da Europa di oggi


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Il voto? Eppur si muove
Dall’appartenenza alla scelta, quarant’anni di elezioni secondo Itanes

Itanes, il gruppo di lavoro composto dai principali politologi che si occupano di elezioni, ci sforna, a cura di Paolo Bellucci e Paolo Segatti, un grande rapporto di 440 pagine edito dal Mulino, Votare in Italia: 1968- 2008. Quattro le principali conclusioni.
In primo luogo è cambiato il senso delle sfide elettorali, avvicinandoci alle grandi democrazie europee.
Mentre in precedenza, fino ai primi anni ’90, si trattava di elezioni-sondaggio, di una conferma ripetitiva delle appartenenze tradizionali, ora gli elettori distinguono nettamente «tra elezioni di primo e di secondo ordine» (politiche da un lato, amministrative ed europee dall’altro) e considerano tra le scelte possibili, del tutto legittime, quella di un «astensionismo intermittente», soprattutto in quelle di secondo ordine. Ciò è connesso alla visione delle Politiche, ma anche delle amministrative, come «elezioni-scelta» per il governo ai vari livelli, al di là delle imperfezioni delle regole. Non più un sondaggio per confermare «classe sociale, pratica religiosa, associazionismo» di cui il voto era una sovrastruttura, ma «un’interazione tra predisposizioni ideologiche di lungo periodo e aggiornamento delle stesse nel corso della legislatura e della campagna elettorale», ovvero un’interiorizzazione dello schema bipolare «sostenuta da un’articolazione strutturata di motivazioni, giudizi e valutazioni su temi e problemi». Già qui potrebbero ricavarsi serie indicazioni sull’inopportunità di contrastare queste tendenze consolidate con cartelli elettorali senza omogeneità di proposta di governo.
In secondo luogo lo spessore del mutamento si nota sui dati relativi alla vicinanza ad un partito politico. I non vicini a nessuno erano solo il 16,8% nel 1968, salivano già al 31,2% nel 1975 e nel 1990 (subito dopo gli eventi del 1989, ma prima delle nuove leggi elettorali) erano giunti al 50,7%. In seguito il fenomeno sembra ridimensionarsi, nel 2001 si scende al 45,2% e nel 2006 al 44,6% ma ecco che nel 2008 torna al 48,8%, evidenziando una nuova incertezza, che ci riporta quasi al 1990. Il paragone col 1990 è particolarmente calzante se si analizzano le altre due colonne, relative rispettivamente ai molto o abbastanza vicini (sommati tra di loro) e ai vicini ma solo simpatizzanti.
All’indomani del 1989 le due quote sono vicine (25,8% rispetto a 23,5%), poi la stabilizzazione del nuovo sistema si rivela abbastanza efficace (nel 2006 il rapporto si squilibra a favore dei primi 38,5 contro 16,9), ma col 2008 si ritorna all’inizio della transizione, anzi per la prima volta si ha una prevalenza della tip o l o g i a intermedia di « v i c i n i ma solo simpatizzanti » (23,3 dei primi contro 27,9% dei secondi).
Il mercato elettorale si apre con metà degli elettori in libertà, che però non sono distribuiti in modo uguale.
Per capirlo bisogna però fare un passaggio intermedio: la vicinanza ai partiti si riduce, ma i cittadini si orientano bene sull’asse destra-sinistra, che resta quello più espressivo degli orientamenti di fondo. Solo il 17,7% non risponde nel 2008 alla domanda di autocollocazione, è il minimo storico, nel 1990, ad esempio, era il 28,8%. Ora nel 2008 con tutta evidenza, quasi da manuale, la libertà rispetto alla vicinanza ai partiti aumenta man mano che ci avviciniamo agli elettori di centro, che quindi non sono in alcun modo assimilabili ai partiti di centro.
I vicini ai partiti sono il 71,1% di chi si definisce di sinistra e di destra, il 70,3% di chi si dichiara di centrosinistra e il 65,4% di centrodestra e crollano al 40,4% tra gli elettori di centro.
Vi è poi una terza valutazione di cui tenere seriamente conto. L’asse destra-sinistra orienta bene gli elettori, ma dentro di esso si sono avute due evoluzioni quantitative. La prima è stata lo «sdoganamento» della destra.
Nel momento in cui, col superamento del Msi, l’idea di destra si è separata dall’eredità tragica del fascismo, una parte di coloro che in precedenza si dichiaravano di centro in assenza di meglio, si sono potuti definire di destra o di centrodestra. Nel 1990 i centristi erano il 25,1%, al centrodestra andava l’8,8% e alla destra il 4,7%, nel 2006 i centristi scendono al 16,5% alla pari con coloro che si identificano col centrodestra, mentre il 10,2% si dichiara di destra. La seconda modifica quantitativa è avvenuta con l’Unione tra il 2006 e il 2008, che ha determinato un discredito fortissimo della sinistra e del centrosinistra.
In soli due anni chi si definisce di sinistra crolla dal 14,7 al 9,9% e di centrosinistra dal 21,2 al 14,8% e ciò si traduce in un nuovo riempimento della casella di centro, prima svuotata, come abbiamo visto, verso destra. Il 16,5% di centristi del 2006 balza al 29,3%. Questo evidente shock per i venti mesi di impotenza dell’Unione dovrebbe indurre a una lettura più che positiva del dato politico del Pd, ottenuto allora nonostante quel trauma e dovrebbe scongiurare qualsiasi ripetizione di un’esperienza che sembra aver lasciato tracce difficilmente dimenticabili.
Infine un quarto elemento di valutazione: se la mobilità potenziale è molto elevata, perché nelle elezioni politiche gli equilibri si muovono poco in termini effettivi? Itanes ci dà due indicazioni. La prima attiene alla comunicazione politica che con «fonti schierate e messaggi di parte (o vuoti)» è sostanzialmente strutturata per tifoserie, per confermare ciascuno nelle opinioni di partenza, magari radicalizzandole. La seconda è legata all’effettiva novità della proposta politica; l’onere della prova spetta a chi vuol chiedere un cambiamento di voto: «Se alla fine c’è maggiore stabilità elettorale di quella che potrebbe esserci, ciò vuol dire che molti elettori non hanno avuto motivo per cambiare voto. Insomma, piaccia o meno, accade anche in Italia quello che accade di norma nelle dinamiche elettorali di altri paesi europei ». Anche questo un memento non da poco.

Stefano Ceccanti

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