Poliarchia e Magistero un nesso forte che viene da lontano di Flavio Felice


Poliarchia e Magistero un nesso forte che viene da lontano
di Flavio Felice
(pubblico volentieri questo contributo inviatomi ad hoc dal prof. Felice, che tra le altre cose è presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e Professore Straordinario di “Dottrine Economiche e Politiche” presso l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense, per la biografia completa vedi http://www.cattolici-liberali.com/tocquevilleacton/flavio_felice.htm )

Mi permetto di intervenire in un dibattito che mi vede semplice ed appassionato osservatore esterno. Conto di farlo in punta dei piedi e con estrema umiltà. Ho letto l’interessante articolo di Massimo D’Antoni: “La terza via e i cattolico-democratici” su Left Wing e la replica di Stefano Ceccanti sul “landino.it”, intitolato: “E’ possibile la vocazione maggioritaria contro il Magistero sociale e contro il movimento reale che sta dietro le Settimane sociali?”. Ebbene, al di là della vena vagamente wertmülleriana dei titoli (mi riferisco chiaramente al titolo di Ceccanti), ho trovato di grande interesse il dibattito che essi hanno suscitato. A tal punto che è quasi impossibile affrontare tutti i temi trattati da D’Antoni e da Ceccanti e replicati negli interventi che sono seguiti. Oltretutto, non avendo nulla a che fare con il Partito Democratico, non entrerò nelle questioni che hanno interessato, ad esempio, l’articolo di replica di Massimo Faggioli: “L’equivoco del ‘reaganismo cattolico’ del PD”, nel quale, del resto, appare una fin troppo frettolosa liquidazione dei cosiddetti Catholic neocon. Ad ogni modo, non credo che a qualcuno interessi sapere chi sia realmente un certo George Weigel, che cosa abbia scritto e che cosa abbia rappresentato durante il Pontificato di Giovanni Paolo II. Personalmente sono convinto che Faggioli lo sappia, e questa però è un’aggravante.
Veniamo ad un punto essenziale (di metodo), il primo sul quale intendo soffermarmi brevemente. Facciamo attenzione, il Magistero (che ne dica Faggioli, si scrive sempre con la Maiuscola) è dato dai pronunciamenti pontifici ed episcopali, e dicono solo e soltanto quello che vi è effettivamente scritto. Poi, ciascuno è libero di condividerli in toto, di rigettarli in toto ovvero di operare una ricezione selettiva, sulla base delle proprie convinzioni. Parto da questa minima nota metodologica per evitare di confondere il Magistero sociale della Chiesa cattolica con il pensiero sociale, elaborato da tutti coloro che nei secoli, per mestiere o per passione, si sono dedicati alla riflessione sulla questione sociale, a partire dal messaggio evangelico. Si comprende, allora, come il Magistero non sorga dal nulla e la Rerum novarum, così come tutte le encicliche che sono seguite, non sia una sorta di “opera prima”, un documento scritto nel vuoto, quasi un’opera estemporanea che non ha alcun legame con l’esperienza del passato e con la contingenza del presente. Ciò significa che tra Magistero e pensiero sociale è sempre esistita una profonda osmosi, anche se non bisogna confondere le due dimensioni, non fosse altro perché la fonte è diversa.
A questo punto, possiamo passare alla seconda parte, affermando che introdursi nella Dottrina sociale della Chiesa (dsc) è introdursi ad uno studio semplice e complesso. Semplice, perché l’oggetto di cui tratta la dsc è la vita sociale dell’uomo e ogni uomo ne fa esperienza e la vive quotidianamente, e dunque può riconoscere che si tratta di lui e dei suoi rapporti con il mondo in cui vive. Complesso, perché la vita sociale è in se stessa strutturata in forma complessa, secondo un intreccio di sistemi che hanno ciascuno interessi e obiettivi diversi, a seconda che abbiano a che fare con la politica, con l’economia, con lo stato, con il lavoro o con la famiglia: è questo, in ultima analisi, il senso della poliarchia.
Eccoci giunti ad un momento essenziale della riflessione sul Magistero sociale. Ebbene, la consapevolezza che esistano una miriade di sfere storico-esistenziali, nelle quali ciascuno sperimenta e matura la propria vocazione di imago Dei, non è il tarlo mentale di qualche “avvocato della poliarchia”. È parte integrante della storia del Magistero sociale che incontra il pensiero di autorevoli interpreti della cultura politica cattolica, come ad esempio Luigi Sturzo, Luigi Taperrelli D’Azeglio, Matteo Liberatore, Giuseppe Toniolo e via di seguito. Autori diversissimi tra di loro, ma che hanno in comune la convinzione che tutte le attività umane sono indipendenti dallo stato, che lo stato le supponga e non le crei, di conseguenza, lo stato “non può ingerirsi in esse in modo da alterare le esigenze e le leggi fondamentali della loro natura” (“Codice di Camaldoli”). Per essere chiaro fino in fondo, è questo il filo d’oro che unisce tutti i pronunciamenti magisteriali da Leone XIII a Benedetto XVI: principio di associazionismo, principio di sussidiarietà, principio di poliarchia. In breve, vale l’aforisma latino: civitas propter cives, non cives propter civitatem.
A tal proposito, intendo proporre una breve riflessione, alla luce di alcune chiare affermazioni presenti nel discorso di Benedetto XVI ai partecipanti al convegno promosso dalla Fondazione Centesimus Annus che si è svolto a Roma lo scorso 22 maggio 2010.
Ad un anno dalla promulgazione della Caritas in veritate, Benedetto XVI ribadisce che “Il bene comune è la finalità che dà senso al progresso e allo sviluppo”. In definitiva, il Papa individua nel “bene comune” una cifra che possa qualificare una tipologia di sviluppo che non si limiti ad accrescere la produzione di beni materiali, ma che tenga conto anche di fattori intangibili, considerati indispensabili, in quanto prerequisito, anche alla produzione di ricchezza materiale. Il fattore intangibile per eccellenza è la promozione della dignità umana, una dignità che si esplica nella possibilità di esprimere nella libertà e nella responsabilità la propria vocazione a partecipare alle innumerevoli forme di vita sociale; dalla partecipazione politica a quella economica, senza escludere quella culturale. È a questo punto del discorso che Benedetto XVI introduce un tema ben presente in Caritas in veritate: la cosiddetta “via istituzionale” ovvero “politica” della carità (CV, 7). Il Papa lo spiega nel discorso del 22 maggio, affermando che “La politica deve avere il primato sulla finanza e l’etica deve orientare ogni attività”. Si badi bene che il Santo Padre distingue il “primato” delle istituzioni politiche dal ruolo di “orientamento” dell’etica, non confondendo i piani. Dunque, alla politica – con le sue istituzioni – non si chiede l’orientamento delle attività economiche, ma di assicurare con metodo democratico (“cooperativo”) il funzionamento delle istituzioni che tutelino e promuovano le condizioni in forza delle quali gli operatori potranno assumere liberalmente quelle decisioni che migliorano le loro esistenze – se ad esempio ammettiamo che in economica di mercato la concorrenza contribuisce ad elevare il rapporto qualità-prezzo dei beni e dei servizi disponibili, allora, compito della politica sarà di stabilire le regole (possibilmente di rango costituzionale per sottrarle alla discrezionalità delle mutevoli maggioranze parlamentari) affinché tale principio sia tutelato e promosso contro i tentativi di limitarlo e di piegarlo agli inevitabili interessi particolari, pubblici o privati che siano. Allora, il primato della politica si traduce nella capacità di dar vita ad istituzioni che sappiano rispondere ai problemi dell’umana contingenza, offrendo gli strumenti che consentano di giungere lì dove i singoli direttamente non riescono ad arrivare, nel rispetto dei principi di “poliarchia” e di “sussidiarietà” verticale ed orizzontale. Per questa ragione, ci ricorda Benedetto XVI sempre nel paragrafo sette della Caritas in veritate, la “via istituzionale della carità” non è “meno qualificata ed incisiva” della via diretta.
Oltretutto, Benedetto XVI sembrerebbe invitarci a non indulgere in una tanto retorica quanto enfatica, inutile e, alla fine, dannosa, declamazione del concetto di “bene comune” e precisa innanzitutto che tale concetto è in sé necessariamente plurale, declinando il “bene comune” in “beni”; di conseguenza, anche le istituzioni preposte al suo ottenimento è opportuno che rispondano al principio poliarchico e che siano articolate secondo il principio di sussidiarietà: “È allora decisivo che siano identificati quei beni a cui tutti i popoli debbono accedere in vista del loro compimento umano. E questo non in qualsiasi maniera, ma in una maniera ordinata ed armonica. Infatti, il bene comune è composto da più beni [corsivo aggiunto]: da beni materiali, cognitivi, istituzionali e da beni morali e spirituali, quest’ultimi superiori a cui i primi vanno subordinati”.
È questo il punto di approdo più significativo a cui è giunto il Magistero sociale, in tema di ordine sociale. Come si potrà notare, tanto nella Rerum novarum, quanto nella Caritas in veritate – passando per tutte le encicliche sociali –, la questione politica non è aggredita a partire dall’ermeneutica destra-sinistra, non lo era quando tali categorie erano obiettivamente dominanti, figuriamoci oggi che prevale l’ipotesi della qualunquistica “notte nella quale le vacche sono tutte nere”! Credo abbia ragione Ceccanti, per il semplice motivo che propone ai dirigenti e ai militanti del suo partito di superare quell’ermeneutica e lo fa anche a ragione di argomenti sedimentati nella storia del Magistero sociale. Personalmente, alla luce del vostro dibattito, resto scettico sul fatto che tale ermeneutica si possa superare nel breve periodo, ma non vedo altre strade. Sia chiaro, fuoriuscire dallo schema ottocentesco e novecentesco di destra-sinistra, non significa farsi ingoiare nella notte di cui sopra. Tutt’altro, vuol dire proporre uno schema ovvero un’ermeneutica alternativa: ad una politica economica e culturale ispirata al principio monistico, in forza del quale lo “Stato” è investito del fine quasi sacro di realizzare il “bene comune”, contrapporre una politica ispirata al principio di poliarchia, dove tutti – persone e comunità – concorrono al suo perseguimento e allo stato spetta il compito – peraltro non esclusivo – di stabilire con metodo democratico e sussidiario le regole del gioco, sanzionare chi non le rispetta e nulla più, se non intervenire per consentire all’istituzione deficitaria di rimettersi in carreggiata e tornare a svolgere il compito che gli è prorio: “Monarchia” vs “Poliarchia”. Trovo estremamente interessante questa proposta, dal momento che ci libera – almeno dal punto di vista dell’uso della categorie politiche – dalle scorie del novecento.
Infine, da vecchio sturziano, non posso non ammettere la mia soddisfazione, anche se la reazione che l’analisi di Ceccanti ha provocato all’interno del suo partito non fa intravvedere tante “porte aperte da sfondare”, ma tant’è. Sturzo si poneva la seguente domanda: la società è forse un’entità terza, un organismo al di fuori e al di sopra dell’individuo? E rispondeva come segue: “Non è lo stato che rende vitali i suoi organi; è l’uomo che li vivifica, l’uomo che li mortifica, l’uomo singolo e organizzato, la persona reale effettiva, non l’ente astratto che si usa chiamare stato” (da notare la lettera minuscola). E con specifico riferimento all’articolazione delle istituzioni, affermava “Fra coloro che amano la libertà per convinzione e coloro che amano la libertà a parole vi è una divergenza sostanziale: i primi sono convinti che la libertà rimedia ai mali che può produrre, perché al tempo stesso eccita energie nuove, spinge alla formazione di libere associazioni, sviluppa contrasti politici e sociali dai quali derivano i necessari assestamenti; gli altri, invece, hanno paura della libertà e cercano sempre il modo di imbrigliarla con una continua e crescente legislazione e con un’azione politica vincolatrice, che finiscono per soffocarla”.
Come ho ammesso sin dall’inizio, ciò che ho scritto non ha nulla a che fare con il dibattito interno al PD, ed invero al dibattito interno di qualsiasi partito (purtroppo). Ho voluto soltanto cogliere questa opportunità per dire qualcosa che mi sta profondamente a cuore e che mi piacerebbe diventasse un argomento all’ordine del giorno dei cattolici, ovunque presenti negli attuali partiti politici.

1 Comment

  1. Carlo Riviello ha detto:

    bene, con Sturzo ci si capisce di più e meglio…
    altro che reganismi e onan..(oops)..obamismi vari.
    (e viva l’Italia!).

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