Replica a Stefano Fassina: sintesi e testo integrale


Sintesi – Una caricatura della “Terza Via” e un’annessione abusiva della Chiesa cattolica

di Stefano Ceccanti

Nel documento Fassina c’è una ricostruzione caricaturale delle “Terze Vie”. La socialdemocrazia tradizionale si batte per un primato assoluto dello Stato sull’economia, le Terze Vie non cadono nell’errore opposto, ma si preoccupano di realizzare un equilibrio. La crisi non deriva unilateralmente dal mercato, ma dall’intreccio perverso tra una parte del mercato e una parte della politica. Per questo non mette in discussione i fondamenti della Terza Via. E’ poi errata l’annessione dell’insegnamento sociale della Chiesa. Le Terze Vie non sarebbero state immaginabili senza di esso. Basti pensare all’intervista di Cherie sulla sua esperienza tra gli studenti di Azione Cattolica (http://movi100.azionecattolica.it/) e al libro di Dale “God’s politicians”, in cui dimostra l’incubazione della Terza Via nel “Christian Socialist Movement”. C’è un filo rosso evidente tra il nuovo Statuto del Labour con l’eliminazione della nazionalizzazione dei mezzi di produzione e la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II di soli due anni prima, ribadita dalla “Caritas in Veritate”. Non c’è dubbio che Fassina incontra sulla sua strada un cattolico della Spd come Bockenforde, ma può annettersi solo lui, che, prima della CIV, auspicava che il Magistero cambiasse rotta e si dirigesse verso un’ “obiezione di principio” contro l’economia di mercato. Com’è noto l’auspicio non è stato raccolto.

Testo integrale-

1. Il documento Fassina: la Terza Via asservirebbe la politica all’economia e sarebbe contestata dall’insegnamento sociale della Chiesa
Questo è uno dei brani chiave del documento di Stefano Fassina che traccia le distinzioni tra il Convegno modem del Lingotto e l’impostazione dell’attuale segreteria del Pd. I grassetti sono miei.

“Non vi sono differenze rilevanti allora? No, differenze, assolutamente legittime, vi sono ed investono l’impianto politico-culturale: la rilevanza del paradigma liberal-democratico. Veltroni lo conferma, esplicita il prof Salvati. Invece, va superato, poiché la cultura liberal-democratica non è in grado di reggere lo sguardo di Medusa dell’economia globale, come rileva un filone di pensiero ispirato alla “Caritas in veritate” (es. Brokenforde e Bazoli), riconoscono oggi i fondatori del New Labour (es. Policy-network) e sostengono illustri economisti mainstream (es. Rajan in “Fault Lines”). Il pensiero liberale ispirato all’individualismo metodologico è inadeguato ad affrontare le sfide drammaticamente scarnificate dalla crisi: la libera interazione tra agenti economici razionali, impegnati a massimizzare funzioni di utilità individuali, non conduce ad un equilibrio generale soddisfacente e allo sviluppo integrale della persona. La politica non può, quindi, rimanere ancillare all’economia. Non può limitarsi a liberare gli individui dai lacci e lacciuoli delle istituzioni pubbliche. La politica deve portare a sintesi interessi diversi ed orientarli verso il bene comune definito in un processo democratico. Le forze economiche non portano autonomamente alla crescita e l’economia, da sola, non fa la società, come assumevano le tramontate “Terze vie”. Il governo europeo dell’economia, politica industriale, investimenti pubblici, canalizzazione del risparmio privato, re-distribuzione del reddito, sono necessarie per la crescita. Insomma, è la logica di funzionamento da cambiare. La giustizia sociale non può essere soltanto principio correttivo di una logica di funzionamento informata esclusivamente dall’individualismo proprietario. Celebrare la “modernità” economicistica di Marchionne implica una prospettiva di rassegnazione pragmatica e di subalternità politica al lavoro. Invece, la centralità politica ed economica del lavoro è l’eredità del ‘900 da portare nel riformismo del XXI secolo.”

2. Le due obiezioni: la Terza Via mira in chiave poliarchica all’equilibrio tra sfere di giustizia e si ispira in modo decisivo all’insegnamento sociale della Chiesa
In primo luogo nel documento Fassina abbiamo una ricostruzione caricaturale delle “Terze Vie”. Per carità, è comprensibile a fini propagandistici presentare il pensiero che non si condivide in modi tale da renderlo meno credibile, però qui l’esigenza propagandistica ha decisamente preso la mano.
L’impostazione della Terza Via è di tipo poliarchico e parte da un’esigenza di equilibrio sociale che è ben spiegata da M. Walzer in “Sfere di giustizia”. Poliarchia non è solo assicurare una separazione verticale dei poteri in chiave federalista o incentivare la rotazione dell’alternanza, in modo che chi si trova momentaneamente nella funzione di governante su un livello (o in una collocazione) sia contemporaneamente (o in un momento successivo) un governato, ma, come ben spiega Walzer, che chi si trova dominare momentaneamente nella sfera politica non possa esserlo simultaneamente in ambito economico e viceversa. “L’eguaglianza complessa”, come scrive Walzer, “è il contrario del totalitarismo: differenziazione massima contro massima coordinazione”. La poliarchia è appunto la differenziazione massima che ha bisogno di presidiare i confini tra le sfere, sia proteggendola dagli “eserciti del capitalismo” che premono sulla politica sia da quello dei “funzionari statali” che premono sulla proprietà e sul mercato per affermare “il dominio dello stato/partito”.
Mentre la visione socialdemocratica tradizionale, espressa nel documento Fassina, concepisce l’economia come ancillare alla politica in forma di Stato, dal momento che lo Stato ha il monopolio del bene comune, le Terze Vie non cadono nell’unilateralità opposta. Come precisa Blair, riferendolo a Clinton: il “welfare per rialzarsi e non per stare seduti” rappresentava un’alternativa sia all’ “ideologia dello stato minimo e del nessun ruolo per la società dei republicani” (lì sì che la politica è ancillare all’economia) sia allo “Stato-balia e all’ostilità verso le imprese” dell’impostazione vetero-socialdemocratica.
Ne consegue, anche sulla lettura della crisi economica odierna, che essa non deriva unilateralmente da una sfera o dall’altra, di quelle segnalate da Walzer, ma da una cattiva interazione tra le stesse, nell’intreccio perverso tra una parte del mercato, quella dei mutui a basso costo e una parte della politica, quella che – complice un cattivo uso dei poteri indipendenti di regolazione – ha lasciato sviluppare il debito a buon mercato e che anzi lo ha incentivato, come spiega bene Blair nella postfazione alla sua Autobiografia. Se questo è vero, è evidente che nella crisi lo Stato doveva prontamente intervenire nell’interazione tra le sfere per evitare guai maggiori, ma non per ritornare a regime a quello che c’era prima delle Terze Vie, all’alternativa polarizzata tra residualità dell’economia o della politica. Peraltro anche Rajan, citato nel documento, sostiene che il problema della crisi finanziaria è stato l’uso politico delle competenze regolatorie in materia finanziaria e monetaria.
In secondo luogo è palesemente errata l’annessione dell’insegnamento sociale della Chiesa. Anzitutto le Terze Vie non sarebbero state nemmeno immaginabili senza l’insegnamento sociale della Chiesa. Ciò già a cominciare dal lungo periodo e dalla rimeditazione moderna dei laici cattolici che, a partire dalle esperienze anglosassoni, anticipò il rinnovamento conciliare sbarazzandosi dei residui antimoderni e corporativi (spesso transitati a sinistra..). Basti pensare al Maritain successivo all’esilio americano, quello de “L’Uomo e lo Stato”, scritto non casualmente in inglese esattamente sessant’anni fa, che parte da un problema preciso: come far fronte allo “sforzo più urgente..quello di promuovere la giustizia sociale” evitando il conseguente “rischio di vedere troppe funzioni della vita sociale controllate dall’alto dallo Stato?” Tutta la parte iniziale è una confutazione radicale del concetto di sovranità e quindi delle possibili ricadute illiberali anche sul versante economico: la “nazionalizzazione.. che in realtà è una statalizzazione..dovrebbe per sua natura restare eccezionale”. Lo Stato, nella prospettiva di un “regime personalistico pluralistico”, è incaricato solo della “supervisione finale delle attività di istituzioni nate dalla libertà, “è una parte del corpo politico e, in quanto tale, è inferiore al corpo politico come tutto, è a lui subordinato e al servizio del suo bene comune”. Non a caso la relazione di Veltroni al Lingotto citava il filosofo liberal Dworkin per il quale i diritti, in quanto realtà che precedono lo Stato, “vanno presi sul serio” non solo dentro gli Stati, ma anche contro di essi.
Difficile non vedere le affinità col celebre discorso di Blair del febbraio 1993: “Il compito è quello di recuperare la nozione di comunità, svincolarla dal concetto di Stato e farla ritornare a essere qualcosa a vantaggio di noi tutti”. Affinità che sono anche precisamente di milieu culturale e familiare, come dimostra sia Cherie Blair nell’intervista sulla sua esperienza formativa decisiva tra gli studenti di Azione Cattolica nel quadro di Pax Romana che tanto deve a Maritain (meritoriamente pubblicata sul sito del Msac italiano, http://movi100.azionecattolica.it/) sia Graham Dale nel volume “God’s politicians. The christian contribution to 100 years of Labour”, in cui, carte alla mano, identifica l’incubazione della Terza Via di John Smith e Tony Blair nel “Christian Socialist Movement”, affiliato al Labour. Dale segnala il tributo all’insegnamento sociale della Chiesa anche sul breve periodo: la prima battaglia chiave, quella contro la vecchia clausola 4 sulla nazionalizzazione dei mezzi di produzione, è anticipata dal consigliere di Blair Dawid Ward proprio nell’annuale convegno culturale dei socialisti cristiani, la Tawney Lecture del marzo 1993. La nuova stesura della Clausola 4, quella voluta da Blair, colloca diritti e doveri di tutti in un contesto comunitario e rifiuta, per usare la parola dello stesso Blair, la logica monarchica secondo cui più potere dello Stato sarebbe stato “uguale a più bene comune”, ignorando che anche “Stato e settore pubblico possono diventare interessi particolari” e che le persone possono essere frustrate da questa logica paternalistica di invasione di una sfera sull’altra.
Del resto si era a soli due anni da quando Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus aveva segnalato l’esigenza di “non dilatare eccessivamente l’ambito dell’intervento statale in modo pregiudizievole per la libertà sia economica che civile” con “l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti”. Riflessioni tese all’equilibrio poliarchico tra le varie “sfere di giustizia”, che si ritrovano pienamente anche nella “Caritas in Veritate” coi suoi richiami a sussidiarietà e (stavolta anche) poliarchia.
Pertanto quando il documento Fassina parla di politica che porta a sintesi e di democrazia che definisce il bene comune dimostra di essere fermo a prima delle Terze Vie e di andare in rotta di collisione con tale Magistero, più antico e più recente. Non c’è dubbio che su quella strada incontra anche un cattolico della Spd come Bockenforde (ma non Bazoli che non sostiene le stesse tesi), e magari anche altri cattolici italiani (e non) ancorati a impostazioni statalistiche, ma, per questo doverosamente critici, dal loro punto di vista, non solo rispetto alle Terze Vie, ma anche all’insegnamento sociale della Chiesa. Infatti il testo citato di Bockenforde, precedente alla Caritas in Veritate, auspicava che il Magistero si dirigesse verso un’ “obiezione di principio” verso l’economia di mercato, capovolgendo l’orientamento della “Centesimus Annus”, particolarmente esplicito nel numero 42, in cui essa è valorizzata come “una particolare dimensione” della “libertà umana integrale”, all’insegna di quell’equilibrio tra sfere di giustizia segnalato da Walzer. L’auspicio, com’è noto, non è stato seguito.

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