Referendum 2011 – referendum 1985


Referendum 2011 – referendum 1985
La vicenda dell’imminente referendum alla Fiat mi fa venire in mente un flash-back sul referendum 1985 sulla scala mobile
Francesco Demitry, ex gesuita, rimasto in stretti contatti coi padri della Civiltà Cattolica, che poi ne celebrarono qualche anno fa il funerale, era il preparatissimo funzionario del Partito Comunista Italiano che faceva da ambasciatore presso il mondo cattolico. Partecipava ai convegni, compresi quelli della Democrazia Cristiana, dove lo incontravo dai primi anni ’80, e ogni tanto mi telefonava per capire discretamente quali orientamenti vi fossero nell’area associativa che faceva riferimento alla matrice ideale del cattolicesimo democratico o comunque quello che pensassi io. Dal 1983 avevamo però anche un’altra fonte un pò anomala, per la sua indipendenza, sul dibattito interno al Pci, Gianfranco Pasquino, che avevamo invitato al Congresso di Padova e che subito dopo era stato eletto al Senato come indipendente. Anomala anche rispetto alla strana abitudine dell’area del cattolicesimo democratico di avere rapporti di conoscenza non tanto coi cattolici comunisti (di orientamento molto diverso, ma con cui c’era qualcosa in comune sul piano della fede) ma soprattutto con gli ingraiani, che parlavano di scenari millenaristici e alternativistici piuttosto confusi, come il seguito avrebbe dimostrato. Con Pasquino eravamo invece informati delle impostazioni dei miglioristi del Pci, a partire dal superamento del tabù proporzionalistico fino alla piena valorizzazione della collocazione europea ed atlantica, che lo portò meritoriamente a votare a favore dell’intervento Onu in Kuwait nel 1991.
Furono due i casi di radicale dissenso che lasciarono l’amaro in bocca a Demitry. Il secondo fu nel 1988 a partire dalla sacrosanta limitazione del voto segreto, strumento che dava all’allora Pci l’illusione di un microconsociativismo efficace e che invece era un grave segno di degenerazione, come ha riconosciuto qualche settimana fa anche uno degli intellettuali che aveva trascinato alla contrarietà l’allora Pci e che in quel caso aveva parlato di “Costituzione Dc-Psi”, per contestare un cambiamento che aveva già sostenuto Aldo Moro alla Costituente come la più conforme alla nuova Costituzione.
Il primo fu proprio il referendum sulla scala mobile. La dirigenza del Pci si aspettava che essendo il No guidato dal Presidente del Consiglio Craxi questo fosse sufficiente, stante la perplessità umana prima che politica sul nuovo corso socialista, il cattolicesimo democratico a sostenere il No. Non era un problema della Fuci che non agendo nel mondo del lavoro non doveva prendere una decisione formale, però era un problema per un’intera area culturale e politica. Non c’era però solo Craxi, il No era guidato culturalmente dalla Cisl di Pierre Carniti, anche lui già relatore a Padova. Per di più sapevamo che, senza poter allora incrinare il mito dell’unità del partito, i miglioristi, a cominciare dal segretario della Cgil Lama, erano stati contrari al referendum,e per questo, dopo la sconfitta, furono accusati di tiepidezza da Ingrao. Lo ricorda Enrico Morando nel suo recente volume sui miglioristi. Alla fine l’argomento chiave era questo: l’accordo in sé sarà anche giusto, è simile a quello che fanno i Governi europei di centro-sinistra che agiscono accordandosi coi sindacati e non a quelli di centro-destra che lo impongono ai partners sociali, però da noi non si può parlare di Governo ‘pro-labour’ perché il Pci è all’opposizione. Un’obiezione che faceva presa in alcuni settori delle Acli e della Lega Democratica. Ma valeva l’obiezione di Gino Giugni, che faceva sempre presente Giorgio Armillei: un Governo è pro-labour se fa poltiche pro-labour, in questo caso lo è, anche perché si è ispirato ai giuslavoristi pro-labour come Tarantelli. Anzi, sarebbe dovere di un forza pro-labour, anche se all’opposizione, sostenere scelte del genere anziché dichiarare anti-labour perché non fa parte del Governo. Fu quel senso comune, espresso in quei termini intellettuali da Giugni, a compattare alla fine anche la grande maggioranza del cattolicesimo democratico, con la regia di Giorgio Tonini che contattava per Carniti tutta l’area. Anche perché un diverso esito avrebbe determinato l caduta del Governo e alternative pronte non c’erano.
Demitry fu molto dispiaciuto di quelle riflessioni, ma gli esiti del referendum diedero torto al Pci. Ce n’è traccia nella mia relazione all’Assemblea Federale di Napolidi qualche mese dopo in cui, tra l’altro difendo Lama da Ingrao e parlo del ruolo di rinnovamento della cultura politica impresso da Carniti.

1 Comment

  1. Pietro Giordano ha detto:

    Solo un ricordo….io arrivai in Cisl perchè presentato da Don Colmegna a Mario Colombo, che a sua volta mi presentò a D’antoni….
    Subito dopo arrivo Giorgio Tonini, che cominciò a lavorare con Carniti e Colombo….
    Lui rimase a lavorare a Roma ed io andai in Sicilia…con D’Antoni, Cocilovo e Bonanni…

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