Costituente economica: perchè no?


dal Corriere della Sera di oggi
 
Per attuare le riforme economiche
ci vuole una Costituente

di Alberto Quadrio Curzio

Il governo ha avviato la procedura di modifica di alcuni articoli della Costituzione per promuovere, dice un comunicato, il «liberismo» (art. 41 e  118) e il «bene comune» (art. 97). Accostare il liberismo al bene comune non convince se davvero si vuole promuovere l’economia sociale di mercato fondata sulla sussidiarietà che preme a Giulio Tremonti.

La stessa dipende da un lato dalla riforma federalista in corso (che richiederà in futuro anche un Senato federale) e dall’altro da un maggiore equilibrio (che non significa liberismo) tra istituzioni, società, economia. Riforme senza coerenza ad un modello rischiano di essere improvvisate incursioni.

Consideriamo in particolare l’art. 41 che rientra nella Parte I (Diritti e doveri dei cittadini) da molti ritenuta intoccabile. L’intendimento di dare un impulso liberale di modernizzazione e semplificazione all’economia italiana è fondato. Già in passato molti (tra cui noi stessi) hanno criticato questo articolo ma alcune osservazioni sono necessarie.

La prima osservazione è che la Costituzione per la parte inerente i «Rapporti economici» (Titolo III della Parte Prima) ha avuto, specie nei fatti, una curvatura di statal-burocratismo. Ciò è stato possibile perché gli articoli 41, 42 e 43 e altri ancora, dopo aver affermato che «l’iniziativa economica privata è libera» e che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge», hanno compresso il tutto dentro programmi, controlli, espropri e socializzazione di beni e di imprese senza mai trattare di mercato e di concorrenza operanti dentro regole. La condivisibile valenza sociale e comunitaria è diventata per un certo periodo postbellico statalismo economico.

Così è accaduto che spesso si sia «nazionalizzato», in modo più o meno diretto, passando da un monopolio privato a un monopolio pubblico, non alla concorrenza. Per converso una concezione protettiva ha consentito anche ad aziende private inefficienti di fruire di contributi pubblici o di scaricare fallimenti sullo Stato che li ha assorbiti a «tutela» dei lavoratori ma non certo del lavoro.

Ben diversa è l’impostazione economica dei Trattati europei che prospettano l’economia sociale di mercato. Per questo nella Commissione Bicamerale (e bipartisan) per le Riforme Costituzionali istituita con legge del 24 gennaio 1997 e il cui Progetto di riforma costituzionale si arenò nel giugno 1998 fu fatta la proposta di recepire i principi di mercato e concorrenza enunciati dal Trattato di Maastricht.  La proposta non passò. perché avrebbe toccato gli articoli 41 e seguenti della Costituzione che non rientravano nel mandato della Bicamerale.  Nell’aprile 1999 la Commissione Affari costituzionali della Camera avviò una indagine conoscitiva sugli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione per valutare un’eventuale modifica degli stessi. Poi il tutto si è spento.

La seconda osservazione è che i Trattati Europei e le sentenze della Corte Costituzionale hanno adattato la nostra Costituzione conferendo alla stessa, in linea di principio, quella adeguata flessibilità per un’Italia europea. Così quando il nostro Paese si è orientato alle privatizzazioni (per il vero non tutte felici) la Costituzione non è stata di impedimento né lo è stata per le (poche, talvolta confuse, non sempre necessarie) liberalizzazioni. Ma tutto ciò non è avvenuto con organicità che, sotto questi profili, non è stata raggiunta con riforma costituzionale del 2001 (promossa di un governo di centro-sinistra) in quanto la stessa introduce in modo troppo incidentale. (all’art.117) sia la tutela della concorrenza sia il rispetto dell’Ordinamento Comunitario.

La terza osservazione: una riforma della costituzione economica dovrebbe considerare anche altri articoli. Tra questi il 39 e il 40 sui sindacati e sullo sciopero che per anni non hanno avuto quelle leggi di regolamentazione a tutela degli utenti fruitori di servizi essenziali che pure hanno dei diritti di cittadinanza. Ed ancora gli articoli 53 e 81 sulla fiscalità, sul bilancio e sulla spesa pubblica che andrebbero rivisti in termini di efficienza, efficacia e doveri (anche e specie verso le generazioni future) violati sia dalla evasione che dallo sperpero con le loro conseguenze sul debito pubblico. Entità sulla quale in Germania è stato posto un vincolo costituzionale.

Sappiamo che non bastano le riforme costituzionali per cambiare l’economia di un Paese. Tuttavia le stesse avrebbero forza sostanziale se ci fosse la condivisione della stragrande maggioranza delle forze politiche. Essendo questa oggi impossibile, perché non varare allora una Convenzione (pre) costituente analoga a quelle utilizzate in passato dalla Ue? La stessa potrebbe essere composta da esperti (non parlamentari) per proporre un riforma coerente della costituzione economica. Se poi non seguisse un esito costituzionale, secondo l’articolo 138, potremmo almeno sperare in un «Manifesto» unitario nell’interesse della nazione italiana e nello spirito richiesto dal presidente Napolitano.

1 Comment

  1. Stefano Ceccanti ha detto:

    ma è proprio un errore interpretativo: l’economia sociale di mercato è sia nei Trattati europei sia nella nostra Costituzione che su questo è analoga a quelle coeve, i Trattati europei aprono perché lavorano su settori superando i nazionalismi, non perché la loro filosofia sia diversa. Ne parliamo venerdì alle 17.30 alla Luiss con De Martin, Di Gaspare e Clarich

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