Con la bocca di bambini e di lattanti


Con la bocca di bambini e di lattanti
di Maria Elisabetta Gandolfi | 02 febbraio 2011

Quando alla domenica a Messa un chierichetto down diventa un maestro nella fede più efficace di anni di catechesi, incontri, letture…

Ci sono gesti che avvengono sotto i nostri occhi quotidianamente anche se prestiamo loro un’attenzione distratta. Improvvisamente si segnalano perché un dettaglio emerge per noi dal mare dell’insignificanza e imprigiona nella sua rete tante perle che prima ci sembravano assenti.

Ho sempre amato il Salmo 8, soprattutto nel versetto che parla della lode a Dio che viene dai piccoli e che spesso mi è stato riferimento utile per trovare criteri per inquadrare, ad esempio, la (spinosa) questione della partecipazione dei bambini alla Messa.

E mi è tornato alla mente guardando la piccola schiera di chierichetti che anima le Messe in parrocchia. Da anni è capitanata da un ragazzo down che fedelmente e con compunzione non solo porta a termine i compiti che gli sono affidati, ma guida sicuro i nuovi ministranti, più giovani e incerti.

Sono così abituata a vederlo aprire orgoglioso la processione d’ingresso con la croce astile; a vederlo riporla accanto all’altare nel suo supporto con precisione e cura; a vederlo sorridere soddisfatto di aver compiuto il proprio dovere, che non mi sono resa conto di un particolare.

Lui parla con la Croce; anzi, parla con Gesù stesso.

“Sei pronto? Andiamo!”, gli dice quando afferra l’asta. E quando la ripone le si avvicina e la sfiora con un bacio. E il sorriso che le rivolge è pieno di quella fiducia che possiede chi sa in cuor suo d’essere ricambiato.

È per questo che è molto geloso di questo servizio che non demanda a nessun altro: è un rapporto molto personale e, oltretutto, di vero affetto!

Nella sua limpidezza e in un solo momento ho imparato sulla fede di più che da anni di catechesi, incontri, letture…

Nel mio amico down ho visto una fede che è vero rapporto da persona a persona; che si rinnova a ogni incontro; che vive nel semplice gesto mediato dal proprio essere corporeo, così com’è; e che “per innalzare ai cieli la sua magnificenza” Dio padre si serve della “bocca dei bambini e dei lattanti”, i “poveri in spirito” di Matteo 5 di domenica scorsa.

Possiamo sorridere di questa vicenda facendone un caso privato o liquidandola sotto la voce “fede semplice”, noi che spesso ci annoveriamo tra coloro che mirano a ben più elevate riflessioni; noi costantemente a caccia di “segni grandiosi dal cielo” (Lc 21,11).

Io vorrei portarla nel cuore come un monito a non inorgoglirsi allorquando ci s’addentra nella complessità della fede e soprattutto delle sue modalità comunicative; e come un compito a cercare i segni di quelle pubbliche rivelazioni della fede che il tempo quotidiano dissemina nel nostro cammino.

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