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Strappo di Veltroni su lavoro e fisco
Lina PalmeriniCronologia articolo23 gennaio 2011

.Storia dell’articoloChiudi Questo articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2011 alle ore 08:14.

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TORINO. Dal nostro inviato
Il ritorno al Lingotto tre anni dopo, da minoranza e senza leadership, cambia di nuovo registro a quello che era il Pd di Walter Veltroni. Questa è una tappa in avanti, meno emotiva e più razionale, che strappa con i vertici del partito sui temi del lavoro e mescola ricette liberali con quelle progressiste come correnti miste, fredde e calde. Sullo sfondo l’ambizione di stabilire un’equità dei doveri e non solo delle opportunità, «un interclassismo dinamico», come l’ha chiamato Giorgio Tonini che molta parte ha avuto nella scrittura di questo manifesto «per il dopo Berlusconi». E così accanto all’appoggio incondizionato a Sergio Marchionne su Mirafiori questo Pd mette sul tavolo anche la richiesta di legare il contratto dell’ad Fiat ai risultati industriali più che agli andamenti di Borsa di breve periodo. E, accanto a un fisco che riconosca la soggettività delle partite Iva, spunta una tassa patrimoniale su quel decimo della popolazione più ricca (in termini di patrimonio non di reddito) come contributo straordinario per la riduzione del debito pubblico. Pierluigi Bersani ascolta in prima fila. Dirà che è possibile trovare un «punto di sintesi» ma sui temi del lavoro la distanza appare molto ampia, come fa notare Paolo Gentiloni quando gli rimprovera un eccesso di «reticenza» su Fiat. Ma le differenze si annullano sulla fase politica attuale. Quel richiamo di Veltroni a «un governo di tutti, ma non un ribaltone, che affronti l’emergenza e faccia il federalismo» è un’apertura alla Lega per disarcionare il premier su cui si ritrova tutto il partito. L’exit strategy da Silvio Berlusconi è quella che compatta il leader e l’ex leader su uno stesso slogan: tutto è meglio di lui. Meglio sarebbe la stessa maggioranza ma con un nuovo premier. E meglio sarebbe perfino il voto se il Cavaliere resta: un voto a cui anche i veltroniani andrebbero con un fronte da Vendola a Fini. Insomma, polemiche bandite tant’è che Bersani parla di una «sfumatura» che lo separa da Veltroni.
Ma è il capitolo economico la vera sfumatura tra i due Pd. Il primo strappo del Lingotto sta nel definire un partito che non sia più identificato con la spesa pubblica. La prima priorità di questa agenda 2020, che ha l’ambizione di somigliare a quella tedesca, è infatti di ridurre il debito pubblico dell’80% con tre mosse: fissare una patrimoniale come contributo straordinario sulla scia dell’eurotassa; controllare la spesa corrente con l’obiettivo vincolante di farla aumentare annualmente della metà della crescita del prodotto nominale; valorizzare il patrimonio pubblico conferendo una quota significativa a un’apposita società. Il secondo strappo, il più forte, è sul lavoro. Perché il “sì sofferto” a Mirafiori per Veltroni diventa un punto di partenza avanzato per fare un balzo verso la partecipazione dei lavoratori all’impresa, nuove regole di rappresentanza, nuovi contratti decentrati e nuovo statuto dei lavoratori. Qui un solo nome viene citato, Pietro Ichino, che non piace molto alla maggioranza bersaniana. Di Ichino si cita il progetto sulla rappresentatività (il sindacato maggioritario ha il diritto di negoziare per tutti) e il «diritto unico del lavoro» per riunificare mondo dei precari e garantiti. Qui Paolo Gentiloni chiama in campo un riformismo liberale che contamini il nuovo welfare e tutto l’assetto redistributivo, togliendo peso alla politica nell’economia «incluse le banche: che fine ha fatto Unicredit?». E sul fisco è Beppe Fioroni che senza perifrasi parla di un partito che «deve collocarsi sul dopo Visco, per l’attenzione alle piccole imprese». Ed è sempre lui a mettere l’accento sulla famiglia per creare una “no tax area”. Insomma, una no-stop di proposte con poca musica, pochi video – tranne un Anthony Giddens in accappatoio bianco su cui i tecnici hanno lavorato ore per stringere l’inquadratura – e nessuna narrazione.

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