Cosa abbiamo da imparare da Paola Gaiotti De Biase


Cosa abbiamo da imparare da Paola Gaiotti De Biase

da “il Riformista” di oggi

di Stefano Ceccanti

Paola Gaiotti De Biase è un’intellettuale cattolica che si è trovata al centro di passaggi importanti della Chiesa, del Paese, dell’associazionismo, che descrive, in modo indissolubile alle sue vicende personali, in un bel volume, “Passare la mano. Memorie di una donna dal Novecento incompiuto”, Viella Editore, con prefazione di Romano Prodi. Insieme al marito Angelo, fa parte di quei cattolici democratici che vivono con slancio la fase della Ricostruzione, con un desiderio di rinnovamento profondo che li fa entrare in sintonia non con slanci massimalisti ma col realismo di de Gasperi, superando sin da allora “i pregiudizi di sinistra” cattolica contro di colui (che sarà pieno nell’area cattolico democratica col lavoro storico di Pietro Scoppola) e comprendendo le ragioni profonde anche delle sue scelte più discusse, come quella della ‘legge truffa’, che al di là dei difetti “poneva un problema serio di funzionamento del sistema, di governabilità,, già emerso nelle tante crisi della legislatura precedente, un problema semmai aggravato oggettivamente proprio dalla stessa natura anomala del principale partito di opposizione”. Emerge con forza il tratto integerrimo di quello spezzone di cattolicesimo (come nei rifiuti a praticare il clientelismo da parte di alcuni uomini di governo come Luigi Gui, alle prese con richieste di personaggi importanti, persino di vescovi), per differenza rispetto a machiavellici sostenitori della realpolitik e abili utilizzatori delle preferenze (ben descritto il mondo andreottiano romano). Il Concilio, vissuto col network internazionale di Pax Romana in stretto contatto con i padri conciliari e con i loro esperti, insieme alla sua “traduzione” italiana, il Convegno di Evangelizzazione e promozione umana del 1976 in cui gioca un ruolo importante, viene a confermare e a sistematizzare questi orientamenti. Gaiotti descrive quindi l’esperienza della Lega Democratica, la realtà del cattolicesimo democratico sorta nel 1976 in un rapporto di simbiosi, ma anche di alterità con la sinistra democristiana attraverso e oltre la tragedia Moro: in simbiosi perché per vari aspetti ne era uno dei filoni di alimentazione, di alterità perché c’era già forte il desiderio di un altro sistema di partiti, di tipo bipolare, oltre l’unità politica dei cattolici, di cui lo scontro tra Zaccagnini e Forlani nel 1976 era visto come l’incubatore. Non a caso, eletta al Parlamento europeo per la Dc nel 1979, si trova a lavorare a stretto contatto con Altiero Spinelli e criticata in modo strumentale dal Movimento per la Vita. Alla fine degli anni ’80 la ritroviamo impegnata su due fronti: per un verso nel movimento referendario elettorale, di cui è animatrice sin dagli inizi, insieme al gruppo della rivista “Appunti di cultura e di politica”, e per altro verso sul versante dei soggetti, perché, con la svolta di Occhetto, ritiene con quella scelta superate perché vincenti, le “ragioni di fondo del nostro anticomunismo democratico”. A differenza di molti dei cattolici provenienti dalla Sinistra Indipendente che si erano schierati per il No alla svolta (rivelando così una cultura politica più ideologica, comunque estranea al suo anticomunismo democratico moroteo) e anche di altri cattolici entrati nel Pds con una cultura ribellistica non di governo, Gaiotti appare certo originale perché nel Congresso di Rimini, quello fondativo del Pds, in piena guerra del Golfo, è quella che interviene per spiegare il No alla richiesta di rientro delle truppe, ottenendo la convergenza di Napolitano sulla sua posizione. Rileggendo le pagine 265 e 266 su quella vicenda, in cui spiega che le motivazioni forti devono condurre al multilateralismo democratico e al principio di responsabilità, si colgono anche in controluce tutti i problemi successivi della linea divisoria tra le culture riformiste dell’Ulivo e le difficoltà nel passaggio dalla testimonianza alla responsabilità della sinistra radicale, compresi alcuni filoni di matrice cattolica. Splendide anche le tristi pagine, analoghe a quello del volume di Morando, sulla decisione del Pds di ritirare i ministri dal Governo Ciampi, nell’errata convinzione che si dovesse privilegiare un (peraltro malinteso) “interesse del partito”. Il giorno in cui si giocò “l’esito della transizione”, spianando la strada alla discesa di Berlusconi. La divisione tra centro e sinistra si decise quel giorno e poi si riversò sugli schieramenti elettorali, mentre non ci sarebbe stata con la comune condivisione del Governo. Gli anni successivi, dall’Ulivo al Pd, sono stati un tentativo per recuperare quell’errore, ma spesso basta un errore in una giornata decisiva di una fase di transizione a rendere di Sisifo lo sforzo per rimediare. Quello in cui è ancora impegnata.

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