Europa e Africa così vicine così lontane, di David Sassoli


Il Nordafrica e una parte della penisola arabica sono in fiamme. Non contro l’Occidente ma per rivendicare la libertà. L’Europa guarda intimidita e perplessa chiedendosi da che parte stare : le piccole e grandi dittature locali erano comodi baluardi contro immigrazione e terrorismo di matrice islamica. Nessuno si era preparato al (e aveva contribuito  a preparare il)  ‘dopo’. A Gheddafi, in occasione della  sua ultima visita in Italia, sono stati tributati gli onori di Stato dovuti a un grande statista – un’altra pagina di vergogna di questo Governo.  Mentre l’Italia ha abdicato completamente al proprio ruolo (geostrategico) di ‘stabilizzatore democratico’  dell’area del Mediterraneo, l’Europa si risveglia sbalordita dallo strabismo ventennale di un unilaterale ricentramento a Nord-Est (dando le spalle a un Sud straccione e storicamente insignificante).

È anche su tutto questo che si gioca il futuro del nostro Paese ed è il caso di rifletterci insieme. Ricevo da David Sassoli un suo contributo per  “Sole24Ore” di ieri che mi sembra interessante discutere. 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-02-19/europa-africa-cosi-vicine-081351.shtml?uuid=AasY4Z9C&fromSearch

Europa e Africa così vicine così lontane

C’è un mondo che esplode e un altro che guarda l’incendio con occhi increduli e pieni di stupore. Un’Europa che non riesce a mettere al riparo i suoi paesi dagli effetti della crisi finanziaria si è accorta all’improvviso che una grande questione sociale sta facendo saltare gli assetti istituzionali di paesi che fino a ieri erano considerati affidabili contro le degenerazioni dell’integralismo. I paesi esplodono e salta agli occhi quanto il nostro destino s’incroci con quello dei paesi nordafricani. E lo stupore diventa paura, timore che il vento dei cambiamenti travolga le nostre certezze. Ci si accorge quanto miope sia stato abbandonare una politica per il Mediterraneo; di quanta grossolanità vi sia nel ritenersi autosufficienti nelle politiche sull’immigrazione; di come non sia più possibile far camminare l’Europa senza una politica estera comune. Grandi questioni di prospettiva battono alla nostra porta, e non basta far finta di non sentire.
Il governo italiano in questi anni ha cercato di accreditare l’immagine dell’immigrazione zero e per questo sono stati smantellati il centro di Lampedusa e le altre strutture capaci di rispondere a questa nuova emergenza. Televisione e mass media hanno fatto il resto. È stata una corsa a esorcizzare ciò che non può essere evitato, facendo credere che è possibile riproporre un piccolo mondo antico, sicuro e impermeabile. I dati a disposizione della Commissione europea raccontano un’altra storia e riferiscono di un flusso migratorio dal Sud al Nord che coinvolgerà entro il 2050 ben 40 milioni di persone. L’Europa, inoltre, invecchia a ritmi mai conosciuti: il 95% della crescita globale della popolazione riguarderà i paesi in via di sviluppo, mentre la percentuale della popolazione mondiale rappresentata dai 27 stati membri della Ue diminuirà sensibilmente.

In questi anni, modelli culturali rassicuranti e politiche autarchiche dei singoli Stati non hanno sviluppato un approccio europeo a fenomeni globali. Di conseguenza, si è privilegiato il fai-da-te, e il marketing berlusconiano in Italia ha avuto il sopravvento. Il Mediterraneo si riempie di barconi e non resta che gridare al fallimento dell’Europa. Ma cos’è questa Europa, se non l’insieme di governi che procedono in ordine sparso pensando di farcela da soli? Quattro paesi nordafricani bruciano e ci ritroviamo senza politica, visione e quella pedagogia civile che consente di affrontare sfide nuove. Non basta dire, come sentiamo ripetere da giorni a Strasburgo, che la ricetta consiste nel dirottare risorse dai fondi per l’Europa Orientale e trasferirli nell’area mediterranea. Anche potenziare gli accordi bilaterali fra paese e paese servirebbe solo ad alimentare quel neocolonialismo di ritorno tipico delle politiche estere nazionali. Servono, invece, leggi europee per governare flussi, controllare frontiere, combattere la clandestinità e regolare l’ingresso legale. Insomma, più Europa.

Gli strumenti legislativi ci sono, ma la politica non sente la necessità di usarli. I governi – 17 di centro-destra, 9 di centro-sinistra e uno tecnico – non sembrano intenzionati a trasferire altra sovranità nazionale all’Unione Europea. Più conveniente, invece, urlare contro la burocrazia europea, tecnocratica e distante. Ma è come prendersela con se stessi, evitando di rispondere all’appello rivolto all’Italia dal presidente del Niger, Salou Djibo: «Aiutateci a non far partire i nostri giovani». Non ci saranno governi adulti, consapevoli del XXI secolo, senza risposte alle sfide del mondo plurale.

David Sassoli, 19 febbraio 2011

 

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