Parodia d’Italia


di Aldo Grasso – dal Corriere  di oggi

Ci risiamo: perché Sanremo? È giusto che il dramma si trasformi in farsa? Ci hanno pensato Luca & Paolo a «sputtanare» quello che il Paese sta vivendo. È bastata una parodia della rissa tra Berlusconi e Fini e il gioco è fatto, tutto è apparso come una burletta, una canzonatura. Perché Sanremo, con un premier chiamato a difendersi dalle accuse di prostituzione minorile e concussione, con le donne in piazza per affermare la loro dignità e le loro competenze, con i clandestini tunisini che sbarcano a migliaia a Lampedusa, con una ripresa che è in stallo, con un’industria musicale che non sa cosa farsene di un Festival carico di rughe e di acciacchi? Come mai nessun altro programma televisivo ha la ricaduta mediatica e sociale del Festival? Forse vale ancora la teoria della evasione rituale, del canta che ti passa.

Ah, se solo si riuscisse a capire il mistero Sanremo forse riusciremmo a penetrare i molti arcani che avvolgono questo nostro strano Paese.
Ogni volta dato per morto, puro evento mediatico tenuto in piedi da cinque serate della rete ammiraglia e da una schiera di mille e passa giornalisti calati alla conquista della più irrelata kermesse canora oggi esistente in Europa, il Festival è forse la fiction meglio riuscita della storia della Rai: «Ogni Sanremo alla sua stagione». Fiction sì, cioè invenzione, racconto, «narrazione» come direbbe Nichi Vendola. Prendiamo il cast di quest’anno: è un perfetto suggerimento per una composizione ideale della compagine governativa. Il duo Mazza & Mazzi, accreditati di simpatie destrorse, hanno scelto un’icona della sinistra, l’ex ciabattino di Monghidoro, trascinatore di folle e di generazioni, il «papa nero» che manca al Pd (persino troppo nero, per via della tinta esagerata), un po’ impacciato come retore, ma imbattibile come creatore di sogni collettivi, cresciuto alla dura scuola dell’«uno su mille».

A fianco gli hanno messo due bellone, incarnazione del motto «in mutande ma vivi», e due «iene», da intendersi ormai come parodia della controcultura. A Luca & Paolo è stato affidato un doppio compito: attrarre il pubblico più giovane e fare gli spiritosi urticanti, magari parlando male della veneranda istituzione. Se Sanremo si prende in giro da solo disinnesca le velleità di quanti vorranno ironizzare e dileggiare il Festival, e il Paese. Fuori Berlusconi e Fini e dentro due manager come Lucio Presta (il «padrone» di Benigni e di Belén) e Beppe Caschetto (controlla la Canalis ma non ancora George Clooney). Un governo così durerebbe l’intera legislatura, intonando ogni giorno canti alla solidarietà nazionale. E infatti, mentre il Paese reale si mostra indeciso e riluttante, si inizierà proprio a Sanremo a celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia con la serata «Nata per unire».
Sanremo poi è la sconfitta delle élite culturali, delle minoranze autocompiaciute, di quelli che soffrono di mal di metafora, almeno da quando Ennio Flaiano, posando il suo sguardo sul Festival, ebbe a dire: «Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato». La famosa Italia nazionalpopolare che si rispecchierebbe nel Festival è dunque una grande fiction che racconta, più o meno, lo stato di salute del Paese, non per caso affidata a un autore come Federico Moccia. Forse è sua l’idea della Clerici con figlioletta, come risposta “etica” al tredicenne del Pala Sharp.

Qualche anno fa si pensava che i talent, come Amici o X Factor, avrebbero scalzato definitivamente il Festival. E invece la manifestazione sanremese ha saputo inghiottire il genere nel suo corpaccione e, oggi, in crisi se mai sono proprio i talent. Si pensava anche che la generazione iPod, cresciuta nella rivoluzione digitale, sapesse tutto sui Grammy Award e niente su Sanremo. E invece siti, blog, social network sanzionano ancora la centralità della tv più tradizionale.
Il Festival di Sanremo è, letteralmente, un luogo della memoria, una localizzazione materiale e insieme una geografia dell’immaginario, un deposito di avvenimenti musicali, di situazioni, di personaggi che si autoalimentano in continuazione perché diventano essi stessi «alimento» per altri media. È una memoria che ogni anno celebra il suo perpetuarsi. È un grande generatore di discorsi, la fiction che ci manca per governare questo Paese con il televoto.

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