A Rodotà: Occupazione e partecipazione le vere sfide alla globalizzazione.


Anche Rodotà, purtroppo è un esempio di intellettuale legato a vecchi schemi culturali che da anni ormai non riescono ad incidere su una realtà profondamente trasformata, sia dal punto di vista sociale che economico; realtà che lui stesso descrive, spero inconsapevolmente, come profondamente mutata.
Sul potere di vita o di morte di Marchionne. Forse Rodotà dimentica che per decenni la Fiat, proprio in quel sistema che il nostro sembra rimpiangere, ha avuto potere di vita e di morte dull’occupazione e sull’economia di questo Paese; con un piccolo particolare che Rodotà sembra dimenticare: tale potere di vita e di morte per interi lustri è stato pagato dalla collettività attraverso ammortizzatori sociali, sgravi, incentivi e chi più ne ha ne metta. Quell’intervento dello Stato, che il nostro vorrebbe sovrano e regolatore, si è manifestato come elargitore di risorse pubbliche verso un soggetto privato che per lunghi anni ha privatizzato gli utili e socializzato le perdite.  Certa cultura di sinistra, statalista e conservatrice, sembra non rendersi conto che sulla fiscalità sociale, cioè su tutti noi anche sull’anziano con una pensione al minimo, ha pesato il mantenimento di un’Azienda ormai fuori mercato e prossima al portare i libri in tribunale.

Questa cultura vecchia ed obsoleta, sembra non rendersi neanche conto (non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere…), che la globalizzazione è presente sulla Terra da anni e che grazie ad essa, milioni di persone sono uscite da uno stato di povertà endemica che per decenni, sempre certa cultura di sinistra, aveva individuato come possibile bacino rivoluzionario, “grazie” alla loro povertà diffusa.

Milioni di persone in Cina, India,  Brasile, ed in intere zone dell”Africa, grazie alla globalizzazione, sono uscite da una povertà voluta, indotta e realizzata dai paesi occidentali a capitalismo avanzato.

Quella stessa globalizzazione nella quale, piaccia o non piaccia, “vi è sem­pre qual­cuno che accetta di ven­dere la sua forza lavoro ridu­cendo garan­zie e diritti”. Quel qualcuno con il quale non solo i lavoratori di Mirafiori e Pomigliano hanno duto e dovranno continuare a fare i conti.

Di fronte a questa realtà tremenda per alcuni versi, ma ripeto anche salvifica per milioni di persone del vecchio “terzo mondo”, la vecchia cultura continua a sognare un mondo ormai inesistente, con Stati nazionali o futuri Stati globali sovrani e regolatori, ove il Capitale strutturalmente “libero”, continuerà ad insediarsi e dove i salari sono e saranno purtroppo per lungo tempo di molto inferiori ed i diritti sono e saranno spesso insesistenti rispetto a quelli del cosidetto mondo occidentale.

Un modello che ancora sogna vecchie dinamiche di contrapposizione tra Capitale e lavoro, che nulla hanno a che fare con i modelli di relazioni industriali avanzati e vincenti come quello tedesco, che proprio in questo periodo di crisi ha dimostrato tutte le sue potenzialità.

Un modello partecipativo e non conflittuale, un modello capace di cogliere e flessibilizzarsi rispetto agli andamenti mai lineari delle economie nazionali e globale. Un modello che vede uno dei sindacati più potenti d’Europa, non scioperare per anni ed anni, in nome dell’occupazione e del benessere della Germania. Un sindacato che ha ridotto i salari per i lavoratori della Wolksvaghen, quando quest’Azienda era in profonda crisi.

Tutto ciò in uno Stato ed in una realtà legislativa mai invasiva e rispettosa delle regole che le singole parti sociali si davano e si danno attraverso la contrattazione. Una realtà nuova, in cui lo Stato non controlli il Capitale, ma i lavoratori siano i protagonisti del controllo attraverso la loro partecipazione nei consigli di amministrazione. Una realtà nuova, con Autority veramente indipendenti e non nominate dalla Politica e spesso finanziate dalle Aziende.

Questo dovrebbe essere il sogno di una sinistra riformista e non conservatrice.

Rodotà, sembra invece riproporre, vecchi modelli di Stato e vecchi modelli di intervento legislativo in nome di sovranità e poteri di controllo ormai obsoleti o inesistenti, proprio per la globalizzazione che lui stesso descrive.

Ha ragione solo quando afferma che è in atto una guerra tra poveri, ma sbaglia nell’individuare la fonte di tale guerra, che non è il Marchionne di turno, bensì il nuovo sitema economico globale. Un sistema che ben hanno compreso i lavoratori della Fiat ed i milioni di lavoratori ed i sindacati responsabili di questo Paese di tutti i settori, dal chimico al terziario che hanno approvato e sottoscritto (compresa la CGIL) centinaia di contratti Nazionali e aziendali di lavoro, che hanno colto questa “competizione” in atto ed hanno flessibilizzato il loro agire, con un unico obiettivo prioritario: il diritto al lavoro.

Rodotà sembra dimenticare che senza lavoro non vi sono altri diritti veri. Rodotà sembra dimenticare che lo spostamento delle produzioni porta con sé cassa integrazione, mobilità ed infine disoccupazione e che gli ammortizzatori sociali pesano sulla fiscalità e sulla contribuzione generale.

I sindacati responsabili e i lavoratori hanno scelto, non solo in Fiat, un’altra via, la via della salvaguardia del posto di lavoro ed esprimendo il SI a Pomigliano prima e a Mirafiori dopo hanno puntato sulla carta della partecipazione. Partecipazione agli utili d’azienda, partecipazione al controllo sociale, non Statale, dell’Azienda.

Lo Stato faccia la sua parte: crei norme che favoriscano questo nuovo modello di democrazia economica e partecipativa, senza tracimare in terreni non suoi.

Anche sulle norme legislative di regolamentazione della rappresentanza e della rappresentatività, il nostro sembra riproporre vecchi modelli statalistici di intervento, magari riproducendo per via legislativa il diritto alla rappresentanza, così da riproporre poteri di veto di un sindacato, quello perdente, che per anni ha ingessato il sistema delle relazioni sindacali in un settore come quello metalmeccanico, con tutti gli effetti negativi sull’intera CGIL.

Siano le parti, senza intervento del legislatore, a darsi le regole di rappresentanza e rappresentatività. Nel 2008 CGIL, CILS e UIL, esitarono un documento unitario sul tema della rappresentanza e della rappresentatività. Si applichi quel modello unitario, con il quale ogni Sindacato ha rinunciato a parte delle proprie posizioni per raggiungere un’intesa unitaria. Se CGIL, vorrà imporre, magari per via legislativa, il proprio modello (democrazia di mandato) contro il modello Cisl (democrazia rappresentativa), le tensioni e la conflittualita aumenterà a danno di tutte le parti in causa.

1 Comment

  1. Giovanni Bianco ha detto:

    Due osservazioni a Pietro. La prima: non si insista troppo sull’idea che la cultura di sinistra sia conservatrice e statalista e ci si chieda se il ruolo dello Stato non sia necessario per rimuovere gravi diseguaglianze di fatto e superare situazioni di forte crisi. La seconda: quando parliamo di globalizzazione vogliamo porci la questione di come e quanto incidano sulle sue dinamiche i poteri forti e del se è possibile un’altra globalizzazione, come scrivono i maggiori studiosi del tema, tra cui Sen?

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