Così avanzano nella loro storia, di Sandro Rotili monaco di Camaldoli


Avviciniamoci al mistero grande e sorprendente dell’Epifania leggendo e accostando alcuni versi del poeta inglese Wystan H. Auden, e del poeta fiorentino Mario Luzi:

 I tre Magi

Il tempo è stato terribile,
la campagna è desolata,
palude, giungla, roccia: echi beffardi
chiamano illegittima la nostra speranza;
ma una sciocca canzone
può aiutare la vostra
sempre e semplicemente;
infine noi sappiamo per certo di essere tre vecchi peccatori

che questo viaggio è troppo lungo, che ci mancano i nostri pranzi

che rimpiangiamo le nostre mogli, i nostri libri, i nostri cani,

ma abbiamo solo la più vaga idea del perché siamo quel che siamo.

Scoprire in che maniera essere umani ora:
è la ragione per cui seguiamo questa stella.

(W.Y. Auden, Per il tempo presente. Oratorio di Natale)

Non startene nascosto

Non startene nascosto
nella tua onnipresenza. Mostrati,
vorrebbero dirgli, ma non osano.
Il roveto in fiamme lo rivela,
però è anche il suo
impenetrabile nascondiglio.
E poi l’incarnazione — si ripara
dalla sua eternità sotto una gronda
umana, scende
nel più tenero grembo
verso l’uomo, nell’uomo… sì,
ma il figlio dell’uomo in cui deflagra
lo manifesta e lo cela…
Così avanzano nella loro storia.

(M. Luzi, Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti, Milano 1990

Forse contro ogni nostra aspettativa spirituale sulla grandezza e potenza di Dio ci viene detto che essa consiste proprio nella sua capacità di manifestarsi delimitandosi, esponendosi ad una vita precaria e arrischiata come la nostra, consegnandosi nella nostre povere mani e parole, facendosi riconoscere e misconoscere nella fiamma di una roveto che brucia e non si consuma e nel corpo fragile e promettente di un bambino. Essere uomo non è mai un dato, sembra piuttosto essere un processo senza fine, un rischio, una prova. Avviciniamoci alla “corrente del golfo” della nostra vita in cui siamo immersi e dalla quale emergiamo; la vita che fu accesa nella notte dei tempi, nel grembo del nulla. La vita che, in vertiginosa espansione di tempo e di spazio, ha preso la forma di galassie e stelle, molecole e atomi; ha preso la forma di quella particolare e meravigliosa bolla che è la biosfera, la Terra… tappezzata di rocce e acque, strisciano e corrono… e da quella strana e intrigante creatura che va in cerca di un significato per vivere e il cui cuore è senza riposo: l’uomo.

E ora, come si diventa umani? Quale direzione dovremmo scegliere? Quale stella seguire? Forse tutta la terra e noi stessi. Ancora e sempre, siamo in attesa di una risposta a queste domande… Nella storia del mondo, in quella narrata dal Vangelo, la storia di questi sapienti errabondi che sono i Magi, rintracciamo uno stesso pellegrinaggio: la nostra ricerca, il viaggio perenne. Anche noi, nel nostro mondo globale, non siamo simili a queste carovane orientali? Una carovana di generazioni, culture, popoli ed eventi ciascuno portando e cercando di decifrare gli ardui e affascinanti confini della sua esistenza. È come se stessimo srotolando un rotolo sigillato ed enigmatico, il testo delle scritture che siamo a noi stessi e che siamo chiamati ad interpretare giorno per giorno.

Il viaggio umano ci fa transitare da un luogo all’altro senza fissa dimora, attraversiamo il deserto chiedendo quale mai sia il nostro cammino attraverso “paludi, giungle e rocce”.

Dove porta questo viaggio? È forse simile ad una stella cadente la stella che ci guida? Incandescente per un momento per poi svanire nelle tenebre del nulla come un “eco grottesco”? Nonostante tutto, nel cielo aperto del nostro cuore sentiamo il richiamo, l’attuazione di una stella scintillante. Sentiamo intuitivamente che sono epifanie di un significato che ci riguarda, che ci attirano verso una Pienezza ancora sconosciuta ma che brilla e chiede la nostra ricerca, il riconoscimento della sua venuta, la nostra adorazione. È Pienezza che lievita al cuore del nostro cercare, conducendo e bruciando il nostro viaggio verso di essa… I Magi cercavano una luce. Hanno iniziato con i segni astronomici nei cieli e pian piano quella luce è diventata sempre più concreta ed umana fino ad assumere il volto di un Bambino avvolto in fasce in una mangiatoia.

Spesso anche noi ci mettiamo in viaggio e la luce della stella può restare ad una distanza remota, come sorgente segreta della grandiosa corrente di tutte le creature.

Essa si fa trovare nella natura o nella storia, nelle Sacre Scritture, nei sogni e nei miti, nelle religioni e tradizioni spirituali, nel deserto della solitudine o nel respiro che ci anima e vivifica in ogni istante… Quella stella splende nel regno delle arti, cercando di rendere visibili e tradurre le vibrazioni del mondo invisibile in forme vive e vissute, conducendoci attraverso l’epifania del colore, suono o parola, verso ciò che resta sempre oltre, verso una misura diversa dell’esistere. Oppure la stella brilla nei nostri desideri esitanti per la libertà e la sapienza, per l’amore e la giustizia, la bontà e il perdono. Essa è il baleno di gioia nato appena siamo consapevoli della bellezza della comunione, dell’amicizia, ma è anche il rimorso di essere fragili, peccatori, deboli e abbandonati… La stella può brillare anche nel crollo dei nostri sogni o progetti che ci spingono fuori del nostro territorio familiare verso un passaggio nuovo di vita e di amore. A noi è chiesto un gesto di abbandono, ci affidiamo a quanto non è in nostro potere, ci affidiamo a Uno che ci sta guidando ai confini del nostro mistero, che sta scendendo nei “mari estremi” del nostro essere, nella materia dei nostri giorni con le sue memorie e ferite. Sta guidando ognuno di noi verso il nostro nome promesso, la nostra destinazione rivelata. L’Epifania ci chiama innanzi tutto ad una metamorfosi dello sguardo. Lo scultore svizzero Giacometti scrive: «Gli occhi li abbiamo tutti, ma ci sono pochissimi che sanno esprimere uno sguardo. Occhi che riescano ad essere messaggeri di qualcosa di specialmente significativo…».

C’è una modulazione infinita di sguardi: sguardi di comprensione (i Magi), sguardi freddi e ostili (Erode), sguardi svuotati dall’indifferenza (gli scribi e i sommi sacerdoti), oppure sguardi appassionati e umili (i pastori e i poveri che accorrono al presepio). I Magi di cui ci parla il Vangelo si sentono toccati e intaccati nel baricentro delle loro vite alla vista del Bambino divino, sconfinano dal territorio della loro anima e della loro appartenenza religiosa, hanno il coraggio di uscire dal perimetro assicurato della loro identità. Noi spesso crediamo, come gli scribi e i sommi sacerdoti che il Signore da cui attingiamo energia e fiducia, provi meno tenerezza e compassione per chi non è dei nostri. Crediamo che la sua forza liberatrice, il suo soffio vitale abiti solo in noi a scapito degli altri. desideriamo un Dio locale, quasi tribale, di una piccola cerchia di devoti o raccomandati… Ma non potrebbe essere forse che lo sguardo del Dio Bambino sia invece colmo di compassione per il corpo intero e variegato dell’umanità, specialmente per i molti fratelli e sorelle esclusi dall’attenzione e dal riconoscimento della loro dignità? Non potrebbe essere il nostro un Dio che ha riguardo, ossia che guarda con benevolenza, verso tutti? Uno sguardo sconfinato dove tutti i nostri corpi possono immergersi nell’affidamento e nell’amore?

Se fossimo stati noi uomini a ideare l’Epifania, avremmo senz’altro escogitato un Dio capriccioso o forse sempre ai nostri ordini… Un Dio proiezione della tracotante e meschina potenza umana, senza pietà e misericordia o forse un Dio spinoziano, autosufficiente, un tutt’uno raccolto in sé e il nostro mondo non sarebbe stato altro che la copia sbiadita del vero mondo…

Sono questi i nostri modi di concepire un Dio mentre il Dio di Gesù si fa uomo, anzi bambino inerme, si sobbarca la condizione umana dalla nascita alla morte; è un Dio che accompagna, apre, interpella, salva e trasforma, giudica ed eleva. Un Dio quasi verbale… non nella forma del nominativo e dell’accusativo che interviene su tutto, ma un Dio al modo dal dativo, del poter darsi per trasformare le nostre proiezioni e pretese in preghiere e abbandono. L’Epifania del Signore in un corpo umano ci dice che Dio sembra non aver più il suo spazio ideale nell’al di là celeste ma si mescola al mondo, si accompagna al processo della vita quotidiana. Il Dio Bambino cammina per i molti sentieri della storia e dei tempi non per esservi trattenuto, posseduto stabilmente ma come un nascente che ci coglie di sorpresa e sia presente nelle nostre gioie e pene, estasi e terrori, smarrimenti e aneliti, violenze e amore, feste e lutti…

Forse siamo implicati in un’epifania diffusa, disseminata, germinale per cui la domanda evangelica: «Quando ti abbiamo visto?» ci rimanda alla realtà abitata da infinite presenze e assenze di Dio, ci rende sensibili agli innumerevoli e fuggevoli suoi passaggi nei paesaggi dell’anima, negli arcipelaghi delle emozioni, nelle vicende drammatiche e a volte liete dei nostri giorni… e Lui resta un’apertura sconfinante. E infine una domanda.

Chi mai avrebbe il coraggio di accoglierlo, comprenderlo, seguirlo nell’incarnazione, nella potenza impotente dell’amore, nei suoi atti elementari di ospitalità?

Chi potrebbe affidarsi a un Dio che sembra scomparire in mezzo alla storia, che soccombe all’odio e alla violenza? Un Dio sospeso al possibile mentre tutti lo ritengono impossibile, assente, magari morto. È questo il retaggio dei discepoli, il testimonio dei testimoni? Annunciatori, non già di un Dio-Uno remoto, glorioso, imponente, incombente, sacrale, ma un Dio umile, presente nella contingenza; punto debole di qualunque sistema, pensiero, spiritualità, esegesi o teologia. Un Dio che magari richiede una maggiore attenzione e ospitalità per le sofferenze individuali, per le ferite aperte dell’esistenza, per i drammi del nostro tempo, per l’apparente banalità delle nostre vite, per i brandelli delle nostre biografie… Un Dio che non chiede discepoli eroici che hanno sempre le soluzioni, che possiedono identità forti, ma persone che lasciano spazio a quanto non si lascia dire e inquadrare, che hanno tatto per il mistero, per le pieghe insondabili del cuore, che hanno una passione per la ricerca più che per la certezza; che prediligono l’invocazione alle soluzioni finali, sempre nefaste come ci insegna la storia; che amano suggerire ed evocare più che definire…

Questo Dio non ha consistenza dimostrabile, appena si mostra scompare, ha lo charme e l’impertinenza di un bambino. Ci insegna la sua immensità e inesauribilità ma anche la sua accondiscendenza, la sua presenza fra di noi, la sua grazia che ha bisogno di abitare all’ombra della nostra amicizia, di trovare riparo nella casa delle nostre parole e dei nostri gesti per nascere, mostrarsi e risorgere sempre.

3 Comments

  1. Luca ha detto:

    Si tratta di sfumature, per carità.
    Ma la chiusa, in particolare, mi sembra interrogare una teologia cristiana del sacramento, e dunque anche dell’incarnazione, della carne, e persino della croce.
    E, del resto, un “Dio dalla consistenza indimostrabile” potrebbe mai meritare discernimento?

    La omelia ha una sua liricità che va rispetta e cui non bisogna chiedere troppo.
    Ma provoca al pensiero – ed è un suo merito – e dunque siamo chiamati a pensare, a mettere insieme i pezzi (kataballein) come Maria.

  2. Luca ha detto:

    … il Natale, l’Incarnazione, non è meno difficile da pensare della Pasqua.
    Lo stesso Antico Testamento con la storia di Elia, ad esempio, era andato vicino a qualcosa della Resurrezione.
    Ma il Natale no.
    Il Natale è quasi più scandaloso della Pasqua.
    Verbum caro factum est.
    Maria: madre (!) di Dio.
    E poi i sacramenti e la Chiesa …

    Dopo l’Incarnazione non tutte le cose sono di egual natura e dunque parlare di natura diventa molto difficile.

  3. Alessandro Canelli ha detto:

    Quante volte, per spirito estetico, ci si dimentica di quanto è sconvolgente l’ABC del vangelo?

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