Un eccesso di potere legislativo


Claudia Mancina su Europa di oggi 13 gennaio invita i cattolici ad una riflessione su legge e laicità nel momento in cui torna alla ribalta il disegno di legge sul testamento biologico e, inesorabilmente, torna alla ribalta anche lo schema oppositivo che ha egemonizzato in questi anni la discussione pubblica.

Da un lato la sinistra si ritrova, in maggioranza, su posizioni libertariste: il principio di autodeterminazione si deve affermare senza mediazioni perché è il perno attorno al quale ruota ogni modello che voglia rispettare la libertà della persona. Senza mediazioni significa senza regole che ne tentino un bilanciamento con altri principi, tutti da considerare – invece – subordinati o rilevanti solo per la sfera privata e soggettiva. Tutto l’impianto suppone naturalmente la possibilità di pensare una separazione assoluta tra diritto e morale.

Dall’altro lato la destra si ritrova, in maggioranza, su posizioni stataliste: il diritto è solo quello prodotto dal comando del legislatore che non incontra sostanzialmente alcun limite nel dettare le regole di bilanciamento tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità. Il legislatore proibizionista non ha dunque ostacoli di fronte a sé. La destra si oppone così due volte. Si oppone alla ritrazione del diritto penale, che potrebbe fermarsi a fronte di un possibile comporsi “sociale” dell’equilibrio tra i diversi principi coinvolti. O che – in subordine – potrebbe rinunciare alla sua dimensione sanzionatoria, operando così un altro genere di bilanciamento. E si oppone alla ritrazione del legislatore statale, dello stato quindi, che potrebbe riconoscere un possibile diverso processo di creazione del diritto.

Si tratta, secondo me, di posizioni estreme che non favoriscono la ricerca di soluzioni equilibrate e che svelano, per di più, una trama teorica un po’ invecchiata, almeno in riferimento al più ampio dibattito culturale.

La sinistra si scopre libertarista del tutto in controtendenza rispetto al punto di sintesi raggiunto in altri contesti. Penso a come le diverse correnti del comunitarismo liberale hanno influenzato la costruzione di proposte in grado di raccogliere il consenso dell’opinione pubblica di grandi paesi.

La destra si scopre statalista, rivendica uno spazio praticamente illimitato all’azione del legislatore statale, si fa prendere da una sindrome da “eccesso di potere legislativo”, con una rigidità sconosciuta alle forme più elaborate dello stesso positivismo giuridico.

Sarebbe interessante trovare il punto di contatto tra questi schemi apparentemente opposti. Faccio un’ipotesi. Il punto di contatto è dato dalle tracce nascoste di una permanente cultura positivista del diritto che intercetta, con armi diverse, convinzioni della sinistra libertarista e argomenti della destra proibizionista. Alla sinistra concede l’autonomia assoluta del diritto dalla morale. Alla destra l’onnipotenza di un legislatore che può anche arrivare a sovrapporre diritto e morale.

Non è difficile, allora, vedere l’ombra dello stato dietro queste tracce: che sia ancora lo statalismo ad unire le posizioni egemoni nel dibattito pubblico sul testamento biologico?

In questa ottica non è difficile neppure identificare una presenza cattolica su entrambi i fronti, certo più addensata a destra ma non inesistente dall’altra parte. Né è sbagliato rintracciare alle spalle dei posizionamenti dei cattolici italiani antichi modelli secondo i quali, ad esempio, gli strumenti clerico-moderati non cadono mai in disuso. Anche se, occorre dirlo, è l’incapacità a rinnovarsi della tradizione cattolico democratica che crea spazi per il clerico moderatismo. Ancora una volta è urgente non sbagliare l’analisi: l’allineamento divisivo fondamentale non è tra destra e sinistra. La linea di frattura è tra statalismo e poliarchia.

1 Comment

  1. Carlo Riviello ha detto:

    Il tuo proverbiale gusto, Giorgio, per le tipizzazioni – ancorchè solitamente chiare, e comunque dotate di un indubbio potenziale euristico – a volte non sfugge a qualche punta di astrazione, e dunque corre proprio quel rischio, denunciato da Mons. Monari nell’omelia pubblicata in altra sezione, di perdere di vista qualche elemento di realtà.

    Poiché, se è vero che, all’oggettiva coincidenza “viziosa” tra lo schema libertarista e quello statalista, non riescono tuttora a sostituirsi mediazioni “virtuose” che facciano riferimento ad una cultura c.d. di comunitarismo liberale (e sarebbe magari il caso di esplicitare meglio il richiamo alle sperimentazioni negli altri “grandi paesi”) e/o di più volte evocata ispirazione “poliarchica” (che avrebbe bisogno di essere benintesa, a scanso di qualche fraintendimento, ma non è qui il caso), in materia bioetica ormai un “diverso”, e niente affatto promettente, “pro¬cesso di crea¬zione del diritto” è già in atto da tempo.

    Mi riferisco a ciò che ho già avuto modo di sottolineare in un commento al precedente post di Stefano che riportava l’articolo della Mancina, ossia la sempre più frequente produzione (eccesso?) di giurisprudenza “creativa” ad opera non già di assemblee elettive ma delle magistrature (anche su questo terreno in molti casi militanti, e a senso unico), o di (pretenziosa) regolazione non legislativa ma in via banalmente regolamentare a livello per lo più di istituzioni locali (i c.d. registri), che fa si che, in assenza di un quadro definito a livello di fonti primarie – e ammetto: prima che auspicabile o meno, difficilmente definibile, anche nelle versioni più leggere – si dia luogo alla sostanziale promozione di comportamenti individuali/stici legati al più estemporaneo fai-da-te.

    Che poi spesso si traducono ed autorappresentano sotto forma di istanze “generali”, cavalcate dai soliti e rumorosi interpreti del pensiero unico dell’autodeterminazione – unitamente al fatto che non essendo gli ideali libertari del tutto commestibili…alla fine si bussa sempre a tutele – e domandano legittimazioni a livello legislativo (anche se quasi mai di rango costituzionale, come forse sarebbe più logico, ma si capisce perché: gli ampi consensi, e le qualificate maggioranze parlamentari richiesti, ne farebbero scoprire probabilemte la pratica irrilevanza sociale, a fronte di molte altre, ben più diffuse e popolari esigenze).

    Qui sembra chiaro che non siamo più nel campo del contingente, e l’astensione dalle ingerenze stataliste, invocata spesso per altre dimensioni, si tratti di “relazioni industriali”, tanto per riferirsi a recenti discussioni, o alla sana concorrenza fra attori economico-sociali, deve misurarsi su questioni un poco più fondamentali (non negoziabili?) della persona, e della sua dignità, nella vita e nella morte, nella salute e nella malattia.

    Rispetto alle quali, e con tutti i rischi di eterogenesi dei fini che sovente le costruzioni normative e le teorie del “pendio scivoloso” portano con sé, dovremo pur chiederci, fuori dagli schemi, quale ruolo e responsabilità non secondari sono chiamati pur sempre a svolgere, nel campo loro proprio e sia pure molto “relativo”, gli eletti rappresentanti di una nazione.

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