Don Giovanni all’inferno e Benigni in paradiso


di Eugenio Scalfari

TANTO era stato retorico e melenso il Festival di Sanremo, con le sue canzoni nuove e mediocri e quelle antiche ridotte ad ali di farfalla appiccicate al muro con lo spillo, e tanto si è trasformato in una festa popolare, colorata, irriverente e istruttiva non appena Roberto Benigni è apparso sul palcoscenico dell’Ariston sul cavallo bianco e con in mano la bandiera dai tre colori. Così, per quaranta minuti, 20 milioni di italiani hanno riso, hanno applaudito, hanno preso a cuore il Risorgimento e una patria creata da una minoranza di giovani coraggiosi che hanno dato la vita per far sorgere una nazione. Benigni ha toccato tutti i tasti del suo inimitabile repertorio, ha lanciato bonariamente le frecce della sua micidiale comicità ed ha contemporaneamente dispensato preziosi insegnamenti di etica pubblica che forse molti degli ascoltatori avevano dimenticato. Ha dato anche notizie di fatti antichi probabilmente ignoti ai più; la più commovente è stata quella del ventenne autore del nostro inno nazionale che pochi mesi dopo averlo composto morì nello scontro di Porta San Pancrazio dove caddero insieme a lui i Manara, i Cairoli e i giovani della Legione lombarda guidati da Garibaldi per difendere la Repubblica romana. “Umberto svegliati, italiani svegliatevi” intercalava Benigni rivolgendosi a Bossi mentre raccontava la morte di Mameli e di tanti altri giovani del Nord. Non so come abbiano reagito e che cosa abbiano sentito dentro di loro i tanti milioni di telespettatori. So che io me lo sarei abbracciato quel burattino ridente e sudato che è una grande ed amata persona. Torniamo alle dolenti note di queste tese giornate. Quello che più di tutto avvilisce non noi che serbiamo nel cuore il sentimento della nazione, ma le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, è il comportamento di quei 315 parlamentari, anzi 320 dopo l’ultima transumanza, che votano a comando le proposte più incredibili, più scriteriate e più concettualmente impudiche che mai siano state presentate nelle aule parlamentari. Hanno affermato come verità rivelata che la vergognosa telefonata di Berlusconi alla Questura di Milano per liberare la “nipote di Mubarak” fu l’atto d’uomo di Stato che voleva e doveva evitare una grande crisi internazionale. Hanno deciso, non avendone alcun potere, quale fosse il giudice competente a giudicare il presidente del Consiglio, interferendo come mai era avvenuto così platealmente con l’ordinamento costituzionale e con l’autonomia della giurisdizione. Sono pronti ad eseguire senza neppure un sussulto di incertezza gli ordini degli avvocati del premier, decisi a far sollevare dal Parlamento il conflitto di attribuzione del processo di Milano, incuranti dell’avvertimento che la Corte costituzionale ha fatto filtrare sulla irricevibilità d’un ricorso del genere poiché non è la Corte che stabilisce la competenza del Tribunale ma la Cassazione. Quei due avvocati e il ministro della Giustizia che li affianca scopertamente commettendo in questo modo una gravissima irritualità, sono talmente accecati dall’ansia di sottrarre al processo il loro cliente da commettere asinerie professionali che non sfuggirebbero neppure ad un giovane praticante. Ghedini e Longo dovrebbero almeno ripassarsi la procedura penale prima di coinvolgere il loro raccomandato ad errori di tali portata. Nel frattempo il “calciomercato” prosegue a vele spiegate. Bisognerebbe conservare l’elenco dei “transumanti”, quei senatori e deputati che tra il 14 dicembre e il 16 febbraio hanno cambiato gruppo parlamentare due, tre e perfino quattro volte. E bisognerebbe anche prender nota delle motivazioni che di volta in volta hanno – non richiesti – fornito. La più clamorosa è stata quella d’un parlamentare che dopo aver girovagato è approdato al Pdl perché un suo zio era sacerdote salesiano e Berlusconi pare abbia frequentato da ragazzo una scuola di salesiani. Noi festeggeremo il 17 marzo la seduta solenne che si svolse a Torino a Palazzo Carignano nel 1861, dove il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato unitario e si trasformò nel primo Parlamento italiano. Ne sono accadute tante in questi centocinquanta anni; è accaduto anche che il Parlamento sia stato ridotto ad un “bivacco di manipoli” e poi abolito; ma non era ancora accaduto che si trasformasse in uno spettacolo di guitti, con tutto il rispetto dovuto ai comici di quella fatta. Con l’ultimo oltraggioso sberleffo lanciato dai ministri leghisti Bossi e Calderoli che hanno definito incostituzionale e non hanno votato sul decreto con il quale venerdì scorso il 17 marzo è stato proclamato per quest’anno festa nazionale. Il ministro dell’interno Maroni ha addirittura disertato il voto nella riunione del Consiglio dei ministri. La cosa incredibile non è che Bossi, Calderoli e Maroni la pensino in questo modo, ma che siano ministri della Repubblica ed abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione.

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Ma il massimo dello sfregio è quello che si sta preparando dopo che il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità la relazione di Alfano sulla riforma della giustizia e sulle intercettazioni.Il premier vuole che i testi di queste leggi prevedano il processo breve che cancelli le sue vertenze con la magistratura, dividano in due il Csm, separino le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici, ripristinino l’immunità dei parlamentari, blocchino la pubblicazione delle intercettazioni e ne impediscano il racconto anche quando le carte non siano più secretate.Pretende infine che il processo del “Rubygate” sia assegnato al Tribunale dei ministri per deliberazione delle Camere e quindi spento con la delibera della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Un salvacondotto totale per lui e per la cricca che ha operato all’ombra del suo potere. Se tutto questo dovesse avvenire la trasformazione della nostra democrazia parlamentare in un potere assoluto sarebbe compiuta. Le elezioni si trasformerebbero in un plebiscito e il Parlamento in una sede di passiva registrazione dei voleri del Capo.A meno che….

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A meno che le opposizioni non si uniscano per dar battaglia e probabilmente vincerla. Ma lo faranno?Non sembra sia questa l’intenzione di Casini. L’ha detto chiaramente con una recentissima dichiarazione in due trasmissioni televisive. Ha detto che è sua intenzione presentarsi da solo alle elezioni (con Fini e Rutelli) rifiutando l’alleanza con l’opposizione di centrosinistra. Nelle elezioni per la Camera – Casini lo ha ammesso – la coalizione Pdl-Lega sarà vittoriosa e incasserà il premio di maggioranza, ma al Senato, secondo il leader dell’Udc – non vincerà. Ci saranno allora due Camere con maggioranze diverse e quindi una situazione ingovernabile senza un compromesso. Spetterà allora a lui, Casini, proporre una “grande coalizione” che unisca tutte le forze politiche per gestire la crisi, a cominciare dal Pdl e dalla Lega, ma senza Berlusconi premier. Questo è il progetto, probabilmente supportato anche dal Vaticano. Questa non è una mia supposizione: il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, l’ha pubblicamente sponsorizzato: un partito di ispirazione cattolica dove tutti i cattolici politicamente impegnati possano, se vogliono, confluire e che diventi il perno di un’alleanza moderata e riformista la cui guida possa ripristinare un’etica pubblica accettabile e garantire alla Chiesa il rispetto di quei diritti non negoziabili che alla Chiesa stanno a cuore. Che dire d’una linea politica e d’un quadro così tratteggiato?

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Noi pensiamo che sia scriteriato. Per varie ragioni. La prima riguarda l’ipotesi d’una sconfitta della coalizione Pdl-Lega al Senato. Possibile ma tutt’altro che certa, specie dopo le vicende non certo corroboranti del partito di Fini e dopo la formazione del partito del Sud di Micciché, una sorta di lista civica d’appoggio a Berlusconi. La seconda ragione riguarda l’auspicata vittoria al Senato di Udc e Pd, partiti non alleati tra loro e con obiettivi difformi sul seguito da dare a quella eventuale vittoria. La terza – e a mio giudizio la più importante – dipende dalla mano tesa di Casini ad un Pdl senza Berlusconi premier. Casini crede veramente che un Berlusconi vittorioso alla Camera e alla testa d’un partito di cui è lui a cementare la compattezza, rinuncerebbe alla premiership? E con essa allo scudo che lo difende dalla magistratura? Che pensa – Casini – che un’alleanza così composta potrebbe smantellare il berlusconismo ripristinando l’etica pubblica, recuperando la legalità repubblicana, inaugurando una politica economica difforme da quella di Tremonti per quanto riguarda la crescita e la distribuzione del reddito? Infine: Casini ritiene che il Pd si acconcerebbe ad una soluzione di questo genere? Il Pd, se accettasse un quadro simile a quello sopra tratteggiato e non lo combattesse vigorosamente, cesserebbe di esistere. Può darsi che questa ipotesi rientri nelle intenzioni della Chiesa e dell’Udc, ma non sarebbe certo un bene per il paese. Senza una sinistra riformista e responsabile ma forte ed intransigente sui punti cardinali del suo programma, l’Italia diventerebbe un paese guelfo guidato da forze conservatrici. È comprensibile che Casini e la Chiesa abbiano quest’obiettivo, ma non è certo quello dell’Italia giovane che rappresenta la sola vera riserva del nostro futuro.

Post Scriptum. Giuliano Ferrara, in un articolo pubblicato sul “Foglio” di venerdì, per difendere i comportamenti libertini dell’Amor suo, si è dedicato ad un argomento insolito: l’esaltazione del melodramma italiano in confronto con la musica sinfonica europea. Verdi e Donizetti da un lato, Beethoven, Schubert e Brahms dall’altro. Sono belle anzi magnifiche le sinfonie di quei grandi – scrive Ferrara – ma agli italiani si addice il melodramma e cita in proposito Massimo Mila nonostante il suo antifascismo azionista. Voi direte: che c’entra tutto questo con la lotta politica della quale Ferrara è uno dei più rumorosi alfieri? Secondo Ferrara c’entra. Per comprendere Berlusconi e amarlo bisogna rivisitare i personaggi del melodramma. Lui è uno di loro nel bene e nel male. “La donna è mobile” con quel che segue. Ma anche il bene, la generosità, la sfida del pericolo, il ballo in maschera che non è necessariamente il bunga bunga. Capisco che quando si è a corto di argomenti si cerchi un’uscita improvvisa e laterale, ma questa del melodramma mi sembra grottesca. E se poi vuole inoltrarsi sul tema, il direttore del “Foglio” s’imbatterà inevitabilmente nel “Don Giovanni”. Non è anche quello un melodramma? La musica è di Mozart ma il libretto dell’italiano Da Ponte. Il protagonista finisce all’inferno. Per me va bene, ma non penso sia una buona soluzione per come auspicherebbe Ferrara.

(“La Repubblica”, 20 febbraio 2011, pag.1 e 29)

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