Cambiare il 41 non serve


da “Avvenire” di oggi

Caro Direttore,

interessante il metodo e il contenuto dei due interventi di Fulvio De Giorgi e Flavio Felice sull’articolo 41 della Costituzione, tuttavia esiste una terza posizione, di chi condivide le argomentazioni di Felice e le conclusioni di De Giorgi. Felice ha ragione come chiave interpretativa generale delle prospettive divaricanti di cultura economica dei costituenti di matrice cattolica, che non possono essere sottovalutate: “monarchica” quella dei dossettiani tesa a una riforma sociale per via politica, a una concezione finalistica delo Stato, “poliarchica” quella di De Gasperi, più rispettosa degli equilibri tra le diverse sfere sociali. Lo ha spiegato benissimo Pietro Scoppola nel suo testo su “Dossetti dalla crisi della Democrazia Cristiana alla riforma religiosa”. Non tutto si equivaleva (e si equivale oggi), una volta tagliate le ali delle posizioni estreme, pianificatrici e liberiste.

Tutto ciò, però, non c’entra con l’articolo 41 della Costituzione, che è un prodotto di Paolo Emilio Taviani (non esattamente un dossettiano) e del socialdemocratico Ruini. Una norma aperta, certo suscettibile, come tale. di varie interpretazioni. Quelle che poi sono state concretamente date dalla Corte costituzionale in nessun caso hanno mai portato a cassare alcuna norma perché troppo liberale. La tutela della concorrenza, che Felice vorrebbe tutelare con una nuova formulazione, è già entrata nell’ordinamento grazie ai Trattati europei con la copertura costituzionale dell’articolo 11 e poi, anche formalmente, con la riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione, nello specifico col nuovo articolo 117 che ha ritenuto così importante la stessa da inserirla tra le poche su cui si esercita la competenza esclusiva dello Stato. Per questa ragione quando oggi leggiamo l’art. 41 dobbiamo ritenere compresa nell’ “utilità sociale” del secondo comma e nei “fini sociali” del terzo anche proprio la tutela della concorrenza. Un’interpretazione evolutiva che non fa violenza ai Padri fondatori. D’altronde Meuccio Ruini, replicando a Einaudi, gli aveva spiegato che il testo in votazione conteneva “già armi sufficienti contro il monopolio”, ed esattamente attraverso “il coordinamento e i controlli a fini sociali”.

Si può quindi essere poliarchici con De Gasperi e con Felice e concludere che la modifica non è opportuna come sostiene De Giorgi.

Stefano Ceccanti

senatore Pd

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