La recensione di Contel su www.camaldoli.org


Al Cattolico perplesso. Chiesa e politica all’epoca del bipolarismo e del pluralismo religioso
Scritto il 11 febbraio 2011 da Redazione

A giudicare dal titolo (Al Cattolico perplesso. Chiesa e politica all’epoca del bipolarismo e del pluralismo religioso, Borla, 2010), si direbbe che l’autore Stefano Ceccanti sconti consapevolmente di rivolgersi ad una minoranza nella minoranza. Minoranza è, per quanto qualificata, quella che riconosce una matrice feconda dell’esperienza politica nel percorso di socializzazione propria di un’esperienza ecclesiale e che ha nella convinzione religiosa personale e in una meditata teologia politica più di una semplice radice ispiratrice; ma minoranza è, mi pare, anche quella di coloro che si direbbero perplessi – perplessi nel senso di sentirsi scoperti nel momento dell’esaurimento dell’unità politica dei cattolici, e ancora di più orfani di un ruolo ed una collocazione evidente nel quadro di accelerazione dei processi di riforma della politica italiana nell’intervallo 1991-2008 confluito, tra conflitti e tensioni, nella stabilizzazione di un modello di alternanza di governo basato su uno schema bipolare.

Non si può non notare come proprio in corrispondenza alla prima metà degli anni ’90 le condizioni politiche e il clima sociale generale fossero massimamente favorevoli ad una rifondazione del sistema politico che unisse aspirazioni popolari “dal basso” con i requisiti tecnico-funzionali che le elites riformiste avevano ormai acquisito. Ma ciò è successo solo parzialmente e con troppi strappi e fratture dentro la compagine riformista. E invece, nel giro di pochi anni, sono state gettate le basi per una pervasiva maggioranza silenziosa costituita congiuntamente dai meccanismi corruttivi della democrazia plebiscitaria abilmente sfruttata da Berlusconi unita al blocco di rancori e di egoismi localistici ben convogliati dal consenso alla Lega. Nonostante i successi dell’Ulivo nella sua prima stagione di governo, parti qualificate dell’elettorato cattolico e della stessa guida episcopale italiana si sono di fatto arenati o in un’equidistanza nostalgica della vecchia collocazione centrista o nell’acquiescenza alle derive neoguelfe di governi di centro destra maldestramente in cerca di benedizioni episcopali e di titoli di merito verso i valori cattolici da capitalizzare nel confronto politico con il centro sinistra. A mio avviso, è nella risposta a questa sfida che il libro di Ceccanti dà il meglio di sé.

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Così possiamo condensare le tesi di Ceccanti:

1.esiste un contributo originale e vitale del pensiero sociale e politico del cattolicesimo novecentesco alla teoria della democrazia. Tale contributo emerge per confronto “alto” sia con i limiti e le forzature delle ideologie dominanti in Occidente (liberalismo e marxismo classici, ma anche con le teorie tardo novecentesche radicali e della soggettività dei diritti), sia in opposizione critica all’organicismo politico della dottrina ufficiale ecclesiastica – identificabile come una vulgata del pensiero politico conservatore e reazionario – che perviene allo schema democratico in ritardo e malvolentieri sotto la pressione di una sostanziale marginalizzazione nell’epoca dell’apogeo del trinomio “rivoluzione politica-rivoluzione industriale –modernismo laicista”);

1. merito di questo filone – cui ci si può richiamare come cattolicesimo democratico – è l’aver posto all’agenda della democrazia politica il valore della persona umana come soggetto imprescindibile di senso e come orizzonte non travalicabile dai disegni egemonici della lotta politica; esso ha poi saputo costruire dall’interno della Chiesa cattolica le condizioni essenziali per una transizione felice alle regole del confronto democratico, sfrondandone le pulsioni sostanzialistiche e organicistiche proprie di una visione totalitaria e astorica dell’impegno politico e agevolando l’accettazione, almeno pratica, della parte vitale del relativismo implicito nella democrazia: vale a dire il valore del confronto empirico nella proposta dei contributi al bene comune che emergono solo da un confronto programmatico-elettorale aperto alla contaminazione e al compromesso fecondo;

1.In tale connessione esiste e va mantenuto lo schema che oppone una visione politica di destra ad una di sinistra: non si tratta tanto di una caratterizzazione ideologica, quanto di una distinzione metafisico-politica; nella visione di destra prevale una lettura ispirata da una visione di ordine e conservazione, almeno in parte tributaria di una visione pessimistica dei limiti creaturali; per contro a sinistra prevale una visione caratterizzata dalla ricerca incessante del cambiamento inteso come spinta a superare il realismo del “disordine costituito” (Mounier) con la formula di Aldo Moro della pratica politica come “principio di non appagamento”;

1.sul piano pratico un merito ulteriore del cattolicesimo democratico è dato dall’attenzione all’evoluzione delle regole del gioco democratico. Essenza della democrazia funzionante è la competizione guidata tra visioni in competizione. Il gioco delle regole è prima di tutto regola di salvaguardia dei valori comuni e fondanti ma è anche capacità di promuovere innovazione e capacità di allargamento della propria proposta mettendo in competizione efficace le alternative. Perché ciò si verifichi è però necessario che la pratica della democrazia trovi un assetto funzionante. Da qui le interessanti pagine del saggio dedicate al tema delle riforme istituzionali, che, in connessione con altri scritti dell’autore (che è professore di diritto costituzionale comparato oltre che senatore nelle file del PD), sottolineano la portata dI riforme all’insegna della democrazia competitiva con regole di tipo bipolare e maggioritario quale volano intorno al quale accelerare il rinnovamento della democrazia italiana. E’ il tema, già toccato altrove da Ceccanti, dell’attuazione della transizione secondo linee di ricomposizione che assicurino l’alternanza politica riportando lo scettro nelle mani dell’elettore e modellando, nel contempo, le culture politiche ad uno schema di accountability verso gli elettori e di impegno a utilizzare il mandato di governo come tempo di attuazione dei programmi che traguarda al verdetto elettorale successivo;

1.esiste perciò uno spazio, entro cui il politico cattolico dovrebbe sentirsi a proprio agio: lo spazio di un riformismo vitale, non meramente tecnicistico e mediato dalle forze impersonali delle tecnocrazie democratiche, che si esprime in un realismo capace di visione solida non disgiunta però da una scelta preferenziale per le classi subalterne, e che considera l’inclusione crescente una condizione imprescindibile per il mantenimento dell’ordine democratico anche in prospettiva internazionale e di soluzione sopranazionale dei problemi planetari. (Al riguardo il libro contiene pagine condivisibili sia in materia di politica economica dove si evince la lezione di Michele Salvati, sia sui modelli possibili di gestione multilaterale dei conflitti internazionali su scala globale ispirati a letture raffinate di interpretazione della carta dell’ONU e dell’art. 11 della Costituzione, sia infine sulle prospettive di un riuscito integrazionismo multiculturale a partire da una declinazione costituzionale del principio della libertà religiosa).

In tutto ciò si ricapitola una vicenda che,anche grazie alle belle e meditate citazioni poste in limine a ciascun capitolo, collega esplicitamente la politica italiana agli esempi e agli insegnamenti che ci venivano nei decenni dall’Europa. Forte di un a storia personale che lo ha messo a confronto con quelle esperienze, Ceccanti ci ricorda la frustrazione dei giovani intellettuali cattolici negli 70 e 80 di fronte alla democrazia bloccata vigente in Italia. Ad essi a e ai loro maestri (anche dentro il partito cattolico) va ascritto il merito di avere mantenuto una linea solida di teologia politica anche nel momento in cui la spinta propulsiva della Democrazia Cristiana si esauriva rapidamente sotto le contraddizioni dell’alternanza impossibile e di una gestione ordinaria e fine a sé stessa del potere. Tale “resistenza” ha costituito la base culturale delle campagne referendarie riformiste dei primi anni ’90 e, subito dopo, della stagione ulivista. Ma la Lega e Berlusconi erano alle porte…

Michele Contel

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