La Shoah è entrata tardi nella teologia, di Johann Baptist Metz


Come sempre accade, anch’io mi sono accorto tardi, troppo tardi, dell’assenza in teologia di una riflessione su Auschwitz. Quando molta gente, dopo la guerra, affermava di non aver saputo niente di quest’orrore, ritenevo che si trattasse di una menzogna o una rimozione. Quando mia madre mi disse che anche lei non aveva né sentito né saputo niente di questo crimine nazista, ho riflettuto ancora di più sulla cosa. In un certo senso questo oggi mi sembra chiaro: probabilmente allora non seppero davvero niente, soprattutto perché nessuno poteva immaginare una cosa così mostruosa, perché ogni orrore di cui avevano sentito parlare, l’avevano considerato un orrore proprio del tempo di guerra e solo lentamente, dopo la guerra, hanno preso coscienza di quello che era realmente successo. Perciò non mi meraviglio tanto quando, ancora oggi, qualche volta viene fuori qualcuno che nega questa atrocità. Piuttosto mi meraviglio che sono così pochi. In definitiva, la realtà di Auschwitz allarga lo spazio delle nostre vedute.

Naturalmente non si può fare di Auschwitz una specie di «religione negativa» o un «mito negativo» per i cristiani. Su Auschwitz nel nostro ambito cristiano si fa molta retorica della colpa e della responsabilità, retorica che, però, se capisco bene, non arriva fino alle radici della teologia cristiana.

Quello che successe durante la Shoah non esige solo una revisione delle condizioni storiche nelle quali si determinò la relazione tra cristiani ed ebrei, ma esige anche una revisione della teologia cristiana in quanto tale. Il mio amico Jürgen Moltmann a buon diritto ha messo in evidenza con nettezza questa questione.

L’antisemitismo non esiste solo come crudo razzismo: in questa forma non appare più in teologia.
Esiste però in forma molto più raffinata e sottile, ossia in veste psicologica o metafisica. Fu in questa veste che divenne fin dall’inizio il tentatore della teologia cristiana. Mi riferisco soprattutto a motivi e nozioni gnostiche. La domanda teologica dopo Auschwitz non è solamente: dove era Dio ad Auschwitz? Ma è anche: dove era ad Auschwitz l’uomo?

Come si potrebbe credere nell’uomo, o perfino nell’umanità, quando si dovette sperimentare ad Auschwitz di che cosa «l’uomo» è capace? Come continuare a vivere tra gli uomini? Che cosa sappiamo noi della minaccia all’umanità dell’uomo, noi che abbiamo vissuto voltando le spalle a questa catastrofe o che siamo nati dopo di essa?

Auschwitz ha ridotto profondamente il limite di pudore metafisico tra uomo e uomo. A questo sopravvivono solo coloro che hanno poca memoria o coloro che sono riusciti bene a dimenticare che hanno dimenticato qualcosa. Ma nemmeno questi restano illesi.

Non si può peccare quanto si vuole contro il nome dell’uomo. Non solo l’uomo singolo, anche l’idea dell’uomo e dell’umanità è profondamente vulnerabile. Solo pochi collegano ad Auschwitz l’attuale crisi d’umanità: l’insensibilità crescente di fronte a diritti e valori universali e grandi, il declino della solidarietà, la furba sollecitudine nel farsi piccoli pur di adattarsi a ogni situazione, il rifiuto crescente di offrire all’io dell’uomo una prospettiva morale, eccetera.

Non sono tutte scelte di sfiducia contro l’uomo? La catastrofe che è stata Auschwitz costituisce forse una ferita inguaribile?

«E se anche l’attuale crisi d’umanità fosse figlia della ferita inguaribile del lager?»

4 Comments

  1. Alessandro Canelli ha detto:

    Citato anche stasera da Paolini nel suo monologo sullo sterminio dei disabili e malati di mente:
    http://www.zadigweb.it/amis/schede.asp?idsch=67&id=6

    Clemens August Graf von Galen (1878-1946)

    Dopo i primi anni trascorsi a Dinklage, Germania, sua città d’origine, si trasferisce nel 1898 a Innsbruck per studiare Teologia. Torna poi in Germania, e per circa trent’anni opera presso varie diocesi della nazione. Nel 1933 Papa Pio XI lo nomina Vescovo di Münster. Von Galen inizia immediatamente a contestare, attraverso le sue prediche, le azioni del nazionalsocialismo, criticandone in particolare la politica razziale. Nonostante le intimidazioni, von Galen continuerà fino alla fine della guerra a denunciare i crimini del nazismo.
    Nel 1941 von Galen, attraverso le sue prediche, riuscirà a costituire un ampio blocco di opposizione, formato da autorevoli esponenti della Chiesa tedesca, al progetto di eutanasia degli handicappati che si stava all’epoca realizzando. Nel timore di perdere il consenso dell’opinione pubblica, che sensibilizzata da questa iniziativa iniziava anch’essa a contestare l’opera di bonifica razziale, Hitler si convinse a sospendere “ufficialmente” il progetto. Nella realtà, però, lo sterminio degli handicappati continuerà fino al 1945.
    Nel febbraio 1946 von Galen sarà nominato Cardinale da Papa Pio XII. Poco più di un mese dopo, morirà a Münster.

  2. Alessandro Canelli ha detto:

    Un estratto da Avvenire del 15/11/2008 – Così il Leone di Münster difese gli «indegni di vivere»art06
    di DON ANDREA VENA

    (Le parole del) beato Von Galen, il Leone di Münster (1878­-1946) che in modo lapidario denunciò le nefandezze hitleriane condotte sugli inermi. Tornano così attuali, eccole:

    « … quando sono venuto a conoscenza che dei malati della casa di Marienthal dovevano essere portati via, per essere uccisi, io il 28 luglio ho sporto denuncia al pubblico ministero della pretura di Münster… Già il 26 luglio avevo protestato… Senza esito. Così noi dobbiamo tener conto del fatto che i poveri e indifesi malati prima o poi saranno uccisi. Perché? Non perché siano colpevoli di un crimine che meriti la morte, non perché forse abbiano aggredito il loro infermiere o guardiano, di modo che costui, per salvaguardare la propria vita, non abbia avuto altra scelta che affrontare con la forza, per legittima difesa, l’aggressore. Questi sono casi in cui, oltre all’uccisione del nemico armato del Paese in guerra giusta, è lecito l’uso della forza fino all’uccisione e, spesso volte, è anche necessario. No, non per tali motivi devono morire quegli infelici malati, ma perché, secondo il giudizio di un ufficio, secondo il parere di una qualunque commissione, son divenuti ‘ indegni di vivere’, per il fatto che, secondo tale perizia, fanno parte dei ‘ connazionali improduttivi’. Si giudica: non possono più produrre, sono come una vecchia macchina, che non funziona più, come un vecchio cavallo diventato inguaribilmente zoppo. Sono come una mucca che non dà più latte. Cosa si fa con una tale macchina? Viene demolita. Cosa si fa con un cavallo zoppo, con una talaltra bestia improduttiva? No, non voglio portare a fine questo paragone, per quanto tremendi siano la sua giustificazione e il suo potere illuminante. No, qui si tratta di esseri umani, nostri consimili, nostri fratelli e sorelle! Ma per questo non meritano di essere uccisi. Hai tu, ho io il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo ‘ improduttivo’ possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti!… Allora nessuno è più sicuro della propria vita… e nessuna polizia li proteggerà, e nessun tribunale punirà il loro assassinio e condannerà l’assassino alla pena che merita » ( dall’omelia del 3 agosto 1941)

  3. Teresa Bartolomei ha detto:

    A Poor Christian Looks at the Ghetto
    BY CZESLAW MILOSZ

    Bees build around red liver,
    Ants build around black bone.
    It has begun: the tearing, the trampling on silks,
    It has begun: the breaking of glass, wood, copper, nickel, silver, foam
    Of gypsum, iron sheets, violin strings, trumpets, leaves, balls, crystals.
    Poof! Phosphorescent fire from yellow walls
    Engulfs animal and human hair.

    Bees build around the honeycomb of lungs,
    Ants build around white bone.
    Torn is paper, rubber, linen, leather, flax,
    Fiber, fabrics, cellulose, snakeskin, wire.
    The roof and the wall collapse in flame and heat seizes the foundations.
    Now there is only the earth, sandy, trodden down,
    With one leafless tree.

    Slowly, boring a tunnel, a guardian mole makes his way,
    With a small red lamp fastened to his forehead.
    He touches buried bodies, counts them, pushes on,
    He distinguishes human ashes by their luminous vapor,
    The ashes of each man by a different part of the spectrum.
    Bees build around a red trace.
    Ants build around the place left by my body.

    I am afraid, so afraid of the guardian mole.
    He has swollen eyelids, like a Patriarch
    Who has sat much in the light of candles
    Reading the great book of the species.

    What will I tell him, I, a Jew of the New Testament,
    Waiting two thousand years for the second coming of Jesus?
    My broken body will deliver me to his sight
    And he will count me among the helpers of death:
    The uncircumcised.

    Warsaw, 1943

  4. isabella nespoli ha detto:

    Penso che la riflessione di Allen, ad una settimana dalla giornata della Memoria ci aiuti nel cammino della presa di coscienza su un evento unico e terribile
    Published on National Catholic Reporter (http://ncronline.org)

    Home > Blogs > John L Allen Jr’s blog > Why Christianity lacks a Holocaust literature

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    Why Christianity lacks a Holocaust literature
    By John L Allen Jr
    Created Feb 04, 2011
    by John L Allen Jr [1] on Feb. 04, 2011 All Things Catholic [2]
    Here’s a question that astute observers of the religious landscape find themselves asking these days, and which deserves a serious response: Why doesn’t Christianity have its own Holocaust literature?

    By that, of course, no one means to minimize the absolute singularity of the Holocaust against the Jews during the Second World War, and the moral imperative of keeping that memory alive. Yet the question persists: Given the harrowing realities of Christian martyrdom during the 20th century, and the rising global tide of anti-Christian violence in the early 21st century, why isn’t there a budding genre of Christian analogs to Night by Elie Wiesel, or Spielberg’s “Schindler’s List”?

    (A rare example is the compelling 2010 French film “Of Gods and Men,” based on the assassination of a group of Trappist monks in Algeria in 2006. It’s too bad the movie wasn’t nominated for “Best Foreign Language Film” at the Oscars, which would have given it broader exposure to American audiences. The U.S. debut is Feb. 25.)

    More broadly, why don’t attacks against Christians in places such as Egypt, Iraq, Nigeria, India and Pakistan, to cite just a few recent examples, generate the same outrage among Christians in the West that similar oppression directed against followers of other faiths elicits among their coreligionists?

    According to the German-based relief agency “Aid to the Church in Need,” fully 75 percent of all acts of religious intolerance in the world are directed against Christians. Yet in the court of popular opinion, the mythology persists that Christians are more likely to be the oppressors than the oppressed.

    The most recent example of reticence came Tuesday, when the Foreign Ministers of Europe, meeting in Brussels, couldn’t agree on a specific reference to Christians in a declaration condemning religious persecution. The fact that Europe is the cradle of Christendom makes the omission not only ironic, but also an index of Europe’s ambivalence about its Christian heritage.

    Without any pretense of being definitive, here are four factors I suspect are in play.

    First, especially when it comes to Americans, the myopia of the broader culture is faithfully reflected in church circles. The roughly 67 million Catholics in the United States may represent just six percent of a global Catholic population of 1.2 billion, but you’d never know it by surveying most American Catholic books, blogs and newspapers, or even what’s bubbling in the pews. If something isn’t happening in the States, it’s often not perceived as a matter of Catholic concern.

    Second, although Islamic radicalism has no monopoly on anti-Christian prejudice, it’s a primary incubator these days. As a result, concern for Christian persecution is often swept up into the broader politics of relations between Islam and the West, especially legitimate concern not to foment Islamophobia.

    A recent controversy in the diocese of Springfield, Ill., illustrates the point.

    In his Christmas Eve homily, Bishop Thomas Paprocki called the recent attacks on Iraqi Christians the latest chapter in a “centuries-long onslaught of Muslims against Christians.” Among other things, Paprocki appeared to support racial profiling in airport security, saying that if 83-year-old grandmothers get the same pat-downs and body scans as “Muslim Arabs from the Middle East,” then “we’re wasting a lot of time and money for nothing.”

    “You can’t fight a war if you can’t identify the enemy,” Paprocki said.

    The homily brought a Jan. 22 response from Viatorian Fr. Corey Brost in a local newspaper, arguing that “the vast majority of Muslims around the world live and preach” the values of peace and religious tolerance. Brost also warned that Paprocki’s argument could unintentionally stoke what he described as a spreading “hatred of Islam” in America.

    Brost clearly endorsed Paprocki’s concern for Christians suffering persecution. Nonetheless, the dispute seemed to underline internal Catholic divisions, rather than to project a united front in defense of Christians in Iraq or anywhere else.

    Third, some Christians in the West are hesitant about campaigns against anti-Christian persecution abroad because they’re often bundled with protests against purported anti-Christian bias at home, such as the so-called “War on Christmas,” or art exhibits, TV shows, and journalistic commentary which some pious souls find offensive. Other Christians find such complaints exaggerated, if not hysterical, and don’t feel represented by the people who voice them most loudly.

    To put that point into Catholic terms, some people just don’t want to get behind the likes of Bill Donohue, whose Catholic League and its protests against the Smithsonian, “The Simpsons,” and other makers of culture both high and low, inspire applause in some quarters and a reflexive rolling of the eyes in others. In any event, the group is not in a position to speak on behalf of all Catholics about anti-Christian persecution or anything else.

    A similar point could even be made about the U.S. bishops. Some Catholics these days read official statements from the bishops largely to find out what they’re supposed to be against.

    Fourth, some social justice activists in the church find a specific focus on anti-Christian persecution overly sectarian. We should be in favor of religious freedom for everyone, they argue, not just Christians; and violence against anyone ought to engage our concern, no matter what their religious affiliation. They worry that a focus on Christians weakens the case for religious liberty by making it seem like special pleading or institutional self-interest, rather than a principled stand in favor of human rights.

    These four points may add up to an explanation, but they are no excuse.

    No matter what the causes, it’s appalling that the suffering of Christians around the world has not stirred the Christian conscience in the West to a greater degree. It’s especially shocking that American Christians have not reacted more strongly to anti-Christian violence in Iraq, given the responsibility the United States bears for creating the conditions in which that insecurity could metastasize.

    Disappointment ought to be particularly acute among Catholics, since Catholicism prides itself on forming a communion of saints linked by bonds of solidarity that transcend both time and space.

    Perhaps what the Christian world needs is precisely the call to conscience that a thoughtful, evocative Holocaust literature would elicit. May its moment come, and that right soon.

    [John L. Allen, Jr. is NCR senior correspondent. His e-mail address is (Enable Javascript to see the email address).]

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