dal riformista di oggi


La sinistra paga la mancata cesura col comunismo
Il problema non è il ’21 ma il ’91. La vittoria dell’anticomunismo democratico si realizza solo dopo il crollo dell’Urss
di Stefano Ceccanti
In questi giorni le vicende del comunismo si riaffacciano tra di noi, sia per i 90 anni dalla costituzione di quel partito, sia per i 20 dal suo scioglimento. Un doppio anniversario che interpella tutti, specie coloro che militano nel centrosinistra perché, nel bene come nel male, la storia pesa. Ovviamente i punti di partenza fanno legittimamente differenza. Non sono mai stato comunista, avrei potuto forse esserlo stato se nel momento della mia adolescenza, a metà anni Settanta, non mi fossi riconosciuto in due figure chiave dell’anticomunismo democratico, Benigno Zaccagnini e Aldo Moro, ma il comunismo era comunque un termine di confronto ineludibile. Un’idea con una forza interna che ancora negli anni ’70 poteva apparire a molti ancora vitale, soprattutto in Italia, e, in parte, in Francia, Paesi dove più aveva pesato nella lotta di Liberazione. La forza che derivava dalla promessa di usare la politica per estirpare il peccato originale dalla storia umana e che individuava un presunto paradiso in terra, la Repubblica dei Soviet, dove ciò si sarebbe già realizzato. Non a caso a pensatori e politici francesi ed italiani si devono le analisi più feconde. A Jacques Maritain si deve, in particolare, la puntuale definizione del comunismo come “ultima eresia cristiana”, eresia perché separava la verità cristiana dell’istanza della redenzione del mondo dall’altra verità non superabile, anche e soprattutto dalla politica, della finitezza umana, che si esprime nell’idea del peccato originale. Nel 1944 in “Cristianesimo e democrazia”, Maritain ne parla come di un’eresia “fondata sulla negazione coerente e assoluta della trascendenza divina, un’ascesi e una mistica del materialismo rivoluzionario integrale”, ma formula anche una profezia, segnalando la possibilità che “una rinascita del pensiero e dell’azione democratica riconcili con la democrazia, col rispetto delle cose dell’anima, coll’amore della libertà e col senso della dignità della persona…molti comunisti per sentimento e molti di coloro che un senso di ribellione contro le ingiustizie sociali rende inclini al comunismo”. In modo analogo, nel suo ultimo scritto del 1950, “Fedeltà”, Emmanuel Mounier ha descritto chiaramente i due elementi contraddittori di forza del comunismo, il suo presentarsi come “l’armatura degli emarginati”, dando spesso effettiva voce alle loro istanze, e “l’incondizionata idolatria dell’Urss”, su cui finiva però per basarsi. Come separare la prima dalla seconda era per Mounier il problema politico per il futuro della “sinistra non comunista” (il centrosinistra come lo chiamiamo noi), per inverare la profezia di Maritain, in Paesi in cui sembrava potersi dare come alternativa, specie nei momenti più cupi, solo quella tra adesione al comunismo e forme di anticomunismo conservatore.
Non a caso, in uno di quei momenti più delicati, dopo gli scontri di Genova, il 5 agosto 1960 nel dibattito sulla fiducia al Fanfani III, il Governo che seguiva quello di Tambroni, Aldo Moro dava proprio una definizione dell’ “anticomunismo democratico”: quello che “nasce dall’accettazione senza riserve della democrazia, si avvale delle armi della democrazia” e che si distingue dal “tortuoso e inefficace anticomunismo di tipo conservatore, il quale vada suscitando i temi e le esigenze a cui il comunismo poi si abbarbica”. Per questo il problema non è tanto che vi sia stato il 1921, ma che (almeno in Italia, in Francia ciò accadde prima col 1971, il nuovo Partito Socialista in grado di contendere la leadership presidenziale al Pcf e il 1981 la vittoria di Mitterrand) sia venuto troppo tardi il 1991, che le correnti della sinistra non comunista, dell’anticomunismo democratico, abbiano avuto ragione nell’inveramento della profezia di Maritain solo dopo il crollo dell’Urss. Talmente abile e duttile il Pci, molto più del Pcf, da aderire in profondità alle pieghe della società italiana, da rappresentare effettivamente per molti, in vari contesti e occasioni, davvero “l’armatura degli emarginati”, ma, anche per questo, in grado di rallentare l’evoluzione complessiva del centrosinistra, che aveva bisogno di nascere per cesura, non per continuità, da quella storia, sia rispetto alla premessa ideologica sia alle conseguenze nella concezione del primato del partito sulle istituzioni. Me ne accorsi nell’ambito dell’associazionismo cattolico democratico con buoni (ancorché riservati) rapporti diplomatici col Pci, nei tre momenti in cui misurammo con forza la distanza: il giudizio sulla superiorità delle democrazie liberali occidentali perché in grado di incanalare pacificamente il dissenso e, quindi, sulla irriformabilità dei regimi dell’Est (paradossalmente l’arrivo di Gorbaciov prolungò le illusioni), il referendum del 1985 sulla scala mobile e la limitazione del voto segreto del 1988 (ovvero i due poteri di veto, sociale e parlamentare, della democrazia consociativa). Conflitti che, col loro esito, spianarono la strada alla realizzazione, pur tardiva, della profezia di Maritain. Ma il carattere tardivo pesa ancora su tutto il centrosinistra, ha rallentato la discontinuità necessaria e l’ha resa quindi più debole nella società italiana.

1 Comment

  1. Alessandro Canelli ha detto:

    Un problema rilevante nel pensare una sinistra rinnovata sta anche nel fatto che in larga parte gli ambienti dell’associazionismo cattolico hanno aderito acriticamente alle analisi generate dal PCI e tuttora vi aderiscono. E quelli che non l’hanno fatto, spesso hanno preferito il neo-patto-gentiloni della destra.
    A questo si aggiunge l’annullamento delle forze politiche intermedie.
    Per non parlare della totale assenza di organizzazioni che possano consentire alle nuove sintesi generate in area cattolica di incontrare i consensi potenziali presenti nella società.
    La tanto auspicata fusione delle culture si è rivelata castrante per le possibili evoluzioni democratiche del paese in quanto si è colpevolmente sottovalutato il peso dell’apparato ex PCI ed il suo radicamento economico (si ricordi lo “abbiamo una banca” Fassiniano).
    Quale politica è possibile se si è incapaci di vedere il peso delle strutture economiche nella politica stessa? Forse si può comporre un bel saggio o organizzare un bel convegno (sempre ammesso che ci siano i fondi…).
    Se il segratario PD di Bologna oggi parla di abbandonare il funzionariato a vita, la prima reazione sarcastica che mi sorge è che si vede che ha già appaltato il funzionariato alla ManutenCoop….

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