vissuta, fosse pure per un giorno, per un`ora. Aggiungo un`altra considerazione: tra i progressisti fautori di una legge molto libertaria, noto una nostalgia del passato che mi suona male. Ho sentito Bersani dire in tv: una volta la morte avveniva in casa, circondati dai propri cari, senza macchine e tubicini; dobbiamo tornare a renderla tale, e sottrarla al dominio della medicina. Questo rifiuto della tecnica non ha molto senso. Una volta si nasceva anche a casa, e la mortalità infantile era molto superiore. La tecnica medica ha allungato in modo spettacolare la nostra vita e ne ha accresciuto la qualità. Essa non può imporci la sua legge, ovviamente. Possiamo rifiutarla, nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari obbligatori, o diventare una cavia: su questo non ci piove. Ma perché dobbiamo anche disprezzarla, in nome di un`idea di Natura metafisica e antistorica? Perché il prolungamento di una vita è sempre e necessariamente un male? Questo pregiudizio nei confronti della scienza e della medicina animò il fronte cattolico nella battaglia sulla fecondazione assistita, ma ora sembra animare il fronte cosiddetto laico. È una curiosa inversione dei ruoli. Devo dire che fu proprio per questo che, nel caso della fecondazione assistita, mi battei con questo giornale (inutilmente) per il sì al referendum abrogativo. Mi dicevo: ma se la medicina ci può regalare qualche neonato in più, che male c`è? Perché il limite dei tre embrioni, che costringe le donne a più cicli di stimolazione ormonale? Perché l`obbligo dell`impianto che impedisce di crio-conservare gli embrioni fecondati? Perché il no all`eterologa, se si accetta il principio che la sterilità va curata come una malattia? La mia grossolana valutazione morale era pressappoco questa: male che vada, avremo qualche nascita in più. Nel caso del testamento biologico, invece, male che vada avremo qualche morte in più. Per me fa una grande differenza. Come voterei se fossi in Parlamento? Non lo so. O almeno, non lo so ancora. Penso però che mi atterrei il più possibile al principio di precauzione. In dubio, pro vita.

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