Come una battaglia navale, di Mons.Luciano Monari


Più volte, nei suoi interventi, il Papa ha citato un testo famoso di san Basilio che descrive la condizione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea paragonandola a una battaglia navale che si svolge in un mare in tempesta. Che la società attuale sia un mare in tempesta non c’è bisogno di dimostrarlo: la crisi economica di cui non si riesce a venire a capo, le dichiarazioni di al Qaeda e l’incubo di Ground Zero, la BP e le disgraziate trivellazioni nel Golfo del Messico, gli altarini scoperti di Wikileaks, i dialoghi inconsistenti dei talk shows, i conflitti interminabili, da quelli tra condomini a quelli tra nazioni e gruppi etnici, sono tutti indicatori di un travaglio profondo che stiamo vivendo e del quale non riusciamo ancora a intravedere gli esiti. Se poi concentriamo l’attenzione sulla situazione italiana, il quadro non cambia: le incertezze del quadro politico rendono ancora più profonde le incertezze economiche. Abbiamo goduto di uno straordinario benessere per alcuni anni ma ora ci rendiamo conto che quel benessere non era assicurato, che non poteva e non potrà durare senza scelte sagge e coraggiose; sarebbe l’ora dello sforzo solidale; e invece non riusciamo a liberarci da un’animosità che ci domina tutti.

            Per fortuna mi sembra non sia vera l’altra immagine, quella di una battaglia navale che si svolge all’interno della Chiesa; una battaglia nella quale i credenti stessi sarebbero gli uni contro gli altri. San Basilio aveva davanti lo spettacolo doloroso della lotta tra difensori dell’ortodossia nicena e gli ariani; una battaglia che durò per diversi decenni e che fu condotta con accanimento e violenza. Pensando a quei tempi – e, a dire il vero, a molti altri tempi della vita della Chiesa – possiamo dirci privilegiati: la comunione all’interno della nostra Chiesa è salda, la comunione con la chiesa di Roma è senza riserve. Soffriamo persecuzioni cruente, ma dall’esterno; abbiamo da subire una serie di dure opposizioni, ma il tessuto ecclesiale in quanto tale è solido.

            Ma non del tutto. Le divisioni che segnano la nostra società non lasciano immune del tutto la Chiesa. Abbiamo lasciato alle spalle il ventesimo secolo, il secolo delle ideologie e dei totalitarismi. E senza nostalgie: i crimini che le ideologie hanno prodotto sono inenarrabili e le menzogne che li hanno giustificati ci umiliano. Non rimpiangiamo quegli anni. E tuttavia non è venuto, come si poteva sperare, il tempo della ragione, del confronto, della decisione ponderata, della revisione leale delle proprie scelte; è venuto invece il tempo del litigio continuo, per ogni piccola cosa. Mi sembra fosse Pascal a dire che l’inquietudine del mondo deriva dal fatto che l’uomo non riesce a stare tranquillo nella sua camera per mezz’ora di seguito. Sembra una malattia: dobbiamo avere qualcuno o qualcosa da incolpare di tutto ciò che non va bene, dei nemici da combattere e da stracciare; chissà, forse vogliamo liberarci del nostro senso di inadeguatezza e ci servono dei capri espiatori.

            Come dicevo, questo difetto sembra fare capolino anche nella Chiesa. E qui in modo sorprendente: si accusano gli avversari politici di non pensare e vivere secondo il vangelo e si vorrebbe che la Chiesa – i vescovi – li scomunicassero e condannassero le loro opinioni sulla base della fede. Solo così la Chiesa sarebbe, come deve essere, profetica. Può darsi che sia vero; ma sono restio a seguire questa linea. Sono poche in politica le cose incontrovertibili – tutto bene o tutto male; generalmente ogni scelta produce effetti misti: un qualche bene con annesso un qualche male. Supponiamo, ad esempio, che si proponga un aumento delle tasse per finanziare progetti sociali (sanità; scuola; cultura; ricerca…). Chi potrebbe negare il valore di questi servizi? E tuttavia se il prelievo fiscale cresce oltre un certo limite, l’aumento del costo del lavoro rende meno competitivi i prodotti, diminuiscono le vendite e la produzione, quindi diminuisce il PIL, diminuisce la ricchezza su cui si pagano le tasse, diminuisce il gettito fiscale e alla fine ci sono meno soldi per i servizi sociali. La scelta vincente, dunque, è quella che sa trovare il punto migliore di tassazione, né troppo alto né troppo basso; ma è evidente che siamo nel campo del contingente, non in quello delle verità di fede. Ogni scelta politica produce un sistema complesso di effetti e di ‘effetti di effetti’. Se non si prende in considerazione tutta la serie di questi effetti, le scelte non potranno che essere stolte. Quando nel 1958 Mao Tse Tung proclamò il ‘Grande Balzo in Avanti’ tutta la Cina si riempì di forni che dovevano produrre acciaio e tutti i Cinesi furono impegnati nello scovare il ferro da fondere per arrivare a raddoppiare, in un anno, la produzione cinese di acciaio. Il risultato fu che l’acciaio prodotto in forni artigianali era inutilizzabile per la sua scarsa qualità; e che la forza-lavoro impiegata in questo tipo artigianale di produzione fu sottratta al lavoro dei campi e la Cina dovette attraversare una tragica carestia. Insomma, i giudizi sulle scelte politiche ed economiche richiedono competenza, anzi richiedono la sinergia di competenze diverse se vogliono essere corretti e quindi efficaci. Non ci muoviamo nella zona dei valori ideali, ma in quella dei valori incarnati. Bisogna conoscere e amare i valori evangelici per non lasciarsi deviare da ideologie e interessi di parte; ma bisogna anche conoscere la struttura effettiva della vita economica e della vita politica per non forzare l’utopia. I disastri più grandi del novecento sono venuti dal preporre il bene utopico al bene concreto possibile.

            Per questo, chiamato come ogni cristiano a essere profeta, vorrei però non essere un profeta stupido: che insegue ideali belli ma irreali, prodotti da un pensiero astratto che non fa i conti con la durezza della realtà; idee che non possono diventare strutture produttive, sistemi economici, organizzazioni politiche nella concreta situazione in cui si vive. Mentre vorrei, nello stesso tempo, tenere viva la tensione verso i valori che rendono significativa l’esistenza umana: i valori morali e i valori religiosi. Vorrei suscitare e sostenere il desiderio forte di un mondo più umano, che risponda quanto meglio è possibile al bene integrale di tutti gli uomini, senza esclusione di alcuno. Il vescovo non può mai diventare una persona di parte; deve dire le cose con chiarezza, ma deve essere così radicato nel vangelo da poter essere centro di comunione per tutti i credenti.

Non posso dunque che esortare i cristiani a studiare, a studiare molto; a cercare di capire prima di giudicare; a rendersi conto della relatività delle conclusioni cui si giunge nelle cose umane attraverso lo studio e la ricerca. Il fatto che in questi campi le conclusioni siano nella maggior parte dei casi solo probabili e non assolutamente certe, non è motivo di avvilimento come se questo le rendesse meno sicure o meno importanti. Per evitare equivoci: non è questo il relativismo contro cui giustamente combatte il Papa. Al contrario, dobbiamo assumere questa condizione di limite con fiducia: non pretendiamo di essere costruttori di un mondo perfetto ed eterno; siamo umili artigiani di un mondo che sia un poco migliore di quello attuale. Questo ridimensiona la nostra statura; ma nello stesso tempo ci responsabilizza: le nostre scelte possono davvero aiutare gli altri a vivere meglio se sono sagge e buone; ma opprimono davvero la vita degli altri se sono stupide o cattive. E nella maggior parte dei casi non si tratta di scelte irrevocabili. Dobbiamo sempre di nuovo monitorare gli effetti delle nostre scelte per cambiarle quando ci accorgiamo che stanno producendo pastoie invece di liberare creatività. Guai a trasformare le scelte politiche contingenti in dogmi; e guai quindi a scomunicare gli altri per le loro scelte politiche. Certo, ci possono essere visioni errate della persona umana che un cristiano non può mai accettare: materialismo, razzismo, immanentismo sono inaccettabili da parte di ogni credente; ma non sono frequenti i casi in cui una particolare scelta economica o politica può essere etichettata come assolutamente ‘materialista’ o ‘razzista’.

Vi chiedo scusa se ho fatto questo strano discorso nella solennità dell’Immacolata: l’ho fatto perché nelle settimane scorse si sono espresse posizioni diverse nella comunità cristiana (e questo non mi fa problema; ne sono anzi contento, perché vuol dire che la comunità cristiana è viva e libera); ma le posizioni diverse erano accompagnate da un’animosità che sento a me estranea e che considero nociva. E siccome qualcuno si chiedeva che cosa ne pensi il vescovo; se il vescovo è con questi o con quelli; se insomma il vescovo è berlusconiano o di sinistra o terzopolista, mi sembrava necessario chiarire le cose. Se la domanda è da che parte sta il vescovo, la domanda è sbagliata; e quando una domanda è sbagliata, qualunque risposta diventerebbe equivoca. Il vescovo sta nella comunione col Papa e quindi con la Chiesa universale; e desidera che a Brescia chiunque crede nel vangelo e s’impegna lealmente e con competenza nella vita economica e politica si senta appoggiato, sostenuto, amato e a volte anche ammirato dal vescovo.

Naturalmente avrei preferito parlare di Lei, di Maria: della sua bellezza, dell’incanto che la grazia di Dio ha disegnato nella sua vita. A Maria vogliamo bene. Vediamo riflessa in lei la bellezza del vangelo, la forza della Parola di Dio; ci sembra di poterla pensare come manifestazione visibile e attraente dell’amore materno di Dio: un amore appassionato, tenace, delicato che ci consola e ci dona sempre di nuovo speranza. A Maria vorrei chiedere con tutto il desiderio del mio cuore che mi faccia ascoltatore e servo della Parola di Dio, secondo la sua immagine. Se ho una tristezza nel cuore, è perché misuro la grande distanza che c’è tra il vangelo che predico e la mia vita. E allora guardo a Maria con desiderio di emulazione: “Eccomi – dice – sono la serva del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola.” Sia così anche per me, per noi.

Solennità dell’Immacolata Concezione – 8 dicembre 2010 – Omelia del vescovo Luciano Monari – Brescia, chiesa di S. Francesco – Celebrazione “Ceri e Rose”

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