“Per dignità, non per odio” (P. Calamandrei)


INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PD, 4-5 FEBBRAIO 2011

In questo momento difficile della storia d’Italia una parola è tornata al centro della discussione e dell’azione politica. Ed è la parola “dignità”.
Dignità della persona, dignità delle donne, dignità delle istituzioni, dignità del Paese.
La dignità è tornata a suscitare l’attenzione perché a tutti questi livelli la sentiamo offesa, sentiamo cioè che una realtà che dovrebbe essere custodita con attenzione e rispetto, perché centrale per la vita di ciascuno e di tutti, è stata trascinata in basso, è stata umiliata, calpestata, trasformata in semplice strumento di dominio.
Sono in molti a sentirsi offesi da tutto ciò e a sentire il bisogno di reagire, di ribellarsi.
Vengono alla mente le bellissime parole con cui Calamandrei spiegava la sua lotta antifascista: ci siamo ribellati non per odio, ma per dignità.
E’ questa anche la ragione del nostro fare politica e delle battaglie di oggi, della richiesta di dimissioni del premier: “per dignità, non per odio”.
Questo tema della dignità della persona e della pari dignità di tutte le persone senza discriminazione di alcuno deve tornare ad essere messo al centro della nostra riflessione.
Il rispetto della dignità della persona e di tutte le persone è stato scritto nella nostra Costituzione e negli ordinamenti internazionali ed europei non in seguito a benevole concessioni dall’alto, ma come frutto di lotte di persone che hanno difeso con la loro vita la dignità e come frutto di appassionate discussioni.
Il rispetto della dignità della persona scritto in queste costituzioni è stato il frutto dell’incontro e della dialettica tra correnti culturali diverse, di ispirazione religiosa come di ispirazione laica, accomunate da una stessa passione per l’umano. C’è una ispirazione umanistica che nutre il pensiero democratico italiano e che noi dobbiamo riprendere, perché questa è l’identità profonda del nostro Paese ed è da qui può sorgere un nuovo Rinascimento. Con questa eredità non possiamo avere paura di discutere di questo tema come hanno fatto Giorgio La Pira, Lelio Basso, Concetto Marchesi nell’Assemblea Costituente. E se questi maestri, appartenenti a partiti diversi e a prospettive ideali che a quel tempo dialogavano a fatica tra loro, hanno saputo non solo discutere ma trovare formule giuridiche capaci di rappresentare in una sintesi questa ricchezza plurale, possibile che gli eredi di La Pira, di Basso e Marchesi, che siedono oggi nello stesso partito, non abbiano voglia di ridiscutere assieme e trovare formulazioni dei diritti di ogni persona capaci di rappresentare la ricchezza di oggi? Mi auguro che la commissione laicità e diritti del PD possa essere un luogo alto di confronto e di sintesi politica.
Personalmente credo che la sintesi sia alla nostra portata. I nostri due pilastri ideali, la libertà e l’uguaglianza, sono il frutto di questo intreccio dialettico tra tradizioni religiose e tradizioni secolari.
Penso al grande tema della “libertà religiosa” per tutti che oggi è tornato attuale dentro le nostre società e nel mondo e che oggi va rideclinato nell’orizzonte del pluralismo, per garantire da un lato un rispetto radicale della coscienza individuale – quella coscienza che nelle nostre tradizioni religiose nemmeno Dio si sogna di violare -, dall’altro per consentire alle fedi religiose e secolari di dispiegare il loro potenziale di trasformazione della realtà. Penso al potenziale di speranza, di senso della vita, di voglia di giustizia contenuto in queste fedi che per secoli ha alimentato i movimenti democratici. Per questo non ci si può limitare alla manifestazione di un “disagio” reciproco: occorre mettere dentro la casa comune, dentro questo progetto comune, tutta la straordinaria energia che le idee e la passione per queste idee sanno trasmettere.
Penso al grande tema dell’uguaglianza e di un po’ più di giustizia, in un paese come il nostro che ha visto crescere disuguaglianze e ingiustizie inaccettabili negli ultimi anni.
Su questo tema le tradizioni che ci costituiscono custodiscono aspirazioni che definire moderate sarebbe davvero difficile solo ad ascoltare certi cantici parlare di “rovesciare I potenti dai troni”, di “rimandare I ricchi a mani vuote” di “innalzare gli umili”.
Forse erano queste aspirazioni che consentivano a La Pira, Lelio Basso, Concetto Marchesi di declinare la grande tradizione umanistica con l’attenzione alla questione sociale, a quella che l’allora sindaco di Firenze chiamava l’”attesa della povera gente”. Era una prospettiva di riscatto quella che veniva allora proposta dalle forze popolari. E io penso che anche oggi la nostra riflessione sui diritti e sulla dignità di ciascuno debba nutrirsi della stessa ansia di riscatto.

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