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Politica e istituzioni, la riflessione di un cattolico perplesso
19 febbraio 2011 — pagina 24 sezione: Spettacolo

In un suo recente illuminante scritto, il teologo don Severino Dianich pone la domanda: “Chiesa, che fare?“ e ad essa risponde cominciando così: “mi sembra che ci sia una prima cosa da non fare: gridare al complotto contro la Chiesa e arroccarsi in difesa, sguainando le spade dell’apologetica e cercando di rafforzare il proprio potere nella società.
Ci sono cattolici che danno l’impressione di non saper vivere in democrazia. Essi vedono la posizione della Chiesa nel mondo costretta nell’alternativa di una Chiesa egemonica o perseguitata”.
Di un cattolico che cerca di vivere in democrazia, e che rifugge dall’idea sia di una Chiesa egemonica che perseguitata, è testimonianza il recente volume scritto da Stefano Ceccanti, senatore e professore di Diritto costituzionale comparato, formatosi a Pisa sia in università che nel Movimento studenti di Azione cattolica, e successivamente anche Presidente nazionale della FucI. Il libro – “Al cattolico perplesso”, Borla editore – è una riflessione su cosa significhi, per un cattolico, operare in politica ed all’interno delle istituzioni, con una scelta chiara e convinta verso il centrosinistra e il Partito democratico in particolare, nella consapevolezza della difficoltà, ma anche della necessità, di un impegno in questa prospettiva.
Ed è proprio alla democrazia che è dedicato uno snodo essenziale della riflessione di Ceccanti, partendo dal presupposto che essa “ha dietro di sé, come suo postulato, il dogma del peccato originale e quindi l’accettazione del limite della politica stessa”. Detto limite comporta che nessuna politica democratica può avere come obiettivo la costruzione dell’“uomo nuovo”: ma che nondimeno non c’è politica democratica che non debba aspirare a “contribuire laicamente e parzialmente alla redenzione del mondo”. In tale prospettiva l’autore affronta anche alcuni temi concreti nei quali tale filosofia si scontra con la necessità di assumere posizioni precise: il tema della guerra, ad esempio, o quello dei simboli religiosi nello spazio pubblico, ed in specie quello della presenza del crocifisso nelle aule pubbliche, su cui Ceccanti ha anche presentato una proposta di legge che prende a modello la soluzione adottata dal Tribunale costituzionale tedesco per le scuole della Baviera.
Mi pare che il merito di questo libro sia almeno duplice. In primo luogo per il contributo che egli si propone di offrire ad una riflessione “alta”, non costretta da vicende quotidiane purtroppo divenute l’unico orizzonte del dibattito politico, sul senso della nostra vita democratica, sulle differenze tra destra e sinistra, sul ruolo e sul possibile apporto dei cattolici nella vita politica ed istituzionale. Una riflessione condotta senza gridare, come di chi vuole offrire un punto di vista per confrontarlo con altri, non per cercare di convincere chi la pensa diversamente.
In secondo luogo il libro si fa apprezzare perché indica che è ancora viva la distinzione, segnata dal Concilio Vaticano II, “tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori”. Ceccanti ha chiara e cerca di testimoniare questa distinzione, nel suo ruolo di docente e di senatore. Di questi tempi, non è cosa da poco.
* (Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa) – Emanuele Rossi

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