Morando: perché una coalizione emergenziale non serve al paese


05 Febbraio 2011

Assemblea nazionale del Partito Democratico

Enrico Morando

Berlusconi ha perso almeno un quarto dei consensi ricevuti nel 2008. Un crollo che, secondo me, è più dovuto alla delusione per la sua prova di governo che agli ignobili scandali – lontani e vicini – che lo hanno coinvolto. Dal 1994 ad oggi, è l’ambigua fusione di promessa rivoluzione liberale ed effettiva garanzia di tutela populistico-corportiva degli interessi costituiti il nucleo del suo rapporto col Paese. Tanto che ancora oggi, nel disperato tentativo di reagire alla sua crisi, cerca di rianimare quel messaggio: “ma quale manovra per ridurre il debito pubblico? Ma quali riforme strutturali per il recupero di produttività? Liberiamo gli spiriti animali presenti nella società, e torneremo a crescere al ritmo del 3-4% l’anno. Quanto al resto, basterà galleggiare ancora per un po’… Poi, la ripresa ci coinvolgerà. E sia chiaro: da noi, corporazioni e interessi radicati nello status quo non hanno nulla da temere”.

Sbaglierò, ma dubito che la risposta che ha prevalso in questi mesi, tutta incentrata sulla democrazia in pericolo e l’Unione degli opposti contro il tiranno, sia una risposta sufficiente. Se lo fosse, una quota del consenso in fuga dal PDL confluirebbe verso di noi. Se non accade – e purtroppo non accade – delle due l’una: o il problema sono gli italiani; o il problema siamo noi. Fedele ad un antico insegnamento, propendo per la seconda ipotesi.

Penso che Berlusconi andrà davvero a casa, per restarci, non quando uno schieramento di partiti privi di una visione comune sui problemi del Paese e sulle soluzioni per uscirne si sarà faticosamente composto, pronto a fallire la prova del governo quando non potrà più contare sul collante costituito dal Cavaliere nero. Ma quando la maggioranza degli italiani penserà, da un lato, che Berlusconi non solo non è risorsa, ma è un ostacolo – il principale ostacolo – al cambiamento di cui il Paese ha bisogno; dall’altro lato, che quel cambiamento noi, il PD, saremo in grado di realizzarlo, perché lo avremo progettato dall’opposizione, contrapponendolo all’immobilismo conservatore e populista del centro-destra; e lo avremo proposto al Paese, ricevendo dagli elettori il mandato a realizzarlo.

Naturalmente, questa linea politica – alternativa a quella che stiamo seguendo – ha un senso solo se pensiamo che il Paese – pur conservando enormi potenzialità di crescita quantitativa e qualitativa – stia davvero correndo rischi mortali. Rischi che sono tutti drammaticamente aggravati da Berlusconi e dal centro-destra, ma non sono costituiti da Berlusconi e centro-destra, per la banale ragione che gli preesistono.

Per dirla più chiaramente: la linea che propongo ha un senso se pensiamo che, continuando così, l’Italia tra quindici anni tornerà, nell’economia globalizzata, nella posizione relativa in cui stava prima del miracolo economico. Se pensiamo che potremmo davvero essere costretti a ristrutturare l’insopportabile debito pubblico, tornato al 120% del Prodotto senza che si sia dovuto fare alcun intervento salva-banche (e se domani ce ne fosse bisogno?). Se pensiamo che la spesa pubblica è troppo alta, in rapporto ai servizi che produce per i cittadini e per le imprese, tant’è che convive con crescente diseguaglianza. Se pensiamo che ci sono domande sociali di nuovi interventi contro l’esclusione – in primis quelle poste dagli anziani non autosufficienti – cui né lo Stato, che non può portare la quota di spesa pubblica sul Prodotto dal 52% dove oggi si trova al 60, né le sole famiglie, possono rispondere. Se pensiamo che le rendite su cui prosperano i settori non esposti alla competizione internazionale possono soffocare lo slancio competitivo della parte più dinamica del nostro apparato produttivo di beni e servizi. Se pensiamo che non può durare una situazione nella quale il furto di futuro ai giovani viene compensato dalla pensione del nonno e del papà baby boomer.

Se invece pensiamo che potremo ancora per lungo tempo “pattinare” sulla crisi, che di cambiamento c’è bisogno, ma basta poco; allora possiamo limitarci ad una proposta incentrata sull'”emergenza” Berlusconi.

La scelta, tra queste due linee, non sta scritta nei documenti. Emerge dai comportamenti quotidiani.
Guardo la cronaca degli ultimi giorni, ed estraggo te esempi.
1. Da tre giorni il Ministro Romani e il Presidente designato dell’Autorità per l’energia hanno detto che di separazione proprietaria della rete del gas da ENI non se ne parla proprio. Noi, abbiamo votato a favore di questo Presidente, malgrado la separazione proprietaria fosse uno dei 6 punti cardine della nostro contromanovra finanziaria, solo tre mesi fa.
2. Da giorni, con la benedizione della Segreteria, giace un emendamento al Milleproroghe che coinvolge le Fondazioni Bancarie nelle Popolari. Come se già non bastasse il pericoloso livello di concentrazione nell’assetto proprietario del settore del credito. E non ci fosse un già grande rischio di ripresa del controllo della politica sul credito. Un rischio, quest’ultimo, particolarmente grave nel momento in cui le nostre piccole e medie imprese devono fare i conti con il contingentamento del credito stesso.
3. Leggo, anche nei Documenti preparati per l’Assemblea, che bisogna “spostare il carico fiscale dal lavoro ad altre basi imponibili” (doc. Politiche Sociali, pag. 9), ma registro reazioni imbarazzate – o addirittura accuse di intelligenza col nemico – di fronte ad ogni timido tentativo di chiarire in cosa consistano queste “altre basi imponibili”.

Troppo importanza a piccoli episodi? Se mi sbaglio, sarò felice di prenderne atto. Io però ci vedo una scelta tra le due linee possibili, per il PD. E mi sembra la scelta sbagliata.

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