La “Big Society” in Italia: radici e realtà.


Come ha dichiarato Philip Blonde, l’ideologo e collaboratore del premier britannico Cameron, “da voi in Italia l’idea di ‘big society’ è già divenuta realtà in alcune parti del Paese”. E parlarne in relazione al ripensamento delle funzioni del “big government”, rinvia inevitabilmente al tema della sussidiarietà, come capacità di autoregolazione della società, e di rispondere ai propri bisogni e necessità, senza ricorrere all’aiuto, e tanto meno alle “concessioni” dello Stato.  Di cui s’immagina – da parte degli stessi teorici teorici della “big society” –  una riconfigurazione del suo ruolo “migliore” in termini di interventi solo laddove necessari, od altrimenti capacitatore delle azioni dei singoli e delle soggettualità sociali.

Peraltro è una lezione non nuova per il nostro Paese se si pensa al dibattito – risalente fino agli anni ’50, e sia pure in tutt’altro contesto politico e culturale  – che animò i circoli intellettuali e gli ambienti tecnico/economici che si occupavano di schemi di sviluppo (il “Piano Vanoni” e delle aree arretrate) allorchè ad un approccio fortemente economicista come pianificazione “dall’alto” (Saraceno), si contrapposero le correnti di matrice sociologica (De Rita, Ceriani Sebregondi) che ne propugnavano uno più “culturale” ed autocentrato  sulle specificità e sul protagonismo sociale e territoriale, con particolare attenzione allo stimolo di tutte quelle iniziative (scuole, asili, biblioteche, centri di educazione e alfabetizzazione popolare, ambulatori, consultori, centri sportivi e culturali, ecc.). volte al fine di “aiutare una collettività a trasformarsi progressivamente in comunità” (capitale sociale), oppure di “incremento del fattore umano” (istruzione e formazione professionale) come si sarebbe espresso il Ministro del Mezzogiorno Giulio Pastore nel 1959.    E con insospettabili “incroci” con le correnti olivettiane, a differenza però delle quali (più orientate queste al federalismo di Cattaneo e Gobetti ed alla tradizione socialista), quelle suggestioni si innestarono ovviamente sul pensiero politico di Luigi Sturzo contagiando persino settori della sinistra democristiana di matrice dossettiana.

Oggi il c.d. Terzo Settore costituisce indubbiamente un punto di forza del sistema italiano e dalle rilevanti potenzialità.
Non si tratta solo di un soggetto “terzo” che si pone come erogatore di servizi fra stato e mercato, in un ruolo di supplenza, per coprire le insufficienze del pubblico e del privato, ma piuttosto di un attore particolare in grado di ri-tessere e produrre relazioni di comunità.
Associazioni, gruppi di volontariato, imprese sociali, fondazioni e corpi intermedi si caricano dei bisogni dei singoli e ne trovano soluzioni innovative e sempre più personalizzate rispetto alle logiche omologanti del “big government”. Altrettanto evidente è il ruolo del mondo cooperativo, come protagonista dinamico dello sviluppo – inteso in senso non solamente economico – ma come accrescimento delle libertà di autorealizzazione delle persone.
Ritorna anche qui in primo piano la perdurante lacerazione interna al nostro Paese, laddove, nel Mezzogiorno, la presenza di strutture pubbliche inefficienti e chiuse al contributo delle libere espressioni della generosità collettiva impedisce lo sviluppo di una diffusa cultura della responsabilità.
Ciò non implica costruire un sistema di Welfare rinunciatario rispetto alle esigenze di universalità, e che non tenga conto della necessità di assicurare l’uguaglianza di trattamento, soprattutto verso i meno abbienti.
Deve, più semplicemente, mutare il ruolo dell’attore pubblico che, invece di essere il monopolista dell’erogazione, è chiamato a determinare standards, livelli essenziali, linee guida degli interventi, e ad assicurare il controllo sulla qualità dei servizi.

Sulle esperienze di “big society” già in atto qui da noi, sarà utile un’occhiata al case-study consultabile al seguente link:

http://www.adapt.it/contents/instance1/files/document/10809dossier_11_1.pdf

nonchè al piano delle ACLI in cui verranno presentate iniziative e progetti di contrasto alla povertà, fra i quali la gestione della “nuova social card” affidata sperimentalmente (dal recente decreto “milleproroghe”) agli enti no-profit.

http://www.acli.it/images/documenti/iniziative/lapovertoltrelacrisi.pdf

http://www.avvenire.it/Economia/social+card+acli_201102180818114930000.htm

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