L’art. 41 un prodotto Dc-Psdi


Ripropongo il mio pezzo di otto mesi fa che spiega come l’art. 41 nasca dal dc Taviani e dal socialdemocratico Ruini bocciando vari emendamenti del Pci, una risata dovrebbe seppellire Tremonti..

18 giugno 2010
Costituzione e art. 41 – intervento – europa
Ceccanti: L’alibi dell’articolo 41
La domanda se la Costituzione economica, gli articoli chiave del testo sull`economia, non rischiassero di avere un`impronta cattocomunista, fu posta durante l`Assemblea costituente da un grande liberale, Francesco Saverio Nitti l`8 maggio 1947: «Nella unione attuale fra democristiani e
comunisti non si può procedere troppo avanti senza danno… la falce e il martello e la croce e l`aspersorio non possono avere né gli stessi ideali né la stessa azione».
La domanda non restò però senza risposta, né nelle parole né negli atti. Il giorno seguente Paolo Emilio Taviani per la Dc, motivò chiaramente il voto contrario all`emendamento del comunista Montagnana che parlava di pianificazione in modo troppo dirigistico e che così recitava: «Allo scopo di garantire il diritto al lavoro di
tutti i cittadini, lo stato interverrà per coordinare e dirigere l`attività produttiva, secondo un piano che dia il massimo rendimento per la collettività». Taviani fece esplicito riferimento all`interrogativo di Nitti e distinse la positiva convergenza su formule equilibrate tra pubblico e privato dalle estremizzazioni in un senso o
nell`altro.
La necessaria e positiva elasticità della Costituzione non poteva arrivare a comprendere formule che aprivano «la strada alla pianificazione integrale dell`economia».
Il 13 maggio Meuccio Ruini (Democrazia del lavoro, ovvero socialdemocratico) precisava, a proposito dell`attuale articolo 41, che si trattava di dare margini ragionevoli al legislatore successivo tagliando fuori solo il «comunismo puro» e il «liberalismo puro». Anche quel giorno era stato proposto l`inserimento della parola “piani” nell`ultimo comma, sia pure in modo meno connotato del 9 maggio, ma ugualmente Taviani contribuì a farla espungere perché comunque troppo espressiva di
un orientamento dirigistico.
La convergenza fu larghissima, ma anche la matrice, democristiano-socialdemocratica e non cattocomunista, era chiarissima.
Nel testo ci sono però dei pericoli anche involontari in tal senso? Angelo Panebianco sul Corsera del 15 gennaio li ha visti nella nozione di «utilità sociale» o, quanto meno, in aspetti simbolici di eccessiva insistenza sul ruolo dello Stato. Certamente ogni testo è figlio del suo
tempo e può contenere in sé rischi interpretativi più o meno pronunciati. Tuttavia la storia costituzionale non ha confermato le perplessità di Panebianco. La giurisprudenza
costituzionale ha proseguito sulla linea di Taviani e Ruini, dando interpretazioni moderate della «utilità sociale», nonché dei programmi e dei controlli del comma successivo, ritenendo illegittima la riduzione dell`iniziativa privata a «residuale» e concependo il ruolo dello Stato come agente «per incentivo» anziché per obbligo, come commentava Vittorio Bachelet già nel 1961 annotando la prima sentenza in cui l`art. 41 era stato ampiamente utilizzato, con esiti anti-dirigisti. Una tendenza accentuatasi coi Trattati europei.
Per questo nulla di statalista nella nostra legislazione, che pur ha avuto deviazioni di questa natura, è attribuibile all`articolo 41, che anzi è servito in alcuni casi a censurare leggi troppo dirigiste, come nel caso commentato da Bachelet. Anche sui simboli basterebbero le
parole di Ruini, Taviani e Bachelet. E comunque norme suscettibili di interpretazioni dirigiste anche più marcate sono contenute nel Preambolo della Costituzione francese del 1946, ancora vigente.
La modifica dell`articolo 41 evocata da Tremonti è quindi solo un arma di distrazione di massa. Ciò che Tremonti vorrebbe escludere fu già escluso dal costituente, poi dalla Corte e dai Trattati europei, ciò che Tremonti potrebbe fare non è impedito dall`articolo 41

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